Responsabilità civile: tutti i tipi di danno
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13 Feb 2016
 
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Responsabilità civile: tutti i tipi di danno

Il danno da illecito civile e il risarcimento: danno patrimoniale e non patrimoniale.

 

«Danno» è qualsiasi lesione di un interesse giuridicamente apprezzabile e tutelato dall’ordinamento.

 

In particolare, si definisce danno patrimoniale quello che si traduce, direttamente o indirettamente, in un pregiudizio al patrimonio: esso può consistere nella perdita, distruzione o danneggiamento di un bene patrimoniale, nella perdita di un guadagno o nella necessità sopravvenuta di compiere delle spese.

 

Il danno patrimoniale si distingue in:

 

danno emergente, consistente in una diminuzione del patrimonio;

 

lucro cessante, che si identifica nel mancato guadagno determinato dal fatto dannoso (ad es. se viene danneggiato un taxi, il danno emergente è dato dalle spese necessarie per la riparazione, il lucro cessante dal guadagno che il titolare del taxi avrebbe conseguito se avesse utilizzato il proprio automezzo nel tempo in cui questo è rimasto fermo in officina).

 

Il danno non patrimoniale, invece, è la lesione di interessi inerenti alla persona privi di un valore di scambio (la salute, l’integrità morale etc.).

 

Il codice civile fissa la regola della risarcibilità dei danni non patrimoniali nei soli casi determinati dalla legge (art. 2059), che sono stati tradizionalmente individuati nei danni derivanti da reato (art. 185 c.p.).

 

Con le sentenze n. 8827 e 8828 del 2003 la Cassazione ha inaugurato un nuovo inquadramento sistematico delle varie figure di danno non patrimoniale, confermato da Cass. S.U. 26972/2008 e dalla giurisprudenza successiva. In particolare, si è affermato che il fatto stesso che l’interesse leso sia direttamente o indirettamente previsto e tutelato dalla Costituzione, fonte sovraordinata rispetto alla legge (e quindi anche rispetto all’art. 2059), rende di fatto necessitata la sua tutela e, quindi, in caso di lesione, il risarcimento integrale del pregiudizio patito, comprensivo sia dei danni patrimoniali che di quelli non patrimoniali.

 

Naturale corollario della nuova interpretazione dell’art. 2059, successivamente avallata dalla Corte costituzionale con la sentenza 233/2003, è che tutti i danni di natura non patrimoniale devono essere risarciti ai sensi dell’art. 2059, restando invece risarcibili ai sensi dell’art. 2043 solo i danni patrimoniali veri e propri.

 

Accanto alla tradizionale figura del danno morale identificabile nel patema d’animo o nella sofferenza interiore subiti dalla vittima dell’illecito, ovvero nella lesione casuata alla dignità o integrità morale, quale massima espressione della dignità umana), deve ricondursi alla previsione risarcitoria di cui all’art. 2059 anche il danno biologico (inteso come lesione dell’integrità psicofisica della persona accertabile medicalmente ed indipendente dalla capacità di produrre reddito del danneggiato: cfr. in proposito le definizioni di cui agli artt. 138-139 D.Lgs. 209/2005) la cui tutela, a partire dalla nota sentenza della Corte Costituzionale 184/1986, era stata invece affermata ai sensi degli artt. 2043 e 32 Cost. (a titolo, cioè, di danno patrimoniale), per non incorrere nella limitazione del risarcimento prevista dall’art. 2059 (che limitava il risarcimento ai soli danni da reato).

 

Del pari, il risarcimento del danno non patrimoniale potrà essere riconosciuto in tutti i casi in cui venga allegato e provato un pregiudizio conseguente alla lesione di un qualsiasi altro interesse di rango costituzionale inerente alla persona (cd. danno esistenziale).

 

A questo proposito, mentre il risarcimento del danno biologico è subordinato all’esistenza di una lesione dell’integrità psico-fisica medicalmente accertabile, il danno esistenziale, da intendere come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva e interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno, va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo peraltro particolare rilievo la prova per presunzioni (Cass. 21223/2009).

 

Concludendo sul punto, può dirsi che a un sistema risarcitorio tripolare, incentrato sulle figure del danno biologico (risarcibile ex artt. 2043 c.c. e 32 Cost), del danno morale soggettivo (risarcibile ex art. 2059 c.c. e art. 185 c.p.) e del danno patrimoniale (risarcibile ex art. 2043), si è sostituito un inquadramento di tipo bipolare, che individua unicamente le due categorie del danno patrimoniale (risarcibile ex art. 2043 nelle due componenti del danno emergente e del lucro cessante) e del danno non patrimoniale (risarcibile ex art. 2059 c.c. reinterpretato e, quindi, senza limitazioni), comprendendo in questo ogni danno di natura non patrimoniale derivante da lesione di valori inerenti alla persona e quindi sia il danno morale soggettivo, sia il danno biologico, sia infine il danno conseguente alla lesione di altri interessi di rango costituzionale inerenti alla persona (cd. danno esistenziale).

 

Laddove queste voci di danno ricorrano cumulativamente, occorre tenere conto di ciascuna in sede di liquidazione del danno, in ossequio al principio dell’integralità del risarcimento, con l’unico limite che la stessa tipologia di danno non può essere calcolata due (o più) volte sulla base di diverse denominazioni meramente formali.

 

Deve peraltro ribadirsi che il danno, anche in caso di lesione di valori della persona, non può considerarsi in re ipsa, risultando altrimenti snaturata la funzione del risarcimento, che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno bensì quale pena privata per un comportamento lesivo, ma va provato dal danneggiato secondo la regola generale ex art. 2697 c.c.

 

A tale stregua, il danno non patrimoniale deve essere sempre allegato e provato, in quanto l’onere della prova non dipende dalla relativa qualificazione in termini di «danno-conseguenza», ma tutti i danni extracontrattuali sono da provarsi da chi ne pretende il risarcimento, e pertanto anche il danno non patrimoniale, nei suoi vari aspetti; la prova può essere data con ogni mezzo, anche per presunzioni.

 

Il danno esistenziale può essere desunto, in forza dell’art. 115, co. 2, c.p.c., anche da massime di comune esperienza, quali la giovane età del danneggiato al momento dell’infortunio e la gravità delle conseguenze dell’infortunio (es., immobilizzazione sulla sedia a rotelle) incidenti sulla normale vita di relazione dell’infortunato avuto riguardo alla capacità di procreazione, alla vita sessuale, alla possibilità di praticare sport e altre analoghe attività (Cass. 777/2015).

 

 

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