La responsabilità indiretta (o per fatto altrui)
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12 Feb 2016
 
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La responsabilità indiretta (o per fatto altrui)

La responsabilità dei padroni e dei committenti, del proprietario per i danni cagionati dal veicolo, la responsabilità per i danni cagionati dall’incapace, la responsabilità dei genitori (o del tutore) per i danni cagionati dal fatto illecito dei figli minorenni.

 

Di regola, l’obbligo di risarcire il danno incombe su colui che ha commesso il fatto. Non mancano però ipotesi in cui, soprattutto allo scopo di rafforzare la tutela dei danneggiati, è prevista la responsabilità di un soggetto diverso dall’autore del fatto dannoso, accanto, eventualmente, alla responsabilità di quest’ultimo. Tra le forme di responsabilità indiretta ricordiamo:

 

– la responsabilità dei padroni e dei committenti per i danni arrecati dal fatto illecito dei loro domesti commessi nell’esercizio delle incombenze a cui sono adibiti (art. 2049): ad es., nel caso in cui un muratore, lavorando su una impalcatura, faccia cadere la cazzuola e ferisca un passante, del fatto risponde l’imprenditore edile dal quale il muratore dipende. La responsabilità del datore di lavoro non ammette prova liberatoria.

Presupposti di tale responsabilità si rinvengono nella sussistenza di un rapporto di preposizione con conseguente possibilità di controllo e sorveglianza sulla attività del preposto da parte del preponente e nella sussistenza di un nesso di necessaria occasionalità tra le mansioni espletate e il fatto dannoso, tale per cui le mansioni espletate abbiano determinato o anche soltanto agevolato la realizzazione del fatto lesivo. È irrilevante, pertanto, che il dipendente abbia superato i limiti delle mansioni affidategli o che abbia agito con dolo e per finalità strettamente personali. Ad esempio, in applicazione di tale principio Cass. 17836/2007, ha affermato la responsabilità del Ministero della difesa per le violenze subite da un militare di leva da parte di soldati e graduati in quanto realizzate proprio in virtù del vincolo di sovraordinazione gerarchica esercitato sul danneggiato.

 

Anche nel caso, piuttosto frequente, del funzionario di banca che trattenga somme di denaro dei clienti, la responsabilità della banca richiede l’accertamento del nesso di occasionalità necessaria tra l’esercizio dell’attività lavorativa e il danno, ed è riscontrabile quando il fatto lesivo è stato prodotto o agevolato da un comportamento riconducibile allo svolgimento dell’attività lavorativa, anche se il dipendente abbia operato oltrepassando i limiti delle proprie mansioni o abbia agito all’insaputa del datore di lavoro. Tale accertamento, peraltro, con riferimento ad un istituto bancario, va svolto con particolare rigore, in considerazione della peculiare natura dell’attività di raccolta del risparmio e di esercizio del credito, dei controlli e dei vincoli pubblicistici oltre che della conseguente particolare intensità dell’affidamento del cliente in ordine alla correttezza e lealtà dei comportamenti dei preposti alle singole funzioni (Cass. 6033/2008);

 

– la responsabilità del proprietario per i danni cagionati dal veicolo (art. 2054, co. 3), qualora il proprietario sia persona diversa dal conducente: il proprietario del veicolo è responsabile in solido con il conducente se non prova che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà. Ad integrare la prova liberatoria dalla presunzione di colpa stabilita dall’art. 2054, co. 3, non è sufficiente la dimostrazione che la circolazione del veicolo è avvenuta senza il consenso del proprietario, ma è necessario che detta circolazione sia avvenuta contro la sua volontà, la quale deve manifestarsi attraverso un concreto ed idoneo comportamento ostativo, specificamente inteso a vietare ed impedire la circolazione del veicolo attraverso atti e fatti rivelatori della diligenza e delle cautele allo scopo adottate (Cass. 7-7-2006, n. 15521);

 

– la responsabilità per i danni cagionati dall’incapace (art. 2047): in caso di danno cagionato da persona incapace di intendere o di volere, il risarcimento è dovuto da chi è tenuto alla sorveglianza dell’incapace, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto.

 

Secondo l’opinione tradizionale, però, tale norma non contempla un caso di responsabilità indiretta ma di responsabilità per colpa e precisamente per culpa in vigilando; in sostanza, la persona tenuta alla sorveglianza deve vigilare affinché l’incapace non arrechi danno ad altri e tale dovere si concreta nel cercare di «impedire il fatto». La colpa, in tal caso, sarebbe presunta dato che il relativo onere della prova incombe sul sorvegliante stesso. In giurisprudenza si è ritenuto, ad esempio, che il personale sanitario addetto a un reparto psichiatrico è responsabile dei danni causati dalle persone ricoverate, stante la configurabilità di un dovere di sorveglianza a carico del personale stesso. Tale responsabilità presuppone soltanto la prova concreta della incapacità di intendere e di volere del soggetto ricoverato (Cass. 12965/2005);

 

la responsabilità dei genitori (o del tutore) per i danni cagionati dal fatto illecito dei figli minorenni che abitano con essi; analoga responsabilità è prevista per i precettori e i maestri d’arte per i fatti illeciti dei loro allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza (art. 2048).

La responsabilità è esclusa solo se gli interessati provano di non aver potuto impedire il fatto. Per quanto riguarda i genitori, sono responsabili dei danni cagionati dai figli minori che abitano con loro sia per quanto riguarda i comportamenti illeciti che siano frutto di omessa o carente sorveglianza, sia con riguardo agli illeciti riconducibili ad oggettive carenze nell’attività educativa che si manifestino nel mancato rispetto delle regole della convivenza civile vigenti nei diversi ambiti del contesto sociale in cui il soggetto si trovi ad operare (Cass. 7050/2008).

La responsabilità dei precettori e dei maestri trova applicazione limitatamente al danno cagionato ad un terzo dal fatto illecito dell’allievo; essa, pertanto, non è applicabile al danno che l’allievo ha procurato a se stesso (Cass. 10030/2006). Anche in tale ipotesi, come in quella precedente, parte della dottrina ravvisa un caso di responsabilità per colpa e precisamente di culpa in educando o in vigilando.

 

Non va confusa la figura in commento con quella prevista all’art. 2047; infatti, l’art. 2047 si riferisce ai danni cagionati da persone incapaci di intendere e di volere, per cui la responsabilità del sorvegliante è esclusiva; mentre l’art. 2048 sanziona i fatti illeciti commessi da persone minori di età ma capaci di intendere e di volere, per cui la responsabilità dei genitori (o dei tutori, precettori etc.) non esclude la personale responsabilità dell’autore dell’illecito.

 

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