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Le Guide Pubblicato il 7 febbraio 2016

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Le Guide Assegno di mantenimento

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Come si calcola l’assegno di mantenimento all’ex coniuge con la separazione, quando scatta l’obbligo di pagamento, quando chiedere la revoca o la modifica.

Lo scopo dell’assegno di mantenimento

Scopo dell’assegno di mantenimento è quello di assicurare al coniuge con un reddito e un patrimonio più ridotto rispetto all’altro la possibilità di mantenere lo stesso tenore di vita di cui godeva durante il matrimonio. È chiaro, però, che si tratta di un obbiettivo tendenziale, che deve fare i conti con le effettive possibilità economiche dell’altro coniuge di mantenere entrambi i soggetti anche dopo la separazione. Il che non è quasi mai possibile, atteso che i costi della gestione di una famiglia si dimezzano, in molti casi, quando vi è convivenza rispetto invece a quando la coppia si separa (si pensi, per dirne una, alla duplicazione delle bollette per le utenze, delle spese condominiali, ecc.).

L’assegno di mantenimento è quindi volto a fornire al coniuge un sostegno di carattere economico per il tempo successivo al venir meno della convivenza, per quanto consentito dalle capacità economiche del coniuge obbligato. Non ha quindi lo scopo di sanzionare chi dei due coniugi si sia macchiato, con il proprio comportamento, delle colpe che hanno determinato la fine dell’unione. Per esempio, ben potrebbe essere che colui che ha tradito l’altro, ma abbia un reddito più ridotto, non debba versare alcun mantenimento.

Come viene stabilito l’assegno di mantenimento

I criteri di determinazione dell’assegno di mantenimento variano a seconda che si tratti di separazione consensuale o giudiziale. In particolare:

– nella separazione consensuale le parti sono libere di determinare l’assegno di mantenimento in base a parametri personali che non è necessario spiegare nel ricorso. Il giudice non può entrare nel merito di tali valutazioni, ma deve solo prendere atto della volontà dei coniugi. Diverso il discorso per quanto riguarda l’assegno erogato per il mantenimento dei figli: in tal caso, venendo in gioco un interesse superiore di un soggetto terzo e incapace, il tribunale ha il potere di rettificare le decisioni dei coniugi se ritenute inadeguate alla crescita dei minori. Per esempio, se è possibile che i coniugi si accordino per escludere qualsiasi tipo di mantenimento all’ex moglie, non possono però cancellare l’obbligo di mantenimento del padre nei confronti dei figli;

Esistono comunque tesi secondo cui non è possibile la rinuncia all’assegno di mantenimento trattandosi di un diritto inderogabile nascente dal matrimonio. In verità, però, nella pratica, il giudice recepisce quasi sempre le indicazioni dei coniugi;

– nella separazione giudiziale, che si verifica quando i coniugi, non essendo riusciti a trovare un accordo sulle condizioni economiche e personali della separazione, si rimettono alla decisione del giudice, è quest’ultimo a determinare gli importi dovuti per il mantenimento del coniuge debole. Importi, tuttavia, che non sono determinati in modo matematico dalla legge e, pertanto, sono rimessi alla valutazione di una serie di parametri che vedremo a breve.

In tal caso, il giudice può disporre un assegno di mantenimento solo in presenza di una espressa richiesta del coniuge economicamente più debole e mai, invece, d’ufficio.

Quali sono i presupposti per chiedere l’assegno di mantenimento?

Uno dei coniugi può chiedere al giudice l’assegno di mantenimento se sussistono due presupposti di legge:

– la separazione non deve essere addebitabile al coniuge richiedente. Per esempio, se uno dei due coniugi subisce il cosiddetto addebito, in quanto ha abbandonato il tetto coniugale, non può ottenere il mantenimento anche se le sue condizioni economiche sono meno agiate dell’altro;

– il coniuge richiedente non deve avere “adeguati redditi propri“. In pratica il giudice deve fare un’opera simile a quella di chi pesa sulla bilancia due pesi: deve verificare se la situazione economica del coniuge richiedente e dell’altro coniuge presenta un significativo squilibrio patrimoniale. La “adeguatezza” dei redditi deve essere valutata solo avendo a riferimento il tenore di vita goduto dalla coppia durante la convivenza matrimoniale e non quello che si venuto a verificare successivamente. Per esempio: se uno dei due coniugi, dopo la separazione, avvia un’attività propria che gli procura una grossa fortuna economica non dovrà dividere tali redditi con l’altro coniuge.

