Ingiuria, danneggiamento e reati depenalizzati: nullatenenti salvi
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23 Feb 2016
 
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Ingiuria, danneggiamento e reati depenalizzati: nullatenenti salvi

Chi non ha nulla da perdere ottiene un grosso sconto dal governo per via del decreto depenalizzazione, sia nel caso di illecito amministrativo che di sanzione civile.

 

Si iniziano a vedere i primi effetti del decreto depenalizzazioni che ha cancellato circa 40 reati per trasformarli in illeciti amministrativi o civili: in entrambi i casi, infatti, la legge ha premiato i nullatenenti, coloro cioè che non hanno nulla da perdere in termini patrimoniali. Così, chi non ha un conto in banca pignorabile o una casa intestata o una pensione superiore al minimo vitale potrà allegramente danneggiare i beni altrui o ingiuriare chiunque, con la certezza di farla franca. Ma procediamo con ordine.

 

 

Fedina penale immacolata

Con due decreti legislativi del 15 gennaio scorso [1] il Governo ha dato attuazione alla delega in materia di riforma del sistema sanzionatorio [2] depenalizzando circa 40 reati ritenuti “minori”. Tra i reati depenalizzati vi sono quelli relativi alle fede pubblica su atti, quelli che vertono su moralità e buon costume, l’ingiuria, le violazioni minori sul patrimonio (come il danneggiamento semplice), l’assenza di autorizzazione per la coltivazione di cannabis a uso terapeutico, l’omesso versamento di ritenute previdenziali, l’impedito controllo ai revisori e l’alterazione sulle macchine utensili.

 

In questi casi (e negli altri di depenalizzazione) la sanzione penale precedente che poteva prevedere pene detentive fino a tre anni e/o pecuniarie di varia intensità viene sostituita per alcuni reati – sempre che vi sia istanza del danneggiato – dalla sanzione civile (che va allo Stato e che avrà un importo compreso tra i 200 e i 50mila euro) oltre al risarcimento del danno al denunciante, e per altri reati dalla sanzione amministrativa che può raggiungere i 50mila euro (oltre all’eventuale risarcimento).

 

Per conoscere la lista dei reati depenalizzati, con l’indicazione delle vecchie e nuove sanzioni leggi: “Depenalizzazioni: vecchie pene e nuove sanzioni”.

 

Il primo effetto della depenalizzazione è che, da adesso, la commissione dell’illecito non comporta più annotazioni sulla fedina penale che rimarrà immacolata, ma finisce per gravare solo sulle tasche del condannato, sempre ammesso che si tratti di soggetto solvibile o titolare di beni aggredibili.

 

Ecco qualche esempio: l’abuso della credulità popolare (finora punita con la pena alternativa dell’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a 1.032 euro e oblabile con 516 euro) potrà costare fino a 15mila euro. Gli atti osceni in luogo pubblico saranno puniti con una sanzione amministrativa da 5mila a 30mila euro. L’ingiuria costerà, oltre al risarcimento del danno alla vittima, una multa da versare allo Stato tra un minimo di 200 e un massimo di 12mila euro.

 

La guida senza patente (non avendola mai conseguita o avendone una a vario titolo non valida) torna ad essere un illecito amministrativo (per chi non è recidivo), dopo che nello scorso decennio era stata prima depenalizzata e poi resa di nuovo reato.

 

 

L’intenzione di far cassa del Governo

Il primo aspetto su cui ricade l’attenzione è il forte inasprimento delle sanzioni economiche, inasprimento che sembra contrario allo spirito della legge, quello cioè di prevedere un alleggerimento delle sanzioni, trasformandole da penali ad amministrative o civili. Difatti, se l’intenzione del giudice è quella di sanzionare il portafogli del colpevole non si vede perché oggi le multe debbano essere moltiplicate finanche a 15 volte. Il sospetto è che, ancora una volta, dietro la manovra si nasconda anche il consueto tornaconto dello Stato di fare cassa, al di là delle ragioni di giustizia sostanziale, partecipando al nuovo business della depenalizzazione.

 

 

Salvi i nullatenenti

Il problema principale, però, è che la depenalizzazione fa salvi coloro che non hanno nulla da perdere in termini economici. Sicché la stessa funzione deterrente della pena (quella cioè di disincentivare la commissione degli illeciti) viene completamente appiattita. Spesso i trasgressori sono stranieri nullatenenti o che si rendono irreperibili tanto facilmente da vanificare eventuali tentativi di riscossione. Anche se di fatto l’impunità poteva ricorrere anche con le precedenti sanzioni penali: si trattava di un reato lieve, per il quale spesso si arrivava alla prescrizione. Tuttavia, la spada di Damocle della fedina penale sporca ha storicamente costituito un deterrente forte, in quanto ritenuta un disvalore sociale superiore rispetto alla semplice multa, come quella di un autovelox.

 

Oggi, però, come detto il casellario giudiziario del criminale resterà intonso e se questi non ha beni da pignorare non subirà alcuna sanzione. Non è del resto un segreto – e questo il Governo ben lo sapeva quando scriveva la riforma – che oltre il 50% delle cause civili, pur a seguito di una sentenza di condanna, termina con un nulla di fatto perché, in sede di esecuzione forzata, non è mai possibile pignorare i beni del debitore, il quale, nel frattempo, se non è riuscito a rendersi irreperibile, ha quantomeno distratto i beni principali del proprio patrimoni, facendo sparire soldi dal conto o intestando la casa alla moglie, a seguito di una finta separazione.

 

 

Dopo la depenalizzazione dei reati cosa rischia chi non paga?

Con la depenalizzazione, tutto si trasferisce sul portafogli del colpevole il quale subirà una intimazione di pagamento da parte dell’autorità amministrativa. Nel caso di omesso versamento delle somme richieste, gli importi saranno iscritti a ruolo e la riscossione sarà affidata a Equitalia. Torna in gioco la famigerata cartella di pagamento, che verrà notificata al responsabile. Il quale, però, otterrà tutti i benefici che le nuove norme sulla riscossione esattoriale prevedono per gli evasori, ossia:

 

– non pignorabilità della prima casa;

 

– pignorabilità degli altri immobili solo per debiti superiori a 120mila euro: nel caso di reati depenalizzati, l’ipotesi è del tutto remota;

 

– ipoteca sulla casa solo per debiti superiori a 20mila euro;

 

pignoramento del conto corrente sui cui è accreditata la pensione o lo stipendio solo per la somma che eccede il triplo dell’assegno sociale (1.345,56);

 

– pignoramento della pensione o dello stipendio entro i seguenti limiti massimi: I) per chi ha uno stipendio/pensione fino a 2.500 euro, pignoramento massimo di 1/10; II) per chi ha uno stipendio/pensione da 2.501 a 5.000 euro, pignoramento massimo di 7/10; III) per chi ha uno stipendio/pensione da 5.000 euro in su, pignoramento massimo di 1/5.

 

Da ciò si comprende bene che, anche qualora il pignoramento vada a buon fine, Equitalia riuscirà a riscuotere una minima parte della sanzione o, comunque, ci riuscirà dopo numerosi anni.


[1] D.lgs. n. 7/2015 e n. 8/2015.

[2] Conferitagli con la legge 67/2014.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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