Distanze minime: in caso di violazione il danno è automatico
Lo sai che?
14 Feb 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Distanze minime: in caso di violazione il danno è automatico

Onere della prova: è già un danno in sé e per sé la violazione della distanza minima perché la servitù abusiva riduce il valore dell’edificio.

 

La costruzione realizzata troppo vicino al fondo confinante limita il godimento di quest’ultimo bene e, pertanto, impone il risarcimento, senza bisogno che il proprietario debba fornire, al giudice, una specifica prova del danno subìto. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

 

Il problema dell’esistenza di un danno e della sua successiva quantificazione è uno dei principali scogli di ogni giudizio civile: giudizio che, come noto, oltre ad essere finalizzato a far cessare, in taluni casi, la turbativa (come, appunto, nell’ipotesi di costruzioni realizzate al di sotto delle distanze regolamentari, ripristinando “lo spazio” legale), è anche rivolto a garantire, al danneggiato, un ristoro economico. Da ultimo il codice di procedura ha previsto anche la possibilità, per il giudice, di comminare una sorta di multa, nei confronti del soggetto responsabile, per ogni giorno di ritardo nell’adempimento dell’ordine contenuto nella sentenza. La sanzione, in questo caso, viene quantificata come singola unità (il giorno di ritardo; per esempio 50 euro) e poi moltiplicata per il tempo (i giorni) in cui si è protratto l’inadempimento.

 

Nella sentenza in commento, il ragionamento dei giudici supremi non fa una grinza: un manufatto troppo vicino alla costruzione del vicino di casa, violando le norme previste sulla distanza minima, provoca sicuramente un danno; tale danno consiste nella limitazione del godimento del bene da parte del vicino (si pensi alla lesione della privacy) e nella riduzione del valore commerciale dell’immobile medesimo. Sicché, non c’è bisogno che il danneggiato dimostri, in causa, tale pregiudizio, risultando già scontato e, quindi, implicito nell’ordine del giudice, rivolto alla controparte, a ripristinare la distanza minima.

 

Insomma, l’esistenza del danno è già in sé nell’illecito ed è un tutt’uno, sollevando dall’onere della prova la parte attrice. Si legge, infatti, nella sentenza, che, in tema di violazione delle distanze tra costruzioni previste dal codice civile e dalle norme integrative dello stesso (quali i regolamenti edilizi comunali), il proprietario confinante che lamenti tale violazione ha diritto:

 

– alla cosiddetta tutela in forma specifica, ossia al ripristino della situazione antecedente al verificarsi dell’illecito: in pratica, egli può chiedere la demolizione o l’arretramento della costruzione abusiva costruita in spregio alle norme sulle distanze minime;

 

– al risarcimento del danno che egli subisce: il danno, tuttavia, non deve necessariamente essere provato, essendo l’effetto, certo ed indiscutibile, dell’abusiva imposizione di una servitù nel proprio fondo e, quindi, della limitazione del relativo godimento, che si traduce in una limitazione temporanea del valore della medesima.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 19 novembre 2015 – 12 febbraio 2016, n. 2848
Presidente Mazzacane – Relatore Oricchio

Considerato in fatto

I coniugi C. -V. , quali proprietari di un immobile sito in (…) ed in atti già specificamente individuato, convenivano in giudizio innanzi al Tribunale di Varese l’Immobiliare Costruzioni s.a.s. di M.A. proprietario di altro immobile multipiano ubicato sulla particella a confine con quella di loro proprietà.
Parti attrici assumevano che la società convenuta, nel realizzare il detto immobile multipiano, aveva violato le norme sulla distanza fra edifici previste dai locali strumenti urbanistici.
Parte convenuta contestava l’avversa domanda, di cui chiedeva il rigetto, ed – in via riconvenzionale – proponeva domanda con cui assumeva che gli attori avevano realizzato a confine una costruzione ad uso box in violazione delle norme sulle distanza.
Con sentenza n. 336/2007 l’adito Tribunale di prima istanza accertato che – rispetto all’immobile degli attori – la distanza dell’immobile realizzato dalla società convenuta era di mt. 8,705 e, quindi, inferiore a quella prescritta di mt. 10,00, condannava la medesima società alla riduzione in pristino mediante arretramento, rigettava

Mostra tutto

[1] Cass. sent. n. 2848/2016 del 12.02.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti