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Lo sai che? Pubblicato il 23 febbraio 2016

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Lo sai che? Se il contribuente si difende da solo in CTP ma sbaglia i calcoli

> Lo sai che? Pubblicato il 23 febbraio 2016

Nulla la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale se il giudice non avverte il contribuente della necessità di nominare un difensore perché il valore della lite è superiore a 3000 euro.

Nelle liti contro il fisco, instaurate davanti alla Commissione Tributaria, il contribuente può difendersi da solo, firmando in prima persona il ricorso, senza bisogno di un avvocato o altro professionista, se il valore della controversia non supera i tremila euro [1]. Se però il contribuente, che si difende personalmente, sbaglia i calcoli e l’importo della lite è maggiore del predetto limite, il giudice non può dichiarare inammissibile il ricorso, ma deve prima avvertirlo dell’obbligo di nominare un difensore. Se tale avviso non viene inviato, la sentenza è nulla. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [2].

Secondo la Corte, non può essere dichiarato inammissibile il ricorso innanzi alle commissioni tributarie se il contribuente si difende personalmente per aver quantificato erroneamente il valore della causa. E ciò perché la disciplina del contenzioso tributario relativa alla cosiddetta “assistenza tecnica necessaria” è rivolta a garantire il pieno esercizio del diritto di difesa. Il giudice è allora tenuto ad avvisare il contribuente del fatto che, per poter proseguire nel giudizio, è necessario che nomini un avvocato, un commercialista, un ragioniere o altro professionista abilitato al patrocinio innanzi alla commissione tributaria. A tal fine alla parte viene assegnato un termine per provvedere a tale obbligo. Soltanto in caso di inottemperanza dell’ordine del giudice, indirizzato alla parte di munirsi della prescritta assistenza tecnica, si può dichiarare inammissibile il ricorso.

Se il giudice, infine, nelle controversie superiori a 3mila euro, omette di ordinare alla parte di munirsi di difesa tecnica, la sentenza è nulla. Tale nullità può essere rilevata in appello. Ma si tratta di una nullità che solo la parte può eccepire, perché non è rilevabile d’ufficio. Quindi, se la parte dimentica di contestare tale aspetto, il vizio della sentenza si sana.

note

[1] Valore così aggiornato dal d.lgs. n. 156/2015.

[2] Cass. sent. n. 3120/2016 del 17.02.2016.

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Corte di Cassazione, sez. Tributaria Civile, sentenza 27 gennaio – 17 febbraio 2016, n. 3120
Presidente Chindemi – Relatore Stalla

Svolgimento del giudizio

A.R. propone ricorso per la cassazione della sentenza n. 10 del 24 febbraio 2009 con la quale la Commissione Tributaria Regionale di Bologna – a conferma della prima decisione – ha ritenuto la legittimità dell’avviso di liquidazione e di irrogazione di sanzioni per imposte ipotecaria, catastale ed Invim, notificatole sulla base di un avviso di accertamento che, già impugnato nell’aprile 1986, era stato confermato con sentenza della commissione tributaria provinciale n. 55/06/02; passata in giudicato per effetto della sentenza n. 57/06 con la quale la commissione tributaria regionale aveva ritenuto tardivo l’appello contro di essa proposto.
Al ricorso, articolato su sei motivi, resiste l’Agenzia delle Entrate con controricorso. La ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 cpc.

