Assegno contraffatto: la somma va restituita
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9 Feb 2016
 
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Assegno contraffatto: la somma va restituita

Nel caso in cui l’assegno presenti delle alterazioni e quindi possa essere considerato come contraffatto la persona che l’ha illegittimamente incassato è tenuta alla restituzione della somma incamerata.

 

Chi incassa un assegno sul quale sono presenti delle alterazioni, e pertanto risulti contraffatto, non può giustificarsi scaricando la colpa sulla banca che gli ha consegnato la somma, consentendogli di incassarla: al contrario, è tenuto a restituire il denaro qualora vi sia stata la contestazione del titolare del conto corrente. Insieme a lui, però, ne risponde anche la banca tutte le volte in cui le alterazioni siano stati tali da essere facilmente visibili. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

 

 

Si parla di falsificazione di un assegno, per fare un esempio, quando la firma apposta sul titolo è imitata perfettamente. In realtà il presunto traente non ha mai apposto sul titolo la propria firma perché altri fraudolentemente gliela hanno imitata.

Si ha invece alterazione quando il testo dell’assegno era per così dire sorto bene, ma successivamente è stato manipolato cosicché l’obbligazione originaria non appare più nella sua genuinità ma in termini diversi.

 

Poiché, nella prassi, chi altera un assegno è quasi sempre un soggetto con moralità dubbia e, peraltro, difficilmente reperibile o solvibile, il contenzioso di chi viene truffato si concentra, di solito, contro la banca che ha pagato l’assegno. E quindi il punto fondamentale della discussione giuridica è: quando l’istituto di credito è responsabile per aver pagato un assegno evidentemente contraffatto? Procediamo con ordine.

 

Uno dei casi in cui più spesso viene invocata la responsabilità della banca è quello in cui sia falsa la firma di traenza (quella cioè apposta da chi si presume aver emesso l’assegno). La giurisprudenza della Suprema Corte [2] ritiene che l’istituto di credito debba porre la dovuta diligenza nel verificare se la firma sia effettivamente quella del titolare del conto o meno. Solo una falsificazione particolarmente precisa, tale cioè da non essere percepibile ad occhio nudo, potrebbe giustificare l’assenza di responsabilità della banca. Infatti, secondo i giudici, nel caso di falsificazione di assegno bancario, la diligenza richiesta all’operatore dello sportello è quella dell’accorto banchiere che è certamente un grado superiore rispetto a quello dell’uomo comune: e ciò per via della delicatezza dell’attività che pone in essere.

 

È quindi il giudice a dover verificare, caso per caso, se la falsificazione era facilmente percepibile o meno dall’impiegato tenuto al pagamento del titolo. Si tratta di una verifica che – di regola – deve essere rivolta ad accertare se la falsificazione sia o meno riscontrabile attraverso un attento esame diretto, visivo o tattile, dell’assegno da parte del banchiere in possesso di comuni cognizioni teoriche e/o tecniche. Si deve, quindi, trattare di una alterazione riscontrabile sì ad occhio nudo, ma pur sempre da un occhio attento ed esperto. Al contrario se la falsificazione è rilevabile soltanto grazie ad attrezzature tecnologicamente sofisticate e di difficile e dispendioso reperimento e/o utilizzo o tramite particolari cognizioni teorico e/o tecniche, allora sarà certamente più difficile vincere la causa contro la banca e ottenere da quest’ultima il risarcimento.


[1] Cass. sent. n. 2305/2016.

[2] Cass. sent. n. 6513/2014.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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