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Lo sai che? Pubblicato il 15 febbraio 2016

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Lo sai che? In treno senza biglietto: reato se rifiuti i documenti al controllore

> Lo sai che? Pubblicato il 15 febbraio 2016

Chi, nonostante la richiesta del controllore, viaggiando senza biglietto si rifiuti di dare informazioni sulla propria identità, commette reato di rifiuto d’indicazioni sulla propria identità personale; non invece quello di resistenza a pubblico ufficiale.

Chi viaggi in treno senza biglietto e, scoperto dal controllore, si rifiuta espressamente di fornire i propri documenti d’identità commette reato: l’illecito, espressamente previsto dal codice penale [1], è appunto quello di “rifiuto d’indicazioni sulla propria identità personale” ed è punito con l’arresto fino a un mese o con l’ammenda fino a 206 euro. È quanto chiarito dal Tribunale di Firenze con una recente sentenza [2]. Il reato in commento si perfeziona con il semplice rifiuto di fornire al pubblico ufficiale indicazioni circa la propria identità personale; è irrilevante, pertanto, che il soggetto venga successivamente condotto in Questura e ivi venga identificato.

Invece, non scatta il reato di resistenza a pubblico ufficiale se il viaggiatore senza biglietto, nel tentare di persuadere il controllore dal fargli la multa, abbia detto frasi come “lei non sa chi sono io” oppure “con tutti i delinquenti che ci sono, perdete tempo con me”. Difatti tali comportamenti, per quanto poco ortodossi e sicuramente indici di scarso senso civico, non costituiscono gesti di violenza né di minaccia, idonei a spingere gli agenti ad omettere il compimento di atti di ufficio.

note

[1] Art. 651 cod. pen.

[2] Trib. Firenze sent. del 7.05.2015.

Autore immagine: 123 rf com

Tribunale Firenze – Sezione II penale – Sentenza 3 agosto 2015 n. 2359

TRIBUNALE DI FIRENZE

SECONDA SEZIONE PENALE – IN COMPOSIZIONE MONOCRATICA

Repubblica Italiana

In nome del Popolo Italiano

Il Tribunale di Firenze, in composizione monocratica, nella persona del Giudice dott.ssa Ilaria Zucconi, ha pronunciato

SENTENZA

nei confronti di

VO.GI., nato a Cosenza il (…), elettivamente domiciliato presso il difensore di fiducia avv. Ra.Ur., del Foro di Bologna, con studio in San Lazzaro di Savena (BG), Via (…),

Libero, già contumace

Imputato

a) del delitto di cui all’art. 337 c.p., perché si opponeva con minaccia ai pp.uu. in servizio presso il Comp. Po. della stazione SMN di Firenze Ass. Be.Fr. e Ag. Se. Co.Fe., che compivano atti d’ufficio procedendo alla sua identificazione a seguito di richiesta d’intervento del capotreno del convoglio ES9557 in quanto rinvenuto a bordo sprovvisto del titolo di viaggio, rivolgendogli le frasi intimidatorie: “Chiamo un mio parente onorevole così vediamo cosa vi succede!”, e rivolgendosi ad una sua amica: “Senti qualcuno che conosci in Questura a Firenze un loro superiore li raddrizza!”.

In Firenze, (…)

b) della contravvenzione di cui all’art. 651 c.p. perché, a richiesta dei predetti pp.uu. del Comp. Po. di Firenze si rifiutava di fornire le proprie generalità.

Circostanze sub a).

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con decreto emesso il 20/8/2012, il Pubblico Ministero della Repubblica presso il Tribunale di Firenze ha citato a giudizio VO.GI. per rispondere del reato rubricato in epigrafe per l’udienza di “smistamento” del 4/12/2012; a tale udienza l’imputato veniva dichiarato contumace, le PP.OO. si costituivano parti civili ed il giudice dichiarava aperto il dibattimento, ammettendo le istanze istruttorie delle parti. Il processo subiva poi due rinvii, per impedimento del giudice e per adesione all’astensione degli avvocati, ed all’udienza del 16/1/2014 venivano sentiti i testi Be.Fr., Co.Fe. e D.Tr.An.. All’udienza del 12/2/2015 il giudice, dando atto dell’assegnazione del fascicolo a nuovo giudice, chiedeva alle parti il

consenso all’utilizzabilità dell’istruttoria svolta: P.M. e PP.CC. prestavano il consenso, non però il difensore dell’imputato; il giudice pertanto procedeva alla rinnovazione del dibattimento.