Motivi della decisione

1.1 Con il primo motivo di ricorso – corredato del prescritto quesito di diritto ex art. 366 bis cpc – la R. lamenta, ex art. 360, 1^ co. n. 4) cpc, violazione degli articoli 12 e 79 d.lvo 546/92, 24 Cost. e 6 I. 848/55 di ratifica della CEDU: per avere la commissione tributaria regionale omesso di considerare che la sentenza della commissione provinciale n. 55/06/02 non poteva aver dato luogo a giudicato sulla legittimità dell’accertamento – né, di conseguenza, costituire titolo legittimante l’avviso di liquidazione successivamente intimato – poiché essa doveva ritenersi giuridicamente inesistente (e non nulla) in quanto emanata senza che la contribuente (che aveva, in primo grado, agito personalmente) venisse invitata a munirsi di difensore tecnico; come obbligatorio dal 1^ aprile 1993, vertendosi di lite di valore superiore a 5 milioni di lire.
1.2 II motivo è infondato.
Deve farsi qui applicazione del costante orientamento di legittimità, secondo cui (NOTA 1): – l’omissione, da parte del giudice tributario adito nelle controversie di valore superiore a 2.582,28 euro ovvero in quelle assoggettate al regime transitorio di cui all’art. 79 2^ co. d.lvo 546/92, dell’ordine alla parte privata che ne sia priva di munirsi di difensore ai sensi dell’art. 12, comma 5, del citato decreto, dà luogo a nullità, e non ad inesistenza giuridica della sentenza; – tale nullità ha carattere non assoluto (non attinendo alla costituzione del contraddittorio) bensì relativo, con la conseguenza che essa non è rilevabile d’ufficio e può essere eccepita, ex art. 157 cod. proc. civ., soltanto dalla parte che sia stata lesa nel suo diritto all’adeguata assistenza tecnica; – il verificarsi nel primo grado di giudizio della nullità in oggetto ne Implica la sua deducibilità tra i motivi di appello (in forza del principio generale di conversione della causa di nullità in motivo di gravame), senza che essa incida sul decorso del termine di impugnazione della sentenza ex artt. 327 cod. proc. civ. e 38, ultimo comma, del menzionato decreto, dovendosi considerare, ex art. 22, primo comma, la parte stessa ritualmente costituita in primo grado e, quindi, a conoscenza del processo; – la soluzione così prospettata non può dirsi in contrasto con i principi costituzionali e CEDU in materia, posto che essa tutela l’esigenza di assicurare l’effettività del diritto di difesa nel processo tributario e l’adeguata tutela del contribuente contro gli atti della P.A., evitando nel contempo irragionevoli sanzioni di inammissibilità del ricorso, che si risolvano in danno per il soggetto che si intende tutelare; – infine, il difetto di assistenza tecnica, a differenza di quanto avviene nel processo civile, non si traduce in difetto di rappresentanza processuale, in quanto l’incarico al difensore, a norma dell’art. 12, comma terzo, del d.lgs. n. 546 del 1992, può essere conferito anche in udienza pubblica, successivamente alla proposizione del ricorso e non dà di per sé luogo, perciò, ad una nullità attinente alla costituzione del contraddittorio.
Quanto qui affermato in ricorso non può dunque essere condiviso, posto che l’obbligo normativo di invitare la R. a munirsi di difensore tecnico sopraggiunse nel corso del giudizio di primo grado avente ad oggetto l’impugnazione dell’avviso di accertamento; e l’omissione del relativo avviso doveva essere fatta oggetto di un motivo di appello tempestivamente proposto nei termini ordinari. Atteso che ciò non si è verificato, non può che prendersi atto dell’intervenuto passaggio in giudicato della sentenza di primo grado n. 55/02 sulla legittimità dell’avviso di accertamento. Dal che consegue l’incontrovertibilità – per questa ragione – dell’avviso di liquidazione su tale accertamento basato.
2.1 Con il quinto motivo di ricorso – munito anch’esso del prescritto quesito di diritto – la R. lamenta, ex art. 360, 1^ co. n. 4) cpc, violazione degli articoli 17, 20 e 25 d.lvo 472/97; per avere la sentenza qui impugnata omesso di rilevare la decadenza dell’amministrazione dalla contestazione della violazione con irrogazione della sanzione. Infatti tale atto, relativo ad una donazione del febbraio 1984, doveva dall’ufficio esserle notificato, ex articolo 20 d.lvo 472/97, entro 1^ aprile 2003 (cinque anni dalla data di entrata in vigore della legge), mentre l’avviso in oggetto le era stato notificato soltanto il 26 giugno 2005.
§ 2.2 Il motivo è infondato.
Al di là dell’errore terminologico nella sentenza impugnata (quinto anno successivo a quello in cui è avvenuta la ‘liquidazione’, invece che la ‘violazione’; fermo restando che il refuso è riferito ad una norma, l’art. 20 d.lvo 472/97, che richiama comunque il termine alternativo ‘previsto per l’accertamento dei singoli tributi’), rileva nella specie che non può qui porsi in discussione la tempestività dell’originario avviso di rettifica ai fini dell’imposta ipotecaria, catastale ed Invim; avviso di rettifica che ha trovato conferma in una sentenza ormai passata in giudicato.
Su tale presupposto, va respinta la tesi dell’affermata decadenza dalla liquidazione delle sanzioni.
Ciò perché l’avviso di liquidazione delle sanzioni è stato notificato alla R. – non in via autonoma, bensì contestuale alla liquidazione del tributo – a seguito del suddetto giudicato (2004), ed entro il triennio dalla sua formazione (v. art. 76 secondo e quarto comma, d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131).
Ricorre in proposito l’orientamento secondo cui: “In tema di INVIM, la notifica detratto di accertamento in rettifica per infedele dichiarazione – successivamente sanzionata con l’avviso di irrogazione delle sanzioni – ha valenza di primo atto di contestazione della violazione, con conseguente non applicabilità – nel caso in cui la notifica in questione sia avvenuta prima dell’entrata in vigore del d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 472 (ed alla luce del criterio discretivo ivi fissato dall’art. 25) – dell’art. 20 del medesimo d.lgs.; ed applicabilità, invece, dell’art. 76 2^ e 4^ co. d.P.R. 131/86 (al quale rinvia l’art. 31 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 643), secondo cui la soprattassa e la pena pecuniaria devono essere applicate, a pena di decadenza, nel termine di tre anni, decorrenti, per gli atti presentati per la registrazione e nel caso in cui sia stato proposto ricorso avverso l’avviso di rettifica e di liquidazione della maggiore imposta, “dalla data della notificazione della decisione delle commissioni tributarie ovvero dalla data in cui la stessa è divenuta definitiva” (NOTA 2).
3.1 Con il secondo, terzo, quarto e sesto motivo di ricorso, la R. deduce varie violazioni di legge “in relazione all’ art. 360, 1^ co.n. 5) cpc”; per avere la sentenza impugnata: – (secondo motivo) omesso di valutare il vizio (in termini di nullità o inesistenza) della sentenza della commissione provinciale n. 55/06/02 cit., affermandone erroneamente il passaggio in giudicato per effetto della ritenuta tardività dell’appello contro di essa proposto; – (terzo motivo) apoditticamente qualificato come mero ed irrilevante errore materiale il riferimento, nell’avviso di liquidazione, all’imposta di registro invece che di donazione; – (quarto motivo) omesso di rilevare l’assenza, nella specie, di elementi di colpevolezza della contribuente in relazione alla dichiarazione di valore dell’immobile donato, vertendosi unicamente di obiettiva difficoltà di stima per le peculiarità del medesimo; – