Stalking: come si prova lo stato di ansia e paura della vittima
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9 Feb 2016
 
L'autore
Maria Monteleone
 


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Stalking: come si prova lo stato di ansia e paura della vittima

Lo stato di ansia e paura della vittima di stalking può essere accertato attraverso le dichiarazioni della vittima stessa, senza necessità di una perizia medica.

 

Per la prova dello stato di ansia e paura della vittima di stalking non occorre necessariamente una perizia medica. Il giudice, infatti, può basarsi già sulle dichiarazioni della vittima se chiare, precise e concordanti e ancor meglio se confermate da testimoni.

 

È rilevante inoltre la dimostrazione del cambiamento delle abitudini di vita della vittima e in ogni caso della sua reazione alla condotta dello stalker (per esempio consultazione di uno psicologo/psichiatra, continue denunce ai carabinieri, trasferimento in altro luogo ecc.), dai quali si può facilmente desumere l’effetto lesivo per la vita personale e sociale della vittima.

 

Così, con una recentissima sentenza, la Cassazione [1] fa chiarezza sull’accertamento probatorio dell’evento provocato dallo stalker.

 

Nel processo avente ad oggetto il reato di stalking occorre accertare non solo la condotta dell’imputato (minacce e molestie reiterate) ma anche l’evento che questa ha provocato nella vittima e cioè: grave stato di ansia o di paura e/o fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva e/o costrizione ad alterare le proprie abitudini di vita [2].

 

Ebbene la prova di tale evento “deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata”.

 

I giudici sottolineano che per la prova dello stato di ansia, paura o turbamento psicologico deve escludersi la necessità del ricorso a una perizia medica [3].

 

Ciò in quanto, innanzitutto, possono bastare le dichiarazioni della vittima, laddove attendibili e coincidenti con il restante quadro probatorio (principalmente prove testimoniali di soggetti vicini che hanno assistito alle conseguenze delle molestie e persecuzioni).

 

Inoltre, una volta provati i fatti persecutori (per esempio telefonate ossessive, pedinamenti, minacce ecc.) e la loro reiterazione, si presume la loro idoneità a causare inevitabilmente, secondo logica e comune esperienza, una grave alterazione dell’equilibrio psicologico della vittima.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. V Penale

sentenza 14 ottobre 2015 – 8 febbraio 2016, n. 5011
Presidente Lapalorcia – Relatore Caputo

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza deliberata in data 24/06/2014, la Corte di appello di Lecce ha rideterminato in melius la pena irrogata a C.D. , confermando, nel resto, la sentenza del 22/09/2011 con la quale il Tribunale di Taranto lo aveva dichiarato colpevole dei reati di diffamazione e di atti persecutori in danno di Ca.Lu. , condannandolo altresì al risarcimento dei danni in favore della parte civile.
2. Avverso l’indicata sentenza della Corte di appello di Lecce ha proposto ricorso per cassazione C.D. , attraverso il difensore avv. A. Ingroia, articolando tre motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173, comma 1, disp. att. cod. proc. pen..
Il primo motivo denuncia inosservanza o erronea applicazione dell’art. 612-bis cod. pen.. Sotto un primo profilo, lamenta il ricorrente il difetto del requisito della reiterazione della condotta: l’indicazione temporale contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui l’invio da parte da parte dell’imputato di messaggi e telefonate si sarebbe protratto “per

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[1] Cass. sent. n. 5011 del 8.2.2016

[2] Art. 612bis cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 18999/2014.

 


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