La vittima è testimone nel processo penale, ma non sempre credibile
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7 Feb 2016
 
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La vittima è testimone nel processo penale, ma non sempre credibile

Il contrasto tra le dichiarazioni della parte offesa e chi commette il reato non basta per l’assoluzione: la vittima è testimone di sé stesso, ma il giudice deve valutare la sua credbilità con maggiore prudenza rispetto agli altri testimoni.

 

È vero che le dichiarazioni della vittima di un reato costituiscono prova a suo favore, ma vanno valutate dal giudice secondo criteri più rigorosi e prudenti rispetto a quelle degli altri comuni testimoni. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

 

È la mia parola contro la sua”: una frase simbolo, questa, utilizzata da molti che, nel difendersi da un’accusa, sperano sia sufficiente sostenere il contrario. Ma il pareggio è un risultato che esiste solo a calcio, non certo nel processo penale. Vediamo perché.

 

 

La testimonianza delle parti

Nel processo civile, le parti non possono testimoniare a proprio favore; esse devono quindi ricorrere a terzi che, oltre ad essere testimoni oculari, non devono avere un interesse proprio nella causa (tale però non è il coniuge, neanche se in regime di comunione dei beni, il quale ben può essere sentito dal giudice).

 

Invece, nel processo penale non è così e la vittima può essere “testimone di sé stesso”. Quindi, chi si trincera dietro lo scudo dell’asserito contrasto delle dichiarazioni (appunto “è la mia parola contro la sua”) ha perso in partenza, visto che la persona offesa ha già, nelle proprie stesse dichiarazioni, un punto a proprio favore. Né potrebbe essere altrimenti poiché, diversamente, numerosi reati che si compiono “a tu per tu”, nella segretezza di una stanza o di un luogo appartato (si pensi alla violenza sessuale, alla estorsione, ecc.), non potrebbero mai essere puniti proprio per l’assenza di testimoni.

 

Tuttavia, secondo la Cassazione, il giudizio sulla credibilità delle dichiarazioni rese dalla persona offesa deve seguire criteri maggiormente rigorosi e puntuali rispetto a quelli usati per verificare le affermazioni di un testimone che sia terzo rispetto ai fatti.

 

 

Il caso della violenza sessuale

Per i reati a sfondo sessuale, come la violenza sessuale, è congruo che l’accusa si fondi, quanto alle prove dichiarative, in via principale su quanto riferito dalla parte offesa, dato che tali comportamenti si realizzano abitualmente solo in presenza del soggetto agente e della vittima. Quindi, ai fini dell’affermazione della responsabilità penale dell’imputato sono sufficienti le dichiarazioni rese dalla parte offesa.

 

La parte offesa, però, deve risultare credibile. Il giudice, nel valutare quanto affermato dalla parte offesa, deve porre massima cautela, una prudenza superiore rispetto a quella che prende con i comuni testimoni. Infatti, non è possibile dare piena credibilità ad una vittima che, magari, dall’esame delle dichiarazioni risulti affetta da una patologia di mitomania o che ritenga un comportamento abituale riportare dichiarazioni mendaci.

 

Nel caso di specie, difatti, la Corte ha ritenuto di non prendere in considerazione le dichiarazioni della vittima di un reato di violenza sessuale.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 5 giugno 2015 – 3 febbraio 2016, n. 4358

Presidente Claudia – Relatore Gentili

Ritenuto in fatto

La Corte di appello di Cagliari, con sentenza del 6 luglio 2011, ha sostanzialmente confermato l’arresto con il quale il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Cagliari, all’esito di giudizio abbreviato, aveva dichiarato la penale responsabilità di G.P.P. in ordine al resto di cui all’art. 609-bis cod. pen., ritenuta sussistere l’ipotesi attenuata di cui all’ultimo comma della detta disposizione, per avere in una occasione usato violenza sessuale nei confronti di L.T., figlia della propria convivente, condanndolo, pertanto, alla pena di giustizia.

Come detto la Corte territoriale ha confermato l’ipotesi accusatoria riformando la sentenza del giudice di prime cure solo con riferimento alla applicazione delle pene accessorie, non disposte da quello.

Avverso la detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il prevenuto, tramite il proprio difensore, deducendo due motivi di lagnanza.

Il base al primo di essi è sostenuta la illegittimità della sentenza della Corte territoriale per non avere questa tenuto conto di una prova decisiva, cui nel testo della impugnata

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[1] Cass. sent. n. 4358/16 del 3.02.2016.

 

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