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Lo sai che? Pubblicato il 21 febbraio 2016

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Lo sai che? Incidenti stradali: l’avvocato lo paga sempre l’assicurazione

> Lo sai che? Pubblicato il 21 febbraio 2016

Anche in caso di risarcimento diretto, le spese legali sono a carico della compagnia assicurativa, anche se è l’automobilista che ha scelto di farsi assistere dall’avvocato.

Quando viene avviata una pratica di risarcimento del danno a seguito di un incidente stradale, con l’assicurato che presenta la domanda di indennizzo alla propria compagnia (cosiddetto “indennizzo diretto”), le spese legali le paga l’assicurazione stessa. E ciò anche se si tratta di una pratica stragiudiziale, non sfociata ancora in una causa davanti al giudice. Non conta né il fatto che, per la gestione del sinistro, non sia necessario valersi di un legale (potendola portare avanti l’interessato medesimo), né il fatto che, nel caso dell’indennizzo diretto, il danneggiato è rimborsato dalla stessa compagnia con cui egli ha in corso la polizza (non quindi, da quella della controparte), per cui tra le parti si presume un rapporto collaborativo. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Chi paga l’avvocato di controparte?

Tutti sanno che, nell’ipotesi di una controversia innanzi al tribunale, chi perde paga l’avvocato di controparte. E questo – chiamato “principio della soccombenza” – dovrebbe tranquillizzare chi, avendo subito un danno, sia costretto ad adire le vie legali per ottenere giustizia: difatti, tutto quanto ha anticipato in termini di spese e tasse gli deve essere rimborsato all’esito della sentenza.

Ma che succede se la lite viene definita prima della causa? Il caso emblematico è proprio quello in materia assicurativa dove, a seguito di un sinistro stradale, non basta la semplice lettera per ottenere l’indennizzo, ma sono necessari una serie di passaggi che, a volte, richiedono un certo “stimolo” per potersi incanalare sulla giusta via del risarcimento.

Si pensi, ad esempio, al rispetto dei termini di prescrizione (due anni dal sinistro) e, quindi, alla necessità di inviare una diffida – scritta “come si deve” – per impedire che il diritto “svanisca” per sempre. Si pensi poi al giusto consiglio sulle prove da fornire all’assicuratore per poter dimostrare il danno subìto, ivi compresa la possibilità di una perizia medico legale di parte. Si pensi, non in ultimo, ai vari contatti con il liquidatore e alla consueta trattativa – un mercanteggiare vero e proprio – sull’ammontare del danno. Insomma, per tutto questo è meglio valersi di qualcuno che ha esperienza, specie se poi a pagarlo è l’assicurazione e non il cliente di tasca sua.

L’assicurazione, dunque, non può sollevare scuse di sorta: essa deve rifondere anche le spese legali al danneggiato che accetta la sua offerta nell’ambito della procedura di risarcimento diretto: non si può infatti negare la ripetibilità sul mero rilievo che il sinistro è stato definito in sede stragiudiziale e che l’assistenza dell’avvocato risulta frutto di una scelta della vittima del sinistro. La compagnia dovrà comunque farsi carico del compenso del professionista quando l’incidente fra i veicoli ha comunque posto problemi giuridici e la vittima non ha ricevuto assistenza adeguata dal suo assicuratore.

La Corte smentisce l’interpretazione della legge [2] secondo cui bisognerebbe escludere il rimborso delle spese legali solo perché è stato il danneggiato a chiamare l’avvocato per essere aiutato nella fase stragiudiziale: una tale lettura della disposizione si pone in contrasto con il diritto alla difesa previsto dalla nostra Costituzione. Tale interpretazione, ad ogni modo, non è nuova: già in passato i Supremi giudici avevano detto [3] che non deve essere applicata la norma regolamentare [2] (per contrasto alla costituzione) secondo cui “nel caso in cui la somma offerta dall’impresa di assicurazione sia accettata dal danneggiato, sugli importi corrisposti non sono dovuti compensi per la consulenza o assistenza professionale di cui si sia avvalso il danneggiato diversa da quella medico legale per i danni alla persona”.

I dubbi di costituzionalità di tale norma erano stati sollevati davanti alla Corte Costituzionale, ma non sono stati da questa esaminati, atteso che trattasi di norma regolamentare, su cui la Corte non può pronunciarsi.

Gestione dei sinistri più semplici

La Corte, però, apre un piccolo spiraglio per le compagnie e per i loro forzieri: quando la vittima accetta il denaro offerto dall’assicurazione nell’ambito del risarcimento diretto, il compenso dell’avvocato non deve essere rimborsato al danneggiato solo se la gestione del sinistro è semplice, i danni modestissimi e l’assicuratore ha garantito subito la dovuta assistenza alla vittima nel sinistro, pagandogli il risarcimento nei tempi previsti dalla legge (60 giorni per i danni al mezzo, 90 giorni per i danni alle persone).

