Paternità: il test del DNA non pregiudica la privacy o la salute
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23 Feb 2016
 
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Antonio Salerni
 


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Paternità: il test del DNA non pregiudica la privacy o la salute

Esigenze di riservatezza o motivi di salute generici non giustificano dalla sottrazione al test del DNA.

 

Nei procedimenti per l’accertamento della paternità il rifiuto da parte del presunto padre di sottoporsi agli esami ematologici (test del DNA), se privo di valida giustificazione, è valutabile come un’ammissione di responsabilità. Stessa valutazione si avrà in caso di assenza ingiustificata agli appuntamenti fissati dal consulente per procedere ai prelievi.

Ciò non costituisce una forzatura rispetto alla volontà e ai diritti della persona nei confronti della quale è in corso l’accertamento, poiché questo tipo di indagine non lede la privacy dei soggetti coinvolti, né costituisce una minaccia per il loro stato di salute.

 

 

Il procedimento di accertamento giudiziale della paternità

Nell’ordinamento italiano chi è nato al di fuori dal matrimonio e non è stato riconosciuto da uno dei due genitori naturali può agire legalmente per ottenere una sentenza che dichiari il proprio stato di figlio, o come si suol dire che riconosca il rapporto di filiazione dinanzi alla legge. In particolare la dichiarazione giudiziale di paternità è lo strumento giuridico mediante il quale una persona può conseguire lo stato di figlio, a prescindere dalla volontà del padre di riconoscerlo come tale. Con ricorso presentato dinanzi al Tribunale civile competente l’interessato può ottenere il riconoscimento dello stato di figlio, con tutti gli effetti e le conseguenze che esso comporta ai sensi di legge.

 

 

Le conseguenze legali del riconoscimento della paternità

Una volta ottenuta la sentenza di riconoscimento della paternità il figlio godrà di tutti i diritti di cui gode un figlio riconosciuto, e cioè il diritto ad essere mantenuto, istruito, educato, nonché i diritti all’eredità. Al tempo stesso il padre dovrà farsi carico di tutti i doveri che tale ruolo comporta, e quindi educare, istruire e mantenere economicamente il proprio figlio (laddove quest’ultimo non sia già economicamente autosufficiente), ed eventualmente rimborsare alla madre quanto ella ha anticipato per mantenere il figlio in comune.

 

 

Come si prova la paternità

La prova della paternità può essere data con ogni mezzo, e dunque anche mediante elementi presuntivi [1], dai quali il giudice trarrà le sue conclusioni.

Non vi è una gerarchia fra le tipologie di prova potenzialmente presentabili: le stesse vanno valutate in base alle specificità del caso. La dichiarazione della madre, da sola, non forma una prova. Stesso discorso vale per la dimostrazione dell’esistenza nel periodo del concepimento di relazioni o rapporti fra la madre ed il presunto padre [2]. Tuttavia tali circostanze, se unite ad ulteriori elementi, possono essere impiegate a sostegno del convincimento del giudice circa la sussistenza della paternità.

Fra questi “ulteriori elementi” rientra il rifiuto a sottoporsi alle indagini ematologiche da parte del presunto padre. Tale accertamento rappresenta una delle prove più importanti in queste procedure, perché consente di accertare la fondatezza della domanda in termini oggettivi e senza ragionevoli margini di errore. Però è anche vero che il consulente nominato non può procedere all’indagine biologica senza il consenso delle persone da esaminare.

 

 

Le conseguenze del rifiuto al test del DNA

Laddove il rifiuto o l’assenza del presunto padre sia ingiustificata questa varrà come argomento di prova indiziante, che il giudice valuterà e tramite la quale potrà giungere al riconoscimento della sua paternità.

In generale, per giustificarsi dalla sottrazione a tale esame, non basta invocare la tutela della privacy in quanto l’uso dei dati nell’ambito del giudizio non può che essere rivolto a fini di giustizia. Inoltre il sanitario, chiamato a svolgere tale accertamento da parte del giudice, è tenuto al segreto professionale [3].

Neppure l’addurre generici problemi di salute costituisce adeguata motivazione. Il prelievo ematico, fatto ordinario nella pratica medica, non è infatti di per sé un pericolo per la salute o l’incolumità della persona, né costituisce un trattamento sanitario obbligatorio. Infine non giustifica validamente dalla sottrazione al test la documentazione medica attestante patologie che non pregiudicano la capacità di deambulare e che non determinano una impossibilità a sottoporsi a viaggi o ad essere trasportati [4].

 


[1] La presunzione è un tipo di prova indiretta con la quale partendo da un fatto determinato e noto si risale ad un altro fatto ignoto. Nei procedimenti di accertamento della paternità un esempio di prova presuntiva può essere l’accertare, anche mediante testimoni, che i genitori erano legati da una relazione affettiva durante il periodo del concepimento.

[2] Art. 269, co. 4, cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 27237/08, del 14.11.2008.

[4] Trib. Castrovillari sent. n. 62/16 del 18.02.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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