Permessi 104 e malattia: le assenze non si calcolano nel comporto
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18 Feb 2016
 
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Permessi 104 e malattia: le assenze non si calcolano nel comporto

Niente licenziamento se dal comporto non viene escluso il permesso della legge 104/1992.

 

Beneficio per chi gode dei permessi della legge 104: le assenze dal lavoro concesse a chi ha disabilità grave o assiste un familiare portatore di handicap non si considerano nel conteggio dei giorni massimi di malattia oltre i quali scatta il licenziamento (cosiddetto “periodo di comporto”). È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].

Pertanto è illegittimo il licenziamento del dipendente se il datore di lavoro calcola, tra i giorni di assenza per malattia, anche quelli legati ai permessi della legge 104/92.

 

 

La vicenda

Una lavoratrice, al superamento dei giorni di aspettativa, non si era presentata sul luogo di lavoro e pertanto l’azienda l’aveva licenziata sul presupposto che avesse superato il periodo di comporto.

La dipendente, impugnando il licenziamento, deduceva di essere affetta da handicap e che proprio nel periodo di assenza le erano stati riconosciuti i benefici della legge 104/1992. In pratica la lavoratrice, terminato il periodo di aspettativa, il giorno dopo non aveva preso servizio utilizzando invece uno dei giorni di permesso retribuiti riconosciuti dalla legge 104.

 

 

La motivazione

La corte ha accolto il ricorso della dipendente. Per poter beneficiare dei permessi il lavoratore non deve prima rientrare in servizio. Secondo infatti la tesi dei Supremi giudici, la fruizione dei permessi di cui alla lege 104/1992 non presuppone un previo rientro in servizio dopo un periodo di assenza per malattia o aspettativa ma soltanto l’attualità del rapporto di lavoro.

 

 

Cos’è il comporto

Il datore di lavoro deve conservare il posto di lavoro del dipendente in malattia, nei limiti di un periodo (cosiddetto periodo di comporto) stabilito dalla legge, dai CCNL o, in mancanza, dagli usi. Durante questo arco temporale il datore di lavoro può licenziare il dipendente solo quando ricorrono una giusta causa o un giustificato motivo oggettivo dovuto a sopravvenuta impossibilità della prestazione o a cessazione totale dell’attività d’impresa [2].

 

L’arco temporale di riferimento per calcolare il periodo di comporto può essere l’anno solare o l’anno di calendario, a seconda della previsione contenuta nei contratti collettivi:

 

– per “anno di calendario” si deve intendere il periodo di tempo compreso tra il 1° gennaio e il 31 dicembre di ogni anno;

 

– per “anno solare” si deve intendere un periodo di 365 giorni decorrenti dal primo episodio morboso, dall’inizio della malattia (se continuativa) o a ritroso dalla data di licenziamento.

 

la legge stabilisce la durata del comporto solo per gli impiegati, differenziandola in relazione all’anzianità di servizio del lavoratore [3]:

 

– 3 mesi, quando l’anzianità di servizio non supera i dieci anni;

– 6 mesi, quando l’anzianità di servizio supera i dieci anni.

 

Per gli operai, invece, la durata del periodo di comporto è stabilita dalla contrattazione collettiva.


[1] Cass. sent. n. 3065/2016 del 17.02.2016.

[2] Cass. sent. n. 2919/2004.

[3] Art. 6 RDL 1825/24.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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