All’odierna udienza sono stati quindi nuovamente sentiti i testi sopra indicati; il giudice ha poi dichiarato chiuso il dibattimento, utilizzabili gli atti dell’istruttoria svolta ed ha invitato le parti alla discussione; le parti hanno formulato le conclusioni di cui in epigrafe ed il giudice ha dato lettura del dispositivo di sentenza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Ritiene il giudicante che sulla base delle risultanze dell’istruttoria dibattimentale ed alla luce degli altri elementi desumibili dagli atti confluiti nel fascicolo per il dibattimento, debba essere affermata la penale responsabilità dell’imputato in ordine al reato a lui ascritto al capo b) dell’imputazione, mentre lo stesso debba essere mandato assolto per il reato di cui al capo a).

Dalla deposizione del teste Be.Fr., ass. della Polizia di Stato in servizio presso il Comp. Po. Toscana Firenze (il quale ha deposto all’udienza del 16/1/2014, ed all’odierna udienza ha confermato la suddetta testimonianza), è emerso che il 18/9/2011, intorno alle 17.50, la sala operativa inviava lui ed il suo collega presso un binario dove stava giungendo il treno 9597 proveniente da Torino in quanto il capotreno aveva trovato due viaggiatori irregolari; appena arrivato il capotreno indicava agli agenti i due soggetti, i quali dicevano “Ecco qua siamo noi i delinquenti”, gli agenti li fermavano, ed i due soggetti cercavano di giustificare il mancato possesso di titolo regolare di viaggio; i due soggetti erano un uomo ed una donna; il capotreno riferiva che i due soggetti si erano rifiutati di declinare le proprie generalità; gli agenti chiedevano a quel punto a loro volta i documenti o comunque le generalità ai due, e questi rispondevano “non vi diamo niente”-, a quel punto il soggetto maschile si rivolgeva al capotreno, dicendogli “bravo sei contento della figura che mi fai fare con la Polizia davanti alla gente che mi guarda” e poi, riferendosi agli agenti, “con tutti i delinquenti che ci sono, perdete tempo con me “, e ribadiva di non voler dare i documenti né diceva come si chiamava; gli agenti insistevano nel chiedere i documenti, il soggetto si rifiutava e chiedeva di poter essere identificato nei loro uffici; in ufficio, prosegue il teste, il soggetto mostrava i documenti, e gli agenti potevano così indentificarlo nell’imputato, tramite carta di identità; la signora che era con lui veniva identificata tramite passaporto; il Vo., però, prosegue il teste, era nervoso e voleva avvisare il suo legale, ed iniziava ad usare il cellulare dicendo agli agenti “chiamo un mio parente onorevole così vediamo cosa vi succede “, e dettava il numero di telefono alla sua compagna, dicendole “senti qualcuno che conosci in Questura a Firenze un loro superiore che li raddrizza”, dopodiché, sempre rivolgendosi agli agenti, diceva loro “sono un cantante con 12 album alle spalle e collaboro con l’antimafia”, a domanda del giudice il teste ha precisato che queste cose venivano pronunciate dall’imputato successivamente all’identificazione; a domanda del difensore dell’imputato il teste ha precisato che era stato il Vo. a chiedere loro di andare negli uffici per essere identificato per non essere visto dalle persone che erano nella Stazione.

Quindi è stato sentito il teste Co.Fe., ass. della Polizia di Stato in servizio presso il comp. Po. Toscana Firenze (anche egli aveva deposto all’udienza del 16/1/2014, ed all’odierna udienza

ha confermato la suddetta testimonianza). Il teste ha sostanzialmente fornito la medesima versione dei fatti del collega, precisando che, con l’esibizione dei documenti di identità, l’intervento per loro era finito, e dopo un po’ di chiarimenti, facevano andare via l’imputato.

Infine è stato sentito il teste D.Tr.An., capotreno, dalla cui deposizione è emerso che il 18/9/2011 egli trova sul treno ES9597 questi due soggetti sprovvisti di regolare titolo di viaggio e che, siccome i due soggetti non volevano né pagare il biglietto né rilasciare le proprie generalità, egli richiedeva l’intervento della Po. e che, all’arrivo degli agenti, pur non ricordandosi le parole esatte, comunque il soggetto maschile diceva “voi non sapete chi sono io” e millantava chissà quali conoscenze, ed ha fatto un po’ di teatro; il teste ha poi precisato che il soggetto veniva accompagnato presso l’ufficio della Po. (dove anch’egli si recava) e lì veniva identificato, cosicché lui poteva fare il verbale per il biglietto. Il teste comunque ha affermato di non ricordare più bene l’episodio, e non essendo mai stato sentito a SIT non è stato possibile, per il P.M., procedere a contestazioni.

