Trasferimento del lavoratore, quando è illegittimo
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5 Feb 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


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Trasferimento del lavoratore, quando è illegittimo

Trasferimento del lavoratore e casi di illegittimità: motivi insussistenti, incompatibilità ambientale, dipendente che fruisce della Legge 104.

 

Per trasferimento del lavoratore si intende il suo spostamento definitivo ad un’altra unità produttiva dell’azienda presso cui risulta occupato; l’unità produttiva deve essere ubicata in un luogo diverso da quello di provenienza, e disporre di autonomia funzionale.

 

Anche se il datore di lavoro ha un’ampia discrezionalità in merito, non è comunque libero di agire come preferisce, in quanto vi sono delle regole da rispettare, per poter spostare il dipendente, e dei casi in cui questi non può essere trasferito.

 

Le ipotesi di trasferimento sono regolamentate sia dalle leggi, che dai singoli contratti collettivi: vediamo le previsioni della normativa nazionale in merito, con particolare riferimento ai casi di trasferimento illegittimo.

 

 

Trasferimento del lavoratore: unità produttiva

In via generale, il trasferimento del lavoratore è disciplinato dal Codice Civile [1], che consente lo spostamento definitivo del dipendente ad un’altra unità produttiva soltanto per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive.

 

In particolare, per “unità produttiva” la giurisprudenza intende ogni articolazione indipendente dell’azienda dotata di autonomia funzionale, cioè avente la capacità di svolgere, anche parzialmente, l’attività dell’impresa.

 

Pertanto, per la validità del trasferimento, la sede presso la quale è spostato il dipendente non deve essere meramente strumentale o ausiliaria rispetto allo scopo dell’azienda o di una sua divisione.

 

 

Trasferimento del lavoratore: motivazioni

Il Codice, poi, prevede che il trasferimento possa avvenire soltanto per motivi tecnici, organizzativi e produttivi: anche se il datore di lavoro ha grande discrezionalità nel determinare tali motivazioni, deve comunque provare la loro concreta esistenza, in caso di opposizione, non potendosi limitare a un richiamo generico.

 

Ad ogni modo, in sede di ricorso, il giudice non può entrare nel merito delle scelte effettuate dal datore di lavoro: egli può, cioè, soltanto verificare l’esistenza delle ragioni tecniche, organizzative e produttive, ma non può valutarne l’opportunità.

 

Questo, in quanto il datore gode di un’ampia discrezionalità, che di fatto limita il giudice nella valutazione delle motivazioni addotte in favore dello spostamento; il datore di lavoro deve comunque attenersi, nelle sue scelte, al rispetto della correttezza e della buona fede, ed alla tutela degli interessi del lavoratore.

 

 

Trasferimento e tutela degli interessi del lavoratore

Pur essendo il datore di lavoro tenuto, nel trasferimento, a rispettare i canoni di buona fede e correttezza, ed a tener conto degli interessi del lavoratore, la situazione soggettiva di quest’ultimo non costituisce un ostacolo allo spostamento ad altra sede, in quanto estranea al rapporto contrattuale.

In pratica, la situazione personale del dipendente non prevale, nella valutazione della legittimità del trasferimento, sulle ragioni tecniche, organizzative e produttive che lo hanno determinato.

 

Fanno eccezione le previsioni dei contratti collettivi, che possono dare una maggiore rilevanza alle condizioni soggettive dei lavoratori, nonché le previsioni di particolari normative, come la Legge 104.

 

 

Trasferimento del lavoratore e Legge 104

Il lavoratore disabile (portatore di handicap grave), o che assiste un familiare disabile, non può essere trasferito ad altra sede senza consenso, secondo le previsioni della Legge 104 [2].

In pratica, il dipendente ha un vero e proprio diritto soggettivo, e non un semplice interesse di cui tenere conto nel valutare lo spostamento: pertanto, qualora il datore agisca in violazione di tale disposizione, il dipendente, agendo in giudizio, vedrà riconosciuta la nullità del trasferimento, con riassegnazione alla precedente sede e diritto al risarcimento dell’eventuale danno.

 

 

Trasferimento del lavoratore per incompatibilità ambientale

Costituisce un caso particolare il trasferimento del lavoratore per cosiddetta incompatibilità ambientale: tale ipotesi si verifica quando la condotta del dipendente è reputata “negativa”, cioè comporta delle disfunzioni nell’organizzazione aziendale.

 

In questo caso, non parliamo di trasferimento come sanzione disciplinare, ma come scelta del datore effettuata per evitare problematiche nell’organizzazione dell’impresa e nella sua produttività: in pratica, nell’ipotesi di condotta negativa del lavoratore, lo spostamento è ugualmente sorretto da ragioni tecniche, organizzative e produttive, e pertanto pienamente valido.

 

 

Trasferimento illegittimo

A prescindere dalle concrete ipotesi d’invalidità del trasferimento, qualora giudizialmente sia dichiarata la sua illegittimità, il datore di lavoro è tenuto a:

 

– ritrasferire il lavoratore nella precedente sede;

 

– risarcire eventuali danni cagionati al lavoratore (come i disagi e le maggiori spese patiti per lo spostamento).


[1] Art. 2103 Cod. Civ.

[2] Art. 33, Co. 5-6, L. 104/1992

 

Autore immagine: 123rf com

 


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