Il diritto di proprietà
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19 Feb 2016
 
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Il diritto di proprietà

Caratteri generali evoluzione storica e concezione del diritto di proprietà.

 

Il concetto di «proprietà», per le importanti implicazioni economiche, sociali e giuridiche che determina, rappresenta l’immagine più fedele del sistema (economi-co-politico) e del regime in cui si afferma. Alle numerose trasformazioni economiche e politiche della società umana hanno fatto riscontro altrettante trasformazioni del concetto di proprietà.

 

 

Concezione nel diritto romano e germanico

La concezione romana arcaica della proprietà (e, in tono meno accentuato, quella classica) risentiva della struttura fortemente centralizzata della famiglia, che costituiva un nucleo chiuso e intangibile a qualsiasi interferenza esterna, rigidamente sottoposto all’autorità del pater familias. Questi era l’esclusivo e assoluto titolare del dominium sulle cose e sui servi, della patria potestas sui figli, della manus maritalis sulla moglie. Il diritto di proprietà, dunque, era assoluto, illimitato ed intangibile anche da parte dello stesso Stato.

Tale concezione si andò affievolendo con l’evolversi della repubblica e dell’impero, fino alla nascita e all’affermarsi dei primi vincoli pubblicistici (imposte, canoni etc.) e privatistici (enfiteusi) alla proprietà.

La concezione germanica e longobarda, per quanto riguarda i beni immobili, fu — invece — agli antipodi. Originariamente, infatti, la proprietà immobiliare spettava all’aggregato politico al quale i singoli appartenevano. Esisteva, dunque, un tipo di proprietà collettiva cui si andò affiancando, dopo l’impatto con il sistema romano, anche una proprietà di tipo privato sottoposta, però, a vincoli e limiti pubblicistici.

 

 

Concezione illuminista e liberale

Il codice Napoleonico (1804) riconobbe il diritto di proprietà, assurto ad emblema della libertà e sovranità individuale, come il più esteso, pieno e assoluto dei diritti, limitabile solo per motivi di convivenza civile (LUCARELLI).Con l’affermarsi del liberalismo questa concezione si andò rafforzando e la proprietà, nata come liberazione dell’individuo dal privilegio feudale, assunse sempre più il carattere della esclusività e della illimitatezza.

Questi caratteri furono confermati dal nostro codice civile nel 1865 che, agli artt. 436 e 440, definì il diritto di «proprietà» come il «diritto di godere e disporre delle cose nella maniera più assoluta, purché non se ne faccia un uso vietato dalle leggi e dai regolamenti», stabilendo che «la proprietà si estende allo spazio sovrastante e a tutto ciò che si trova sopra o sotto la superficie». La illimitatezza del diritto di proprietà, in particolare, incontrava un solo limite negativo nelle leggi e nei regolamenti.

 

 

La concezione del codice vigente

Il codice del 1942, pur riconoscendo in pieno il diritto di proprietà, ne mette in luce, in coerenza con l’ideologia dominante nel periodo in cui fu redatto, l’aspetto di dovere inteso come tributo del singolo alle esigenze del regime e dello Stato. Ciò spiega l’angolazione finalistica del diritto di proprietà che, pur confinato nella sfera del singolo, doveva esser indirizzato al perseguimento dei fini dell’ordinamento.

 

 

La proprietà nella Costituzione

Il clima appare profondamente mutato con la Costituzione repubblicana del 1948. Alla proprietà è dedicato, nel titolo relativo ai rapporti economici, l’art. 42 che al co. 2 impone al legislatore di assicurare la funzione sociale della proprietà e di renderla accessibile a tutti con un programma che subordina l’interesse indivi-duale a quello collettivo e propugna una più equa distribuzione delle ricchezze. Sempre all’art. 42 la Costituzione dichiara solennemente che la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge. Ci si domanda a tal proposito, quale sia l’ambito entro il quale è garantita la conservazione del regime della proprietà pri-vata giacché si conferisce alla legge il potere di determinarne i limiti, per cui è pacifico che il legislatore potrebbe escludere, per una determinata categoria di beni, l’ammissibilità di una proprietà privata (TORRENTE).

 

Si può affermare comunque che la garanzia accordata alla proprietà si articola in tre punti:

 

– come istituto, la proprietà privata è inserita nell’ordine costituzionale, per cui, secondo la tesi prevalente, la sua soppressione non potrebbe avvenire, se non con il procedimento di revisione di cui all’art. 138 Cost. Si tratta, però, di un’impostazione discutibile, perché né dall’art. 42 né da altre disposizioni costituzionali è possibile ricavare una garanzia costituzionale del diritto di proprietà: la Costituzione non riconosce, accanto all’istituto della proprietà, il diritto di proprietà privata, affidato alle leggi ordinarie. Nessun articolo della Costituzione impedisce la soppressione della proprietà privata e la conseguente instaurazione di una disciplina giuridica di stampo socialista. Tuttavia, la cancellazione della proprietà privata si porrebbe in contrasto con una serie di principi costituzionali — primo tra tutti l’art. 41 Cost., che tutela l’iniziativa economica privata — e darebbe vita, di fatto, a un radicale mutamento di regime;

 

– la riserva alla legge ordinaria della determinazione dei modi di acquisto, di godimento e dei limiti della proprietà, ha un duplice significato: da un lato tende a escludere la legittimità di interventi regolatori diversi dalla legge; dall’altra mira a escludere, per tale regolamentazione, ogni impedimento all’intervento del legislatore ordinario, purché inteso, come s’è detto, ad assicurare la «funzione sociale della proprietà» e a creare le condizioni per «renderla accessibile a tutti»;

 

– l’ultimo aspetto riguarda la vicenda estintiva di singole situazioni di proprietà e cioè l’espropriazione «per motivi di interesse generale». Si vuole che anche tale vicenda sia sottratta all’arbitrio dell’autorità amministrativa e avvenga sulla base di precise norme di legge e salvo indennizzo.

 

 

Le nuove proprietà

Alcuni autori hanno evidenziato che la proprietà così come delineata dal codice civile è strettamente legata al concetto di bene materiale: può essere oggetto di proprietà solo ciò che può essere oggetto di possesso e può essere oggetto di possesso solo una cosa, una res. È invece evidente che negli anni si sono molti-plicati i beni privi di una propria consistenza materiale, si pensi al software, alle frequenze, al know how. Solo in virtù di una fictio la disciplina dei beni e della proprietà trova applicazione anche con riferimento a cose non corporali (l’art. 814, ad esempio, considera beni mobili le energie naturali che hanno valore economico). Secondo IUDICA-ZATTI anche l’immagine, l’informazione, la frequenza, il programma appartengono a qualcuno e sono oggetto di diritti, ma conservano quale carattere comune con la proprietà tradizionalmente intesa forse solo lo ius excludendi alios; «per il resto esse forgiano per via contrattuale nuove discipline: e solo una superiore categoria di appartenenza potrebbe essere in grado di abbracciarle tutte in un unico contesto sistematico, in cui trovino disciplina appropriata le facoltà di godimento e di disposizione che sempre costituiscono le prerogative del titolare».

 

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