Il danno da morte
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13 Feb 2016
 
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Il danno da morte

Il danno tanatologico: danno biologico terminale, danno morale terminale, trasmissibilità del diritto al risarcimento e quantificazione del danno.

 

Prima dell’intervento «rivoluzionario» di Cass. 1361/2014 si affermava che, in caso di morte sopraggiunta a breve distanza dalle lesioni, in capo alla vittima poteva sorgere il diritto al risarcimento, in maniera disgiunta o congiunta:

 

– del danno biologico terminale, in relazione all’effettiva compromissione dell’integrità psicofisica, sempre che la sopravvivenza del soggetto leso si fosse protratta per un lasso di tempo apprezzabile;

– del danno morale terminale (catastrofale o catastrofico), subordinatamente alla circostanza che tra il fatto lesivo e il decesso la vittima fosse rimasta cosciente e, dunque, fosse stata in grado di percepire la sofferenza connessa allo spegnersi della propria vita.

 

Nella giurisprudenza di merito si riscontravano, invece, diverse aperture nei confronti del danno da morte immediata (Trib. Brindisi 12-12-2013; Trib. Venezia 23-8-2010).

Cass. 1361/2014, come accennato, ha rivoluzionato lo scenario, affermando che il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita della vita – bene supremo dell’individuo, oggetto di un diritto assoluto e inviolabile – è garantito dall’ordinamento in via primaria anche sul piano della tutela civile, presentando carattere autonomo dal danno alla salute; esso, pertanto, rileva a prescindere dalla consapevolezza che il danneggiato ne abbia avuto e deve essere risarcito anche in caso di morte immediata, senza che assumano rilievo né la persistenza in vita della vittima per un apprezzabile lasso di tempo, né l’intensità della sofferenza dalla stessa subita per la cosciente e lucida percezione dell’ineluttabilità della propria fine (Cass. 1361/2014).

 

La tesi contraria riteneva che non fosse concepibile che il soggetto che muore acquistasse il diritto al risarcimento, essendo logicamente inconfigurabile la stessa funzione del risarcimento, che non ha natura sanzionatoria bensì riparatoria, funzione che in caso di morte non è attuabile a favore del defunto (Cass. 6754/2011) e il risarcimento, allora, assumerebbe una funzione meramente punitiva.

In realtà, al momento della lesione mortale il diritto di credito risarcitorio entra istantaneamente nel patrimonio della vittima, quale corrispettivo del danno ingiusto, senza che rilevi la distinzione tra morte mediata o immediata.

Nel determinare la scomparsa della persona la morte determina contestualmente anche l’insorgenza della pretesa risarcitoria e del relativo trapasso agli eredi.

Del resto, in un ordinamento in cui il diritto alla salute è definito dalla giurisprudenza quale situazione resistente a oltranza (Cass. S.U. 5172/1979), è impensabile che il diritto alla vita possa essere tutelato in maniera meno penetrante e diretta.

 

La tesi dell’incedibilità e intrasmissibilità del diritto al risarcimento del danno non patrimoniale in ragione del relativo carattere strettamente personale è stata superata dalla giurisprudenza (Cass. 22601/2013).

L’unico ostacolo alla risarcibilità del danno tanatologico è rappresentato dal principio affermato da Cass. S.U. 26972/2008 secondo il quale è risarcibile soltanto il danno-conseguenza e non anche il danno-evento.

Tuttavia, tale principio non appare di per sé idoneo a escludere la risarcibilità del danno da perdita della propria vita, poiché la perdita della vita, bene supremo dell’uomo e oggetto di primaria tutela da parte dell’ordinamento, non può rimanere priva di conseguenze anche sul piano civilistico.

 

Il risarcimento del danno da perdita della vita costituisce, quindi, un’ontologica e imprescindibile eccezione al principio della risarcibilità dei soli danni-conseguenza. La morte, infatti, ha come conseguenza la perdita di tutto, non solo di uno dei molteplici beni ma del bene supremo, la vita, che tutto il resto racchiude, non già di qualche effetto o conseguenza bensì di tutti gli effetti e conseguenze.

 

In ordine alla quantificazione del danno da perdita della vita, l’autonomia del bene vita rispetto al bene salute/integrità psicofisica impone di individuare un sistema di quantificazione particolare e specifico, diverso da quello dettato per il danno biologico. Essendo la vita insuscettibile di valutazione economica, appare imprescindibile la valutazione equitativa, condotta con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, considerandosi in particolare la rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza sociale e i vari fattori incidenti sulla gravità della lesione.

 

Non essendo il danno da perdita della vita della vittima contemplato dalle tabelle di Milano, è rimessa alla prudente discrezionalità del giudice di merito l’individuazione dei criteri di relativa valutazione che consentano di pervenire alla liquidazione di un ristoro equo, ovvero congruo, adeguato e proporzionato, non essendo idonea una soluzione di carattere meramente soggettivo, né la determinazione di un ammontare uguale per tutti, a prescindere cioè dalla relativa personalizzazione, in considerazione in particolare dell’età, delle condizioni di salute e delle speranze di vita futura, della vittima.

 

Occorre evidenziare che Cass. 5056/2014 ha rimesso al primo presidente della Cassazione, affinché valuti l’opportunità dell’assegnazione alle sezioni unite, la questione riguardante l’acquisizione immediata in capo alla vittima (e, quindi la trasmissione ai suoi eredi) del diritto al risarcimento del danno tanatologico. L’ordinanza si limita a prendere atto dell’evidente contrasto di giurisprudenza determinatosi in seno alla terza sezione civile e a chiedere che il dissidio venga ricomposto.

 

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