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Lo sai che? Pubblicato il 13 febbraio 2016

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Lo sai che? Diritto di abitazione del coniuge superstite anche con vendita all’asta

> Lo sai che? Pubblicato il 13 febbraio 2016

Il coniuge superstite ha il diritto di abitazione nella casa ove la famiglia aveva l’ultima residenza anche nel caso in cui l’immobile venga venduto all’asta o trasferito.

La domanda

La questione sottopostaci da una lettrice, oltre che interessante per i suoi risvolti umani, ci consente di chiarire i termini del diritto di abitazione sulla casa coniugale da parte del coniuge superstite.

La situazione reale che ci viene prospettata da una anziana signora è la seguente:

“Mio marito è mancato meno di un anno fa.

Insieme possedevamo la casa ove abitiamo da trent’anni. Al momento della morte, io e mio figlio avremmo dovuto ereditare la quota di mio marito. Pensando di risparmiare sulle tasse e consapevoli del fatto che io sarei rimasta a vivere lì gli anni che mi rimangono, ho rinunciato all’eredità facendo in modo che la proprietà della casa fosse intestata per intero a mio figlio che, peraltro, è molto affezionato a me.

In quest’anno è successo di tutto: mio figlio ha perso il lavoro ed il piccolo negozio intestato a sua moglie non va tanto bene. Vi sono pure parecchi arretrati verso Equitalia.

Se a causa dei debiti dei miei familiari si dovesse arrivare alla vendita all’asta della casa – cosa che non posso escludere, vista la situazione – corro il rischio di rimanere senza un tetto?”

 

La risposta

Il diritto di abitazione della casa coniugale a favore del coniuge superstite.

L’art. 540, secondo comma del Codice Civile riserva a favore del coniuge superstite il diritto di abitazione della casa adibita a residenza familiare e di utilizzare i beni che la arredano, sia la casa fosse di proprietà esclusiva del coniuge deceduto, sia che fosse in comunione.

Lo scopo della norma è di tutelare non tanto l’interesse economico del coniuge superstite di disporre di un alloggio, quanto l’interesse morale legato alla conservazione dei rapporti affettivi e consuetudinari con la casa familiare; la conservazione della memoria del coniuge scomparso, delle relazioni sociali e degli status simbol goduti durante il matrimonio.

La Cassazione ritiene che il Codice miri a tutelare la “stabilità delle abitudini di vita” legate all’abitazione nella casa familiare [1].

Ne segue – ma non è ovviamente il nostro caso – che la regola non si applica nel caso di coniugi separati o non conviventi, stante l’impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare. Situazione, questa, che fa venir meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell’attribuzione del diritto di abitazione [2].

Si tratta di un diritto che si acquisisce per eredità?

Il diritto di abitazione è riconosciuto dalla legge indipendentemente dalla circostanza che si sia acquisita o meno la qualità di erede del defunto: in termini tecnici si dice che non si tratta di un diritto iure ereditatis.

Nel caso in esame, pertanto, ne deriva che la rinuncia all’eredità non ha fatto venir meno il diritto di abitazione che, come abbiamo visto, discende dalla legge e non implica il possesso della qualità di erede [3].

È interessante notare che il calcolo del valore del diritto di abitazione al fine di stabilire le quote di legittima, deve essere eseguito in prededuzione. Prima di procedere alla divisione tra i coeredi, dunque, il valore di questo diritto – secondo il meccanismo utilizzato per il prelegato – deve essere stralciato dall’asse ereditario e solo sul rimanente andranno calcolate le quote dovute per legge ai parenti [4].

 

Cosa succede se la casa già adibita a residenza familiare viene venduta?

Possiamo serenamente affermare che l’attuale detentrice dell’immobile non rimarrà senza un tetto.

La Corte di Cassazione ha, infatti, affrontato la questione stabilendo che al momento della morte del coniuge, il superstite acquista direttamente il diritto di abitazione e che tale acquisto prevale sugli acquisti successivi.

Posta, pertanto, in teoria, la possibilità che il proprietario dell’immobile lo venda a terzi, tale vendita non potrà pregiudicare la nostra lettrice che potrà continuare a vivere nella stessa casa ove ha abitato insieme al marito defunto.

 

E se la vendita avvenisse all’asta a causa dei debiti?