Dunque le spese consistite in compensi professionali saranno risarcibili o meno non già in base al soggetto che li deve percepire (sì al medico legale, no all’avvocato), ma in base alla loro effettiva necessità: dovrà perciò ritenersi sempre risarcibile la spesa per compensare un legale, quando il sinistro presentava particolari problemi giuridici, ossia quando la vittima non ha ricevuto la dovuta assistenza dal proprio assicuratore. Al contrario, sarà sempre irrisarcibile la spesa per compensi all’avvocato, quando la gestione del sinistro non presentava alcuna difficoltà, i danni da esso derivati erano modestissimi, e l’assicuratore aveva prontamente offerto la dovuta assistenza al danneggiato.

Se il cliente è chiamato in causa dalla controparte

Potrebbe poi avvenire che il cliente dell’assicurazione sia chiamato in causa dalla controparte che, non avendo ricevuto il risarcimento, abbia dovuto avviare un giudizio. In questi casi si ha quello che, in termini tecnici, si definisce litisconsorzio necessario: in buona sostanza, il giudizio non può andare avanti se non viene citato anche l’altro automobilista (inutile quindi imprecare e prendersela con la controparte per quello che è, per lei, un atto dovuto). Ebbene, se l’automobilista citato in causa vuole costituirsi in giudizio, le spese legali gliele deve pagare la sua assicurazione. L’onere delle spese sostenute dal cliente per difendersi dalla causa intentatagli dal danneggiato, anche nel caso sia infondata, sono a carico della compagnia assicurativa, ma limitatamente ad un quarto della somma assicurata. se la somma dovuta al danneggiato risulta superiore al capitale assicurato, le spese di lite devono essere ripartite tra assicurato e assicuratore in proporzione del rispettivo interesse.

Rientrano in tale ipotesi le spese sostenute direttamente dall’assicurato per difendersi in giudizio, mentre le spese di soccombenza dovute al danneggiato vittorioso, graveranno interamente sull’assicuratore.

note

[1] Cass. sent. n. 3266/2016 del 19.02.2016.

[2] Art. 9 del Dpr 254/06.

[3] Cass. sent. n. 11154/2015.

[4] C. Cost. sent. n. 192/2010.

Autore immagine: 123rf com

Nel risarcimento diretto del danno all’avvocato non deve essere corrisposta un’apposita liquidazione quando la gestione del sinistro non presenti alcuna difficoltà. I danni nel caso concreto erano modestissimi e l’assicuratore aveva prontamente offerto la dovuta assistenza al danneggiato

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 2 dicembre 2015 – 19 febbraio 2016, n. 3266
Presidente Spirito – Relatore Sestini

Svolgimento del processo

D.A. convenne in giudizio la FATA Assicurazioni Danni s.p.a. per ottenere il rimborso delle spese corrisposte al proprio legale per l’assistenza prestata nella procedura di risarcimento diretto relativa ad un sinistro occorsogli il 25.12.2008, procedura che si era conclusa con l’accettazione della somma offerta dall’assicuratrice a tacitazione dei danni riportati dall’auto dell’attore.
La FATA contestò di essere tenuta al ristoro delle spese legali in quanto il sinistro era stato definito in fase stragiudiziale.
Il Giudice di Pace di Taranto qualificò la domanda come azione di regresso ex art. 68 legge professionale forense e la rigettò sul rilievo che non vi era stata alcuna transazione.
Provvedendo in sede di gravame, il Tribunale di Taranto ha ritenuto fondata la censura del D. in ordine al fatto che il primo giudice non aveva esaminato la domanda sotto il profilo del risarcimento del danno; esaminato tale profilo, ha tuttavia rigettato la pretesa dell’appellante affermando che al sinistro deve applicarsi la disciplina dell’art. 149 D.L.vo n. 209/2005 sulla procedura di risarcimento diretto e che, a norma dell’art. 9 del regolamento emanato con D.P.R. n. 254/2006, non sono indennizzabili (con la sola eccezione delle perizie relative a danni alla persona) le spese sostenute dal danneggiato per l’ausilio di professionisti nella fase stragiudiziale, qualora sia stata accettata l’offerta dell’assicuratore.
Ricorre per cassazione il D. , affidandosi a cinque motivi; l’intimata non svolge attività difensiva.