Se c’è separazione senza addebito

Al coniuge che chiede l’assegno di mantenimento non deve essere stata addebitata la separazione.

Se la separazione è addebitata a entrambi i coniugi nessuno dei due ha diritto al mantenimento. Rimane invece l’obbligo di prestare i cosiddetti “alimenti” che è sempre una prestazione assistenziale di carattere economico, che scatta però solo in caso di effettivo bisogno di uno dei due soggetti ed è di importo più ridotto rispetto all’assegno di mantenimento.

Mancanza di adeguati redditi propri

Uno dei coniugi ha diritto all’assegno di mantenimento se manca di “adeguati redditi propri”. Si deve trattare di uno squilibrio o una evidente disparità reddituale con l’altro coniuge.

Ciò impone:

– di confrontare le condizioni economiche dei coniugi per verificare se esiste una disparità tra i due;

– individuato il coniuge economicamente più debole si deve valutare se i suoi redditi sono “adeguati” avendo come parametro il tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale.

Nel ricostruire e confrontare le condizioni economiche devono essere considerati non solo i redditi in senso stretto (per esempio, la busta paga), ma anche il possesso di eventuali patrimoni mobiliari (titoli) o immobiliari (eventuali case anche se non date in affitto), della redditualità potenziale, delle spese di vita, della disponibilità della casa familiare, della capacità di lavorare e di ogni ulteriore circostanza che possa rilevare ai fini della globale ricostruzione delle potenzialità economiche complessive dei coniugi. Rilevano anche le elargizioni economiche fatte dai familiari a un coniuge durante il matrimonio e che si protraggono dopo la separazione con regolarità e continuità tali da influire in maniera stabile e certa sul tenore di vita dell’interessato; anzi, se il coniuge separato riceve aiuti economici da parte dei familiari e ha capacità di svolgere un’attività professionale, non ha diritto all’assegno di mantenimento.

Il mantenimento al coniuge che non lavorava

Se durante il matrimonio un coniuge viveva a carico dei genitori, l’altro coniuge in grado di procurarsi i mezzi di sussistenza non è esonerato dall’obbligo di versare l’assegno di mantenimento: non rileva che i genitori dato l’inadempimento del coniuge vi abbiano interamente provveduto e continuino a farlo.

Se prima della separazione i coniugi avevano concordato (anche tacitamente) che uno di essi non lavorasse, tale accordo vale anche dopo la separazione, perché la separazione instaura un regime che, a differenza del divorzio, tende a conservare il più possibile tutti gli effetti propri del matrimonio compatibili con la cessazione della convivenza e, quindi, anche il tenore e il “tipo” di vita di ciascuno dei coniugi. Ad esempio ha diritto al mantenimento la moglie che ha abbandonato una propria attività lavorativa per seguire il marito all’estero e che, dopo la separazione, sia rimasta priva di reddito per non aver conseguito nessuna occupazione al suo rientro in Italia.

Che significa “stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio”

Condizione necessaria per avere diritto all’assegno è che il coniuge più debole non sia in grado, con i mezzi propri, di mantenere durante la separazione lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio.

A ben vedere, tuttavia, non bisogna guardare solo al tenore di vita effettivamente goduto durante la convivenza, ma anche a quello che era ragionevole pensare che si sarebbe un giorno raggiunto se l’unione fosse proseguita. Si pensi, per esempio, al caso di un uomo la cui carriera, iniziata con un incarico di basso profilo, avrebbe portato a un innalzamento di qualifica e, quindi, a un miglioramento di retribuzione; o al caso di un imprenditore che, avendo fatto sacrifici per lanciare la propria azienda nella fase di start up, avrebbe sicuramente ottenuto gli utili in un momento successivo. Per cui, se gli eventi migliorativi del reddito del coniuge obbligato si verificano successivamente alla separazione, di essi il giudice deve tenere conto per determinare la misura del mantenimento.

La conservazione del precedente tenore di vita è un obiettivo tendenziale, ma difficilmente raggiungibile tenuto conto che la separazione aumenta le spese fisse dei coniugi. La prevalente giurisprudenza è orientata nel senso di richiedere che, di regola, l’assegno di mantenimento sia tale da consentire al beneficiario almeno un tenore di vita analogo.