L’istruttoria svolta non consente, a parere di questo giudice, di ritenere integrati gli elementi costitutivi del reato di cui all’art. 337 c.p., ma quelli del solo reato di cui all’art. 651 c.p..

Le dichiarazioni dei testi Be. e Co., nella reciproca integrazione e riscontro (mentre la testimonianza del D.Tr. appare più volte affetta da lacune mnemoniche, come dallo stesso affermato più volte, e pertanto non attendibile o comunque non rilevante), consentono la ricostruzione, in maniera immune da illogicità o incongruenze, della condotta dell’imputato in modo da poter escludere la penale responsabilità di questi per il reato di cui al capo a) dell’imputazione.

La condotta che viene ricostruita come posta in essere dall’imputato non integra infatti gli estremi del reato di cui all’art. 337 c.p., in particolare per quanto concerne l’elemento oggettivo, in relazione al quale si deve rilevare che:

– nella condotta tenuta dal Vo. non possono individuarsi gesti di violenza né di minaccia atti a spingere gli agenti stessi ad omettere il compimento di atti di ufficio (non potendo essere qualificabili come realmente intimidatorie le frasi da questi proferite agli agenti – “con tutti i delinquenti che ci sono, perdete tempo con me” – nel momento in cui questi gli chiedevano l’esibizione dei documenti o le generalità);

– quelle che potrebbero, in verità con una interpretazione piuttosto “lasca” del termine, essere definite frasi intimidatorie (il Vo. che dice “chiamo un mio parente onorevole così vediamo cosa vi succede” e che si rivolge alla compagna dettandole un numero di telefono e dicendole “senti qualcuno che conosci in Questura a Firenze un loro superiore che li raddrizza”) sono però in ogni caso state proferite dallo stesso quando ormai il compito degli agenti della Po. era stato portato dagli stessi a termine: l’identificazione dell’imputato era infatti stata effettuata a seguito della consegna spontanea dei documenti da parte dello stesso Vo. all’interno degli uffici della Po.;

– infine, anche a voler ritenere che l’attività degli agenti non fosse ancora stata portata a termine, non sono però emersi elementi tali da consentire di individuare quali atti di ufficio gli

stessi dovessero ancora compiere, e la giurisprudenza maggioritaria, in relazione al reato di cui all’art. 337 c.p., ha osservato che l’atto di ufficio che il p.u. sta per compiere “deve avere una propria specificità e deve poter essere individuato come tale, non potendosi identificare genericamente nell’attività comunque riconducibile alla pubblica funzione esercitata” (36367/2013).

L’imputato andrà quindi dichiarato assolto dal reato di cui al capo a) dell’imputazione perché il fatto non sussiste.

E’ invece ravvisabile la penale responsabilità dell’imputato per il reato di cui al capo b) dell’imputazione, previsto dall’art. 651 c.p., in quanto lo stesso, come affermato dai testi durante la loro deposizione, nonostante la richiesta in tal senso degli agenti intervenuti, si rifiutava di dare informazioni sulla propria identità, che poteva essere accertata solo successivamente, una volta condotto il soggetto presso gli uffici della Questura. Il reato di cui all’art. 651 c.p. si perfeziona con il semplice rifiuto di fornire al pubblico ufficiale indicazioni circa la propria identità personale, per cui è irrilevante, ai fini dell’integrazione dell’illecito, che tali indicazioni vengano successivamente fornite.

Pertanto, ai fini della commisurazione della pena e considerato il tipo di reato ascritto nonché l’esigenza di adeguare la pena al caso concreto, si ritiene congrua la pena, valutata alla luce dei criteri di cui all’art. 133 c.p. di Euro 206,00 di ammenda.

P.Q.M.
Visto l’art. 533 c.p.p., DICHIARA

VO.GI. colpevole del reato di cui al capo b) del decreto di citazione a giudizio e lo condanna alla pena di Euro 206,00 di ammenda, oltre al pagamento delle spese processuali. Visto l’art. 530 c.p.p.,

ASSOLVE

VO.GI. dal reato di cui al capo a) del decreto di citazione a giudizio in quanto il fatto non sussiste.

Visto l’art. 544, 3° comma c.p.p., indica il termine di giorni novanta dalla pronuncia per il deposito della motivazione.

Così deciso in Firenze il 7 maggio 2015. Depositata in Cancelleria il 3 agosto 2015.

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