Motivi della decisione

1. Col primo motivo – che deduce violazione o falsa applicazione di legge in relazione agli artt. 1223 e 2056 c.c. – il ricorrente assume che anche le spese relative all’assistenza legale nella fase stragiudiziale della gestione del sinistro costituiscono danno consequenziale al sinistro, secondo il principio della regolarità causale, e lamenta pertanto una “evidente violazione dell’art. 1223 c.c.”, dolendosi che “la subordinazione del diritto al riconoscimento delle spese legali alle condizioni di cui all’art. 9 comma II DPR 254/2006 (non accettazione dell’offerta) rende impossibile o estremamente difficile l’esercizio di difesa del danneggiato”.
2. Col secondo motivo – dedotto sotto il profilo della violazione o falsa applicazione degli artt. 148, co. 11 e 122 del D.L.vo n. 209/2005, dell’art. 4 delle disposizioni sulla legge in generale e dell’art. 134 Cost. – il D. evidenzia l’esistenza di un contrasto fra l’art. 9 D.P.R. n. 254/2006 e gli artt. 148 e 122 del D. L.vo n. 209/2005, assumendo che l’art. 148 da “per implicitamente scontato il riconoscimento del rimborso delle spese legali, mentre l’art. 122 estende l’obbligo assicurativo a tutti i danni derivanti dalla circolazione; rileva, pertanto, che “l’applicazione… dell’art. 9 escluderebbe il risarcimento di determinati danni e segnatamente quello accessorio delle spese legali, senza che la legge ne faccia cenno” e sostiene che, quale norma regolamentare sottordinata alle disposizioni di legge, la previsione dell’art. 9 -non scrutinabile in sede di giudizio di legittimità costituzionale – dev’essere disapplicata dal giudice ordinario.
3. I due motivi sono fondati, per quanto di ragione.
Questa Corte ha recentemente affermato che, “in tema di risarcimento diretto dei danni derivanti dalla circolazione stradale, l’art. 9, comma 2, del d.P.R. 18 luglio 2006, n. 254, emanato in attuazione dell’art. 150, comma 1, del d.lgs. 7 settembre 2005, n. 209, il quale, per l’ipotesi di accettazione della somma offerta dall’impresa di assicurazione, esclude che siano dovuti al danneggiato i compensi di assistenza professionale diversi da quelli medico-legali per i danni alla persona, si interpreta nel senso che sono comunque dovute le spese di assistenza legale sostenute dalla vittima perché il sinistro presentava particolari problemi giuridici, ovvero quando essa non abbia ricevuto la dovuta assistenza tecnica e informativa dal proprio assicuratore, dovendosi altrimenti ritenere nulla detta disposizione per contrasto con l’art. 24 Cost., e perciò da disapplicare, ove volta ad impedire del tutto la risarcibilità del danno consistito nell’erogazione di spese legali effettivamente necessarie” (Cass. n. 11154/2015).
La stessa pronuncia ha affermato che, per contro, “sarà sempre irrisarcibile la spesa per compensi all’avvocato quando la gestione del sinistro non presentava alcuna difficoltà, i danni da esso derivati erano modestissimi, e l’assicuratore aveva prontamente offerto la dovuta dovuta assistenza al danneggiato”, ed ha concluso che “quindi il problema delle spese legali va correttamente posto in termini di causalità, ex art. 1223 c.c., e non di risarcibilità”.
Alla luce di tali principi – che meritano continuità – non risulta corretta l’affermazione compiuta dal giudice di appello, secondo cui la disposizione dell’art. 9 D.P.R. n. 254/2006 escluderebbe in ogni caso la ripetibilità, da parte del D. , delle spese di assistenza legale sostenute nella fase stragiudiziale per avere volontariamente scelto di farsi assistere da un avvocato: tale affermazione sottende, infatti, una lettura della disposizione che, vietando tout court la risarcibilità del danno, si pone in contrasto non l’art. 24 Cost. e che impone la disapplicazione della norma regolamentare.
Accolti pertanto i primi due motivi – nei termini ora illustrati – e dichiarati assorbiti gli altri tre, deve cassarsi la sentenza e disporsi il rinvio al giudice di merito che dovrà valutare se le spese stragiudiziali richieste erano necessitate e giustificate dalla complessità del caso e dalle contestazioni mosse dall’assicuratore richiesto del pagamento o da inerzia dello stesso nel prestare la dovuta assistenza.
6. Il giudice del rinvio provvederà anche sulle spese del presente giudizio

P.Q.M.

la Corte accoglie i primi due motivi per quanto di ragione, dichiarando assorbiti gli altri; cassa e rinvia, anche per le spese di lite, al Tribunale di Taranto, in persona di altro magistrato.

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