La difficile situazione economica del figlio della nostra lettrice, se è preoccupante per altri versi, non lo è per quanto riguarda il diritto di abitazione della stessa: anche nel caso di vendita all’asta, il diritto di abitazione sarebbe salvaguardato.

La Suprema Corte, investita di tale questione, ha confermato la sentenza di merito che aveva stabilito che il diritto di abitazione ex art. 540 c.c. può essere opposto anche all’aggiudicatario in sede di asta fallimentare [5].

 

Cosa occorre per poter far valere questo diritto nei confronti dei terzi?

Si potrebbe rispondere che non occorre null’altro che un certificato di residenza e lo stato di famiglia. Che basti, in sostanza, la dimostrazione che già prima della morte del coniuge, quello superstite abitava nella casa. Non è necessario, infatti, e di regola, che il diritto in questione sia stato trascritto nei pubblici registri per essere opponibile ai terzi [6].

Ai terzi che abbiano acquistato un diritto sull’immobile, tuttavia, è concesso di dimostrare che l’abbiano fatto in buona fede, pensando che esso fosse libero da pesi.

Ecco perché è sempre opportuna la trascrizione del diritto di abitazione, in modo da renderlo esplicito ed opponibile.

Nella denuncia di successione si dovrà, pertanto, dare atto della sua esistenza e ciò lo renderà incontestabile da parte di chiunque vanti diritti incompatibili.

Qualora, come nel caso che stiamo esaminando, vi sia stata già una denuncia di successione nella quale non ne sia stata fatta menzione, si dovrà integrarla – ove possibile dal punto di vista dei termini – comprendendovi l’indicazione del diritto del coniuge.

note

[1] Cass. S.U. sent. n. 4847/2013, sent. n. 22456 /14.

[2] Cass. sent. n. 13407/2014.

[3] Cass. sent. n. 23406/2015:  La permanenza, dopo il decesso del coniuge, nell’ abitazione familiare, integra l’ipotesi di esercizio del diritto di abitazione e di uso dei mobili . Tale diritto è posto in capo al coniuge superstite dalla legge, ai sensi dell’art. 540 c.c. ed è, pertanto, escluso che lo stesso possa ritenersi possessore di bene ereditario per gli effetti previsti dall’art. 485 c.c..)

[4] Cass. S.U. sent., n. 4847/2013.

[5] Cass. sent. n. 6625/2012.

[6] Trib. Roma, sez. IV, 22/01/2015, n. 1413 “Il diritto di abitazione ex art. 540 c.c. non è soggetto a trascrizione, trattandosi di un diritto che nasce per il solo fatto dell’esistenza di un coniuge superstite e di una dimora familiare, ed è escluso dalla elencazione tassativa contenuta nell’art. 2643 c.c.. tale diritto si configura come un legato “ex lege” che viene acquisito immediatamente dal coniuge superstite, secondo la regola dei legati di specie (art. 649 c.c.) al momento dell’apertura della successione”. Conforme: Cassazione civile sez. II 30 aprile 2012 n. 6625.

Autore immagine: 123rf com

Cassazione civile, sez. II, 30/04/2012,  n. 6625

(ud. 30/03/2012, dep.30/04/2012)

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 31-10-2001 F.M. e F.P. convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Roma B.A. e C.D. (quest’ultima madre degli attori) chiedendo dichiararsi lo scioglimento della comunione esistente tra gli stessi relativa all’immobile sito in (OMISSIS) piano terzo, interno 4, con attribuzione congiunta per intero del bene agli esponenti e con versamento del conguaglio in favore degli altri condividenti.

Si costituiva in giudizio il B. non opponendosi alla divisione previo accertamento della indivisibilità dell’immobile e del suo valore di mercato.

Si costituiva in giudizio anche la C. che non si opponeva alla divisione e che chiedeva, previo accertamento del suo diritto di abitazione sul bene ex art. 540 c.c., l’attribuzione in proprio favore di esso con addebito del conguaglio.

Il Tribunale adito con sentenza del 18-1-2005, in accoglimento della domanda di scioglimento della suddetta comunione immobiliare proposta dagli attori, disponeva l’assegnazione dell’appartamento sopra menzionato, ritenuto non comodamente divisibile, alla C. con obbligo di versamento a titolo di conguaglio della somma di Euro 27.062,67 in favore di ciascuno degli altri condividenti.

