Non vanno pagati i diritti se la musica è nella sala d’attesa
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9 Feb 2016
 
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Non vanno pagati i diritti se la musica è nella sala d’attesa

La riproduzione non autorizzata di musica, se rivolta a un ristretto numero di persone, non lede i diritti connessi al diritto d’autore.

 

Diritto d’autore e diritti connessi: non bisogna chiedere l’autorizzazione alla SCF (società Consortile Fonografi), né pagare il relativo dazio per la diffusione sonora se la musica viene trasmessa in un ambiente riservato a un ristretto numero di persone e queste, tra loro, si avvicendano nell’ascolto; è il caso, ad esempio, di una sala d’attesa del dentista. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].

 

Non è la prima volta che la Suprema Corte si pronuncia sulla contestazione della violazione dei diritti d’autore e diritti connessi in caso di musica d’intrattenimento e, in particolar modo, di riproduzioni sonore nei salottini degli studi medici. Lo scopo della diffusione non è certo quella di creare una sala destinata principalmente all’ascolto delle trasmissioni radiofoniche, ma di alleviare ai pazienti l’ansia dell’attesa e il timore – se mai ve ne fosse – del trapano. Così, non c’è alcuna ragione di pagare i cosiddetti diritti connessi alla Società Consortile Fonografi.

 

Del resto, a favore degli utilizzatori di musica si è già pronunciata la Corte di Giustizia Europea e i giudici nazionali non possono ignorare tale decisione, che costituisce ormai diritto oggettivo e regola anche per il nostro Stato. A riguardo, la Cassazione ricorda che l’interpretazione di una norma del diritto comunitario, fornita dalla Corte di Giustizia UE, deve essere applicata dal giudice italiano anche nei rapporti giuridici sorti e costituiti prima della sentenza interpretativa.

 

 

La comunicazione al pubblico

La legge vieta la riproduzione “in pubblico” non autorizzata di musica protetta da altrui diritti d’autore, autorizzazione che – nell’ambito del repertorio protetto dalla SIAE – deve essere appunto fornita dalla Società Italiana Autori ed Editori. Il punto è definire cosa si debba intendere per “pubblico”. Secondo la Cassazione, si deve intendere un numero indeterminato di destinatari potenziali, comprendente un numero di persone piuttosto considerevole.

 

Dunque, un ristretto numero di persone a cui il dentista rende udibile la musica (sia essa derivante dalla radio che da un impianto stereo con riproduzione di un cd) e il fatto che tali persone si avvicendano nell’ascolto, esclude la nozione di pluralità di persone necessaria per integrare gli estremi della “comunicazione al pubblico”.

 

Pertanto nulla deve pagare il soggetto che diffonde tale musica nella propria sala di attesa. In questo caso, però, trattandosi di diritti connessi, non entra in gioco il diritto alla riscossione della SIAE, ma della Società Consortile Fonografi (SCF).

 

 

Aggiornamento

Si pubblica di seguito una richiesta di chiarimento inviataci dalla SIAE

In riferimento al vostro articolo “Non vanno pagati i diritti se la musica è nella sala d’attesa”, pubblicato il 9 febbraio scorso, precisiamo che l’ordinanza della Corte di Cassazione che avete richiamato non contiene in realtà alcun riferimento ai diritti d’autore, bensì parla di diritti connessi. Di conseguenza, sia il titolo dell’articolo che il suo contenuto risultano inesatti e fuorvianti.

L’ordinanza della Corte di Cassazione depositata l’8 febbraio 2016 conferma infatti i principi già affermati dalla Corte di Giustizia (sentenza del 15 marzo 2012), la quale ha escluso che fosse dovuta una remunerazione ai titolari dei diritti connessi – che, lo ribadiamo ancora una volta, sono cosa ben diversa dai diritti d’autore – per l’utilizzo di fonogrammi nella sale di attesa degli studi dentistici. Peraltro, nulla di nuovo sotto al sole: la Corte di Cassazione si era già espressa in questo senso con una sentenza dell’11 settembre 2015.

Non solo dunque la Corte di Cassazione non  parla di diritti d’autore: ma la stessa Corte di Giustizia ai punti 74 e 75 della sentenza del 2012 si è preoccupata di sottolineare la differenza fra i diritti degli autori,  che richiedono per il loro esercizio il preventivo consenso dei titolari, e  i diritti connessi degli  artisti interpreti o esecutori e dei produttori di fonogrammi, che sono invece semplici diritti a compenso, e come tali sorgono e possono essere fatti valere non prima ma dopo che un fonogramma pubblicato a fini commerciali, o una riproduzione del medesimo, sia o sia già stato utilizzato per una comunicazione al pubblico da parte di un utente. E tale ontologica differenza fra i due diritti, conclude la Corte, comporta una diversa valutazione della nozione di comunicazione al pubblico. 

Quindi la stessa Corte di Giustizia nella sentenza richiamata dalla Cassazione ha fatto un esplicito riferimento all’esclusiva d’autore proprio per sottolinearne la diversa valenza, in rapporto anche alla nozione di comunicazione al pubblico, rispetto ai diritti connessi dei produttori fonografici.

Ci auguriamo che vorrete condividere questa precisazione con i vostri lettori.

Ufficio Comunicazione SIAE


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 2 dicembre 2015 – 8 febbraio 2016, n. 2468

Presidente Dogliotti – Relatore Ragonesi

Svolgimento del processo

La Scf – Società Consortile Fonografi (di seguito, solo SCF), che svolge attività di collecting, in Italia e all’estero, quale mandataria per la gestione, l’incasso e la ripartizione dei diritti dei produttori fonografi consorziati, con atto di citazione notificato il 25.7.2011 nei confronti di C.R. , medico odontoiatra, chiedeva di accertarsi che questi nel proprio studio privato effettuava la diffusione, in sottofondo, di fonogrammi oggetto di privativa e che tale attività, costituendo comunicazione al pubblico ai sensi della legge italiana sul diritto d’autore, nonché del diritto internazionale uniforme a quello comunitario, era soggetta alla corresponsione di un equo compenso, da liquidarsi in separato giudizio.
Il C. nel resistere in giudizio, chiedeva il rigetto della domanda.
Con sentenza 10901/2010, il Tribunale di Milano accoglieva la domanda proposta da SCF.
Avverso detta sentenza il C. proponeva appello dinanzi alla Corte territoriale di Milano.
Resisteva l’appellato.
La Corte d’Appello di Milano, con provvedimento depositato il 28.1.2014, rigettava

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[1] Cass. ord. n. 2468/16 dell’8.02.2016.

 

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