Il diritto al godimento dell’assegno è dunque possibile solo nei limiti costituiti dalle condizioni e dalle capacità economiche del coniuge obbligato. Si deve quindi negare il riconoscimento del contributo laddove, pure in presenza di una lieve disparità reddituale, sia impossibile raggiungere lo standard precedente.

Se uno dei due coniugi è giovane e può lavorare

Nel quantificare l’assegno di mantenimento i giudici sono ormai sempre più inclini a valutare l’attitudine lavorativa del coniuge beneficiario. Pertanto, nel caso in cui il coniuge con disponibilità di reddito ridotte sia ancora in età lavorativa e, quindi, abbia la possibilità di procurarsi un reddito proprio, l’importo del mantenimento sarà ridotto rispetto a quello di una persona che, per esempio, è in età avanzata e, non avendo mai lavorato, avrebbe serie difficoltà a trovare una prima occupazione.

No mantenimento se uno dei coniugi ha una relazione stabile con un’altra persona

Secondo un ormai consolidato orientamento della giurisprudenza, si perde il diritto all’assegno di mantenimento se il coniuge beneficiario inizia una nuova relazione con un’altra persona. Non è necessario che la seconda unione confluisca in un matrimonio, ma è sufficiente che si tratti di una convivenza stabile, che abbia tutti i presupposti di una famiglia di fatto, caratterizzata dalla comunione materiale e morale dei due soggetti.

 

La documentazione da produrre per avere il mantenimento

È opportuno che il coniuge ricorrente e il resistente, fin dall’inizio del procedimento, producano i seguenti documenti:

– la dichiarazione dei redditi e tutta la documentazione fiscale completa almeno degli ultimi 3 anni (adempimento obbligatorio in molti tribunali, fra cui quello di Milano); si ricorda però che la cassazione ha ribadito in più occasioni che le dichiarazioni fiscali non hanno un effetto vincolante probatorio per il giudice, che può liberamente apprezzarle e, addirittura, disattenderle, qualora il quadro istruttorio fornisca elementi di convincimento tali da fargli ritenere infedele la documentazione fiscale;

– i documenti attestanti debiti nei confronti di terzi per le più svariate causali (ad esempio, importi rateizzati corrisposti a finanziarie per beni acquistati per la famiglia; mutui);

– visure inerenti le proprietà immobiliari (beni immobili e terreni);

– indicazione di beni mobili, quali azioni, obbligazioni, buoni postali e relativa documentazione bancaria o postale; estratti dei conti correnti intestati a uno o a entrambi i coniugi;

– visure camerali relative a ditte o a società alle quali partecipino le parti e, quando sia il caso, anche i bilanci;

– documenti attestanti l’esistenza di assicurazioni mediche e sulla vita;

– documenti attestanti l’esistenza di cespiti di qualsiasi provenienza;

– stime effettuate da professionisti relative a beni di particolare pregio, quali mobili di antiquariato, opere d’arte in genere, quadri d’autore e gioielli.

Se non si conoscono i redditi del coniuge: diritto di accesso e indagini tributarie

La giurisprudenza riconosce il diritto di accesso agli atti amministrativi nei confronti del coniuge che, ai fini del giudizio contro l’ex, debba procurarsi la documentazione fiscale necessaria a ricostruire la situazione reddituale dell’altro. La domanda va presentata all’Agenzia delle entrate la quale non può limitarsi a esibire solo il quadro Rn del modello unico ma deve fornire le dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni.

In caso di patrimoni nascosti anche al fisco, è chiaro che occorrono mezzi e risorse adeguati alla ricerca; è comunque possibile fare richiesta all’autorità giudiziaria di procedere ad apposite indagini tributarie, così come si può ricorrere ad investigazioni private. Per quanto riguarda, in particolare, le indagini della polizia tributaria, il tribunale ha il potere di delegare agli organi della finanza controlli sui redditi e patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita.