Proposto gravame da parte del B. cui resistevano F. M., F.P. e la C. la Corte di Appello di Roma con sentenza del 13-2-2007 ha rigettato l’impugnazione.

Avverso tale sentenza il B. ha proposto un ricorso per cassazione articolato in quattro motivi cui F.M. e F.P. da un lato e la C. dall’altro hanno resistito con separati controricorsi; tutti i controricorrenti hanno successivamente depositato delle memorie.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente, deducendo omessa o insufficiente motivazione e violazione dell’art. 112 c.p.c. – dell’art. 132 c.p.c., n. 4 e dell’art. 118 disp. att. c.p.c., censura la sentenza impugnata per non aver esaminato la domanda formulata in grado di appello da parte dell’esponente avente ad oggetto il reale valore dell’immobile oggetto di divisione, anche disponendo nuova CTU, o la domanda di rivalutazione di tale valore, considerato che la sentenza di primo grado si era basata su di una CTU espletata nel 2003 che aveva considerato i prezzi degli immobili di tale anno, e che quindi non è stato tenuto conto della crescita delle valutazioni del mercato immobiliare tra il 2003 ed il 2005.

La censura è infondata.

Invero il motivo di appello in proposito formulato dal B. si rivela generico, non essendo state prospettate le ragioni che rendevano verosimile una variazione apprezzabile del valore reale dell’immobile oggetto di valutazione nel periodo sopra enunciato; in proposito si richiama la recente sentenza di questa stessa Corte secondo cui il debito da conguaglio che grava sul condividente assegnatario di un immobile non facilmente divisibile ha natura di debito di valore, da rivalutarsi, anche d’ufficio, se e nei limiti in cui l’eventuale svalutazione monetaria si sia tradotta in una lievitazione del prezzo di mercato del bene tale da comportare una chiara sproporzione nel valore delle quote di cui sono titolari i condividenti; l’esistenza di poteri officiosi del giudice, peraltro, non esclude che la parte sia comunque tenuta ad allegare l’avvenuta verificazione di tale evento, posto che la rivalutazione non può avvenire tramite criteri automatici (Cass. 3-5-2010 n. 10624), mentre nella fattispecie tale allegazione non risulta essere stata effettuata.

Con il secondo motivo il B., denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 1014 e 1026 c.c. e vizio di motivazione, assume che erroneamente la Corte territoriale, dopo aver respinto il primo motivo di appello formulato dall’istante, ha ritenuto superfluo l’esame dell’ulteriore motivo con il quale l’appellante aveva chiesto la liquidazione della sua quota, pari ad 1/6, per un valore non gravato da alcun diritto di godimento; invero, a seguito dell’assegnazione dell’intero appartamento oggetto di comunione tra le parti alla C. quale titolare della maggior quota sull’immobile (pari ad 1/3), erano venuti a coincidere nella stessa persona il diritto di proprietà ed il diritto di abitazione ex art. 540 c.c. sul bene suddetto; infatti rispetto a tale diritto trova applicazione l’art. 1026 c.c., che dispone l’estensione al diritto di abitazione di cui all’art. 1022 c.c., (diritto non diverso dal diritto di abitazione di cui all’art. 540 c.c.) delle disposizioni in materia di usufrutto, e quindi anche dell’art. 1014 c.c., n. 2, che prevede l’estinzione dell’usufrutto in caso di riunione nella stessa persona dell’usufrutto e della proprietà; pertanto il conguaglio spettante agli altri condividenti avrebbe dovuto essere calcolato in base ai valore pieno dell’immobile, senza calcolare il diritto di abitazione ormai estinto.

La censura è infondata.

