Offese dell’avvocato alla controparte: risarcisce il cliente
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23 Feb 2016
 
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Offese dell’avvocato alla controparte: risarcisce il cliente

È sempre e solo la parte processuale a rispondere delle conseguenze della sentenza, ivi compreso l’obbligo al risarcimento del danno per le frasi offensive e sconvenienti contenute negli atti processuali.

 

Prima di firmare la procura al tuo avvocato è meglio leggere quello che è scritto nell’atto processuale: questo perché se il legale usa espressioni sconvenienti o offensive nei confronti della controparte, il giudice ordina al cliente di risarcire il danno alla controparte. Dunque per le espressioni offensive, non ne risponde mai, almeno direttamente, l’avvocato ma il suo assistito. Quest’ultimo, poi, dopo aver pagato, potrà rivalersi contro il professionista. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

 

 

Come si deve comportare l’avvocato in causa

L’avvocato ha il dovere, durante la causa, di comportarsi con lealtà, probità, dignità, decoro, diligenza e competenza, tenendo conto del rilievo sociale della difesa e rispettando i princìpi della corretta e leale concorrenza [2]. Se non osserva tali doveri il giudice denuncia il suo comportamento alle autorità che esercitano il potere disciplinare su di esso [3].

 

Negli scritti presentati e nei discorsi pronunciati davanti al giudice l’avvocato non deve usare espressioni sconvenienti od offensive [4]; in caso contrario il giudice, in ogni stato dell’istruzione, può disporre con ordinanza che siano cancellate tali espressioni [5], e con la sentenza che decide la causa assegnare alla persona offesa una somma a titolo di risarcimento del danno (anche non patrimoniale) sofferto, quando le espressioni offensive non riguardano l’oggetto della causa.

 

Non viola i doveri di correttezza e lealtà l’avvocato che non si presenta a una sola udienza senza comunicare la sua assenza [6].

 

 

La condanna al risarcimento non è a carico dell’avvocato

Con la sentenza in commento, la Cassazione ricorda che delle offese contenute negli scritti difensivi risponde sempre il cliente, anche quando provengano dal suo avvocato, sia perché gli atti di quest’ultimo sono sempre riferibili alla parte (che, con la firma della procura li fa propri), sia perché la sentenza può contenere decisioni dirette solo nei confronti delle parti in causa e non di altri soggetti [7]. Ebbene, l’avvocato non è una parte in causa e, dunque, la decisione del giudice non lo può mai riguardare in prima persona.

 

 

La successiva richiesta di rimborso all’avvocato

Dunque – conclude la sentenza in commento – delle offese contenute negli scritti difensivi risponde sempre la parte ed è quest’ultima che deve risarcire, di tasca propria, l’avversario processuale. Eventualmente poi, se condannata, potrà rivalersi nei confronti del proprio avvocato [8]. In che modo? Avviando una nuova causa. In particolare si dovrà trattare di un giudizio di responsabilità professionale, che – come noto – richiede prima la mediazione. Come infatti chiarito dalla stessa Cassazione [9], il difensore della parte può essere citato, a titolo personale, in un’azione per danni da espressioni offensive contenute negli atti di un processo da lui redatti, purché davanti a un giudice diverso da quello che ha definito la causa principale; è necessario che il cliente lamenti una responsabilità del difensore.


[1] Cass. sent. n. 3274/2016.

[2] Art. 88 co. 1 cod. proc. civ. e art. 3 co. 2 L. 247/2012.

[3] Art. 88 c. 2 cod. proc. civ.

[4] Art. 89 cod. proc. civ.

[5] Cass. sent. n. 14112/2011.

[6] Cass. SU sent. n. 12903/2011.

[7] Cass. sent. n. 11063/2002.

[8] Cass. sent. n. 23333/2008.

[9] Cass. ord. n. 19907/2013.

 

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