Come si calcola l’assegno di mantenimento

Stabilito chi è il coniuge economicamente più debole, il giudice deve quantificarne in concreto l’ammontare dell’assegno di mantenimento tenendo conto dei seguenti criteri (elaborati ormai da diversi tribunali):

– i redditi del coniuge obbligato: l’importo del reddito da prendere in considerazione per determinare il quantum dell’assegno di mantenimento, è quello costituito dai redditi dichiarati per l’anno di riferimento, che costituisce indice palese e dichiarato delle capacità economiche e reddituali dell’interessato, a prescindere dall’effettivo incasso delle fatture emesse

– il godimento della casa familiare: se il coniuge beneficiario dell’assegno ha ottenuto il godimento della casa famigliare, obbligando l’ex a una sistema alternativa (affitto, acquisto nuovo immobile), di tale ricchezza si dovrà tenere conto ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento. Si tratta infatti di una circostanza rilevante per quantificare l’assegno di mantenimento in quanto rappresenta un valore economico per il coniuge assegnatario, corrispondente di regola al canone ricavabile dalla locazione dell’immobile;

– esistenza di proprietà immobiliari o mobiliari;

– entrate e uscite: il coniuge che è solito effettuare spese consistenti per beni di lusso (si pensi a vacanze costose, auto, immobili, ecc.) manifesta un indice di capacità economica di cui il giudice deve necessariamente tenere conto;

durata del matrimonio: tanto più è stato breve il matrimonio, tanto più basso è l’importo dell’assegno di mantenimento. Il fatto che il matrimonio sia stato di breve durata non esclude di per sé la spettanza dell’assegno, ma può essere una circostanza integrativa della sua quantificazione;

– volontà del coniuge beneficiario di trovare un lavoro. Nei giudizi di separazione il coniuge cui viene richiesto il contributo per il mantenimento (più frequentemente il marito) spesso eccepisce la mancata volontà dell’altro di trovare un lavoro, anche se in presenza di requisiti astratti di idoneità, al fine di esserne esonerato.

Secondo la cassazione il fatto che il richiedente non abbia cercato lavoro o, addirittura, abbia rifiutato delle concrete proposte è ininfluente ai fini dell’accertamento del diritto all’assegno, ma rileva al fine di regolare l’ammontare del contributo, purché l’attitudine al lavoro venga riscontrata non in termini di mere valutazioni ipotetiche ed astratte, ma di effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita che dev’essere verificata in concreto, in relazione alla particolare situazione individuale .

Adeguamento dell’assegno di mantenimento

L’assegno di mantenimento nella separazione deve essere adeguato automaticamente con riferimento agli indici di svalutazione monetaria. La rivalutazione viene calcolata tenendo in considerazione l’indice FOI (Indici dei prezzi al consumo per Famiglie di Operai e Impiegati) pubblicato periodicamente sulla Gazzetta Ufficiale e anche nel sito dell’ISTAT.

L’accordo di separazione o il giudice possono prevedere dei diversi criteri di adeguamento.

Modifica o revoca dell’importo dell’assegno di mantenimento

Il diritto di percepire l’assegno di mantenimento riconosciuto a un coniuge in sede di separazione può essere modificato o revocato in due modi:

– di regola si ricorre alla procedura giudiziale, in presenza di giustificati motivi. Uno o entrambi i coniugi chiedono cioè al tribunale di emettere un decreto con cui si dispone la revoca o la modifica dell’assegno;

– per accordo tra le parti: i coniugi stipulano tra loro una scrittura privata, che però è valida solo nei loro rapporti interni.

Il procedimento giudiziale di modifica delle condizioni dell’assegno di mantenimento consegue a un mutamento delle condizioni economiche di uno dei due coniugi: per esempio, nel caso in cui il beneficiario abbia trovato lavoro o in quello in cui l’obbligato lo abbia perso o abbia subìto un peggioramento delle condizioni di salute che gli impone un aumento di spese sanitarie e una riduzione della capacità lavorativa.

In tutti i casi, comunque, la modifica delle condizioni di separazione deve avvenire solo per fatti sopravvenuti e imprevedibili al momento della iniziale determinazione dell’assegno di mantenimento.

