Fermo auto di Equitalia, non più una misura cautelare ma punitiva
Editoriali
7 Feb 2016
 
L'autore
Angelo Greco
 


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Fermo auto di Equitalia, non più una misura cautelare ma punitiva

Ganasce fiscali: il blocco del mezzo non serve né ad Equitalia né al contribuente, eppure chi sarà sfortunato, resterà a piedi per almeno sei anni.

 

Con la modifica al DPR sulla riscossione [1], apportata dal decreto legislativo sulla riforma fiscale [2] in vigore dallo scorso ottobre, il fermo auto applicato da Equitalia non può più essere considerato una misura cautelare: esso, infatti, assume ora tutte le forme di una misura punitiva e afflittiva, una vera e propria sanzione per non aver pagato la cartella nei sessanta giorni dalla notifica.

 

Come abbiamo già spiegato in “Cambia il fermo auto di Equitalia: anche se paghi non ottieni lo sblocco” e in “Blocco auto: così Equitalia lascerà a piedi gli italiani”, anche ottenendo la rateazione del debito contenuto nella cartella di pagamento, non si può più chiedere la cancellazione del fermo auto o dell’ipoteca eventualmente iscritti prima della presentazione dell’istanza stessa. Dunque, è stato cancellato il beneficio che consentiva al contribuente di ritornare nel pieno godimento della propria auto con il pagamento della prima rata del piano di dilazione. Ora, se per l’ipoteca il danno è minimo (difatti, anche ipotecata la casa può essere vissuta e utilizzata), così non è per il fermo: l’auto con le ganasce fiscali non può più muoversi, neanche per motivi di urgenza, pena sanzioni ancora più pesanti. Dunque, la limitazione per il contribuente è enorme.

Questa modifica, però, ha stravolto la natura giuridica del fermo auto. Cerchiamo di capire il perché.

 

Il fermo viene considerato non un momento dell’esecuzione forzata, ma una misura cautelare, volta ad assicurare il buon esito del futuro pignoramento e, quindi, a garantire il creditore che il bene non venga distrutto, corrotto o non perisca per altre ragioni. Dunque, il fermo è un atto strumentale e propedeutico all’esecuzione forzata. Ma in realtà non è stato mai così: quasi mai Equitalia, dopo aver iscritto il fermo, si è preoccupata di pignorare il mezzo (procedura troppo costosa e, soprattutto, aleatoria). Al contrario ha utilizzato il fermo come lama alla gola del contribuente per costringerlo a pagare, sia pure con il sistema della rateazione. E qui il punto nodale: se in passato, chi avesse dimostrato di ravvedersi, pagando la prima rata, poteva ottenere lo sblocco del mezzo, oggi non è più così e solo il pagamento dell’ultima rata cancella il fermo. La conseguenza è che non si può più dire che il fermo sia ancora una misura cautelare, finalizzata al buon esito del pignoramento: esso si è, invece, trasformato in una vera e propria misura sanzionatoria di durata normalmente pari a 6 anni (le dilazioni sono, nella maggior parte dei casi, a 72 rate). Se, infatti, il fermo fosse realmente una misura cautelare, non vi sarebbe ragione di conservarla quando il pignoramento è ormai scongiurato, per il corretto adempimento del debitore. E così, difatti, è stato fino a ottobre scorso. Ora, invece, il fermo rischia di diventare una gogna per buona parte della vita di un’auto: non è infatti difficile pensare che il mezzo, dopo che è stato chiuso in garage per ben sei anni, difficilmente si rimetterà in moto o, comunque, sarà completamente svalutato.

 

Un’auto ferma per un contribuente che paga non ha nessuna ragione di essere: non serve a Equitalia, che tanto non è stata mai interessata al pignoramento, e purtroppo non serve neanche al contribuente. È solo un rottame abbandonato, nella folle corsa volta a punire sempre più i contribuenti morsi dalla crisi.


[1] D.P.R. n. 602/1973.

[2] D.lgs. n. 159/2015 art. 10, co. 1 n. 2.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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