Licenziamento della lavoratrice madre: nullità e conseguenze
Licenziamento della lavoratrice madre: nullità e conseguenze
L'autore

Maria Monteleone

1989. Praticante avvocato abilitato al patrocinio. Laureata con lode in Giurisprudenza presso l'Università della Calabria. [...]



Il licenziamento della lavoratrice madre, durante il periodo che va dall’inizio della gravidanza fino ad un anno d’età del bambino, è nullo e la donna ha diritto alla reintegrazione e al pagamento delle retribuzioni passate.

 

La legge [1] prevede il divieto di licenziamento della lavoratrice madre, pena la nullità dello stesso, in un periodo protetto che va dall’inizio della gravidanza [2] fino al compimento di un anno di età del bambino.

 

Tale divieto (volto a tutelare la condizione fisico-psichica ed economica della lavoratrice madre e del bambino) prescinde dal fatto che il datore di lavoro sia consapevole o meno della gravidanza e del puerperio. Il licenziamento è quindi nullo anche se la donna non ha presentato al proprio datore la certificazione medica attestante la propria situazione personale [3].

 

La donna illegittimamente licenziata ha diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro mediante la presentazione della certificazione dalla quale risultino, alla data del licenziamento, i fatti che lo vietavano [4].

La lavoratrice madre ha anche diritto al pagamento delle retribuzioni dovute dalla data di presentazione materiale del certificato di gravidanza (e non da quella di comunicazione del licenziamento) fino alla reintegrazione [5].

 

Per il certificato di gravidanza, la legge prevede specifiche formalità; deve essere rilasciato in tre copie, due delle quali devono essere consegnate al datore di lavoro e all’istituto assicuratore. Esso, inoltre, deve contenere i seguenti dati: a) le generalità della lavoratrice b) l’indicazione del datore di lavoro e della sede, delle mansioni alle quali è addetta, dell’istituto presso il quale è assicurata per il trattamento di malattia c) il mese di gestazione alla data della visita; d) la data presunta del parto [6].

 

Il divieto di licenziamento della lavoratrice madre non sussiste in alcune ipotesi eccezionali espressamente previste dalla legge [7]:

- colpa grave della lavoratrice nello svolgimento del rapporto di lavoro costituente giusta causa di licenziamento (la giusta causa deve essere valutata tenendo in considerazione le specifiche condizioni psicofisiche in cui versa la donna madre);

- cessazione dell’attività di azienda cui la lavoratrice è addetta, per l’impossibilità materiale di proseguire il rapporto di lavoro;

- ultimazione della prestazione per la quale la lavoratrice è stata assunta o la risoluzione del rapporto di lavoro per scadenza del termine, nel caso di contratto a termine;

- esito negativo del patto di prova [8].

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Art. 54 D.Lgs. 2001, n. 151.

[2] Per la determinazione dell’inizio del periodo di gravidanza si presume che il concepimento sia avvenuto 300 giorni prima della data del parto, indicata nel certificato medico (art. 4, D.P.R. 1976, n. 1026).

[3] Cfr. Cass. sent. n. 5749/2008.

[4] Art. 54 D.Lgs. 2001, n. 151, c. 2.

[5] Art. 4, D.P.R. 1976 n. 1026: “La mancata prestazione di lavoro durante il periodo intercorrente tra la data di cessazione effettiva del rapporto di lavoro e la presentazione della certificazione non dà luogo a retribuzione. Il periodo stesso è tuttavia computato nell’anzianità di servizio, esclusi gli effetti relativi alle ferie e alla tredicesima mensilità, o gratifica natalizia”.

[6] Art. 14 D.P.R. 1976, n. 1026.

[7] Art. 54 D.Lgs. 2001, n. 151, c. 3.

[8] Si tratta del caso in cui le parti abbiano stipulato per iscritto un patto di prova, il quale prevede un periodo di prova anteriore o contestuale all’assunzione del dipendente.

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