Il giudice di appello ha rilevato che i condividenti avevano acquistato un immobile gravato di diritto di godimento in favore di uno di essi, e che pertanto il valore delle quote di loro pertinenza non poteva prescindere dalla stima del bene gravato da un peso assimilabile all’usufrutto, come ritenuto dal giudice di primo grado sulla base della valutazione del CTU. Tale convincimento e corretto ed immune dai rilievi in proposito sollevati dal B., il quale nel ricorso ammette di aver acquisito tramite aggiudicazione all’asta fallimentare la quota di 1/6 del suddetto immobile già di proprietà di S. F., fratello di F.P. e F.M., immobile oggetto del diritto di abitazione previsto dall’art. 540 c.c. in favore della C.; pertanto il valore della relativa quota non poteva non tener conto di tale diritto, come correttamente rilevato dalla Corte territoriale, con la conseguenza che il conguaglio corrisposto dalla C. stessa quale assegnataria del suddetto bene è stato logicamente determinato considerando che le quote di comproprietà degli altri condividenti avevano appunto ad oggetto un immobile gravato del predetto diritto di abitazione; di qui l’irrilevanza del fatto che, dopo l’assegnazione del bene alla C., il diritto stesso si sia estinto, avendo quest’ultima così acquisito la piena proprietà dell’immobile; infatti tale circostanza è successiva ed estrinseca rispetto alla fase della determinazione del conguaglio, correlato al valore della quota dei condividenti all’atto del suo trasferimento al condividente assegnatario del bene, valore che nella specie doveva necessariamente tenere conto dell’esistenza sul bene del menzionato diritto di abitazione.

Con il terzo motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 113 c.p.c. e della L. 32 dicembre 1996 n. 662, rileva che ai sensi di tale normativa il valore dell’usufrutto, dell’uso e abitazione si ottiene moltiplicando il valore della piena proprietà per il saggio legale di interesse, e che l’annualità così ottenuta si moltiplica a sua volta per il coefficiente corrispondente all’età del beneficiario; erroneamente quindi il giudice di appello ha aderito alle valutazioni del CTU rispetto al valore dell’immobile in questione gravato dal suddetto diritto di abitazione in favore della C..

La censura è inammissibile.

Invero, poichè la questione prospettata, che implica un accertamento di fatto, non risulta trattata dalla sentenza impugnata, il ricorrente, al fine di evitare una sanzione di inammissibilità per novità della censura, aveva l’onere – in realtà non assolto – non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di appello, ma anche di indicare in quale atto del giudizio precedente lo avesse fatto, per dar modo a questa Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa.

Con il quarto motivo il B., denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 2 Cost. degli artt. 813,2643, 2648 e 2660 c.c., sostiene che erroneamente la Corte territoriale ha affermato che il diritto di abitazione ex art. 540 c.c. non è soggetto a trascrizione; premesso che l’art. 2648 c.c. prescrive la trascrizione dell’accettazione dell’eredità che importi l’acquisto dei diritti enunciati all’ar. 2643 c.c., nn. 1, 2, 3 e 4 e l’acquisto del legato che abbia lo stesso oggetto, ne consegue, non facendo distinzione la norma ora menzionata tra legato testamentario e legato “ex lege”, che il legatario ex art. 540 c.c. che non voglia essere pregiudicato nei confronti degli acquirenti dell’immobile su cui vanta il legato suddetto o di una sua porzione, deve trascrivere il legato stesso in modo che il suo diritto sia opponibile a costoro in forza del principio della continuità delle trascrizioni di cui all’art. 2650 c.c..

La censura è infondata.

La sentenza impugnata ha affermato che il diritto di abitazione ex art. 540 c.c. non è soggetto a trascrizione, trattandosi di un diritto che nasce per il solo fatto dell’esistenza di un coniuge superstite e di una dimora familiare, ed è escluso dalla elencazione tassativa contenuta nell’art. 2643 c.c..

In proposito è sufficiente rilevare che tale diritto si configura come un legato “ex lege” che viene acquisito immediatamente dal coniuge superstite, secondo la regola dei legati di specie (art. 649 c.c., comma 2), al momento dell’apertura della successione (Cass. 10- 3-1987 n. 2474; Cass. 6-4-2000 n. 4329); poichè il legatario, quindi, acquista il diritto di abitazione direttamente dall’ereditando (Cass. 24-6-2003 n. 10014), non si pone in radice un problema di conflitto (da risolvere in base alle norme sulla trascrizione) tra tale diritto ed il diritto del B. relativo alla sua quota di comproprietà del suddetto immobile acquistato all’asta fallimentare.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato; le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

PQM

LA CORTE

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della C. di Euro 200,00 per spese e di Euro 1500,00 per onorari di avvocato ed in favore di F.M. e di P. F. di Euro 200,00 per spese e di Euro 1500,00 per onorari di avvocato.

Così deciso in Roma, il 30 marzo 2012.

Depositato in Cancelleria il 30 aprile 2012

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