note

Autore immagine: 123rf com

Il dovere di mantenere, istruire ed educare la prole, secondo il precetto di cui all’articolo 147 c.c.,impone ai genitori, anche in caso di separazione (o di divorzio), di far fronte a una molteplicità di esigenze dei figli, certamente non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma inevitabilmente estese all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all’assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione – fin quando la loro età lo richieda – di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione. Il parametro di riferimento, ai fini della corretta determinazione del rispettivo concorso negli oneri finanziari, è costituito, secondo il disposto dell’articolo 148 del Cc, non solo dalle “rispettive sostanze”, ma anche dalla rispettiva capacità di lavoro, professionale o casalingo, di ciascun coniuge, con espressa valorizzazione, oltre che delle risorse economiche individuali, anche delle accertate potenzialità reddituali. Non può, quindi, porsi e risolversi una volta e per tutte, in astratto, quale sia la misura massima di quantificazione dell’assegno da corrispondere per il mantenimento dei figli, dovendo esso commisurarsi alle risorse e alle capacità reddituali dei genitori, nonché alle esigenze di vita menzionate, proporzionate all’ età del figlio non autosufficiente che ancora abbisogna dell’ausilio genitoriale.

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 13 dicembre 2016 n. 25531

Il maggior ammontare del reddito dell’ex coniuge (come nel caso di specie di circa tre volte superiore rispetto a quello dell’ex moglie) è compensato, ai fini della quantificazione dell’assegno di mantenimento, in parte dall’esborso mensile del canone di locazione, a fronte del fatto che l’ex moglie vive in un immobile di proprietà (Nel caso di specie i giudici hanno ritenuto corretta la rimodulazione dell’assegno di mantenimento, decisa dalla Corte d’Appello, in ragione del fatto che, per quanto l’ex marito percepisse uno stipendio nettamente superiore rispetto a quello dell’ex moglie, tale squilibrio fosse in parte compensato dal canone di locazione che doveva sostenere mensilmente).

Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 5 dicembre 2016 n. 24853

Il parametro indispensabile di riferimento per la valutazione di congruità dell’assegno di mantenimento del coniuge e dei figli è costituito dal tenore di vita di cui i coniugi hanno goduto nel corso della convivenza, quale elemento condizionante la qualità e la quantità delle esigenze del richiedente, al cui accertamento il giudice di merito deve procedere verificando le disponibilità patrimoniali dell’onerato: senza, tuttavia, limitarsi a considerare il reddito emergente dalla documentazione fiscale prodotta, ma tenendo conto anche degli altri elementi di ordine economico, o comunque apprezzabili in termini economici, suscettibili di incidere sulle condizioni delle parti, quali la disponibilità di un consistente patrimonio e la conduzione di uno stile di vita particolarmente agiato e lussuoso (Nel caso di specie, correttamente secondo la Cassazione, la Corte distrettuale ha tenuto conto di una pluralità di elementi, univocamente attestanti la disponibilità di considerevoli mezzi economici da parte del ricorrente: come titolarità di un cospicuo patrimonio immobiliare nonché di beni mobili registrati, quali autovetture, motoveicoli e natanti, il cui possesso, risultando di per sé sintomatico di uno standard di vita particolarmente elevato, poteva ritenersi ampiamente sufficiente a giustificare il giudizio d’inattendibilità espresso in ordine ai dati reddituali emergenti dalla documentazione fiscale prodotta dal ricorrente. Inoltre la Corte distrettuale ha correttamente valutato, secondo i giudici della Suprema corte, la capacità di lavoro della ex moglie, riconoscendo le opportunità connesse al titolo di studio universitario ed all’abilitazione professionale di cui la donna era in possesso, ma ridimensionandone anche la portata, alla luce delle difficoltà, ineccepibilmente desunte da nozioni di comune esperienza, che ella era verosimilmente destinata a incontrare nell’inserimento del mondo del lavoro, a causa dell’età ormai avanzata e della mancanza di precedenti esperienze professionali).

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 4 aprile 2016 n. 6427

L’assegnazione della casa familiare prevista dall’articolo 155 quater c.c. (allora vigente, ora art. 337 sexies c.c.) nell’interesse dei figli, rispondendo all’esigenza di conservare l’habitat domestico, inteso come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, è consentita unicamente con riguardo a quell’immobile che abbia costituito il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, con esclusione di ogni altro immobile di cui i coniugi abbiano la disponibilità. Il reddito locativo presuntivo dell’immobile, appartenente ai coniugi ma non configurabile come casa familiare, fino a che l’immobile è gravato dal mutuo, non rappresenta un incremento del reddito dell’ex marito, in quanto tale reddito locativo, solo una volta estinto il suddetto mutuo, potrà integrare quello personale e della nuova famiglia del soggetto obbligato.

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 4 novembre 2015 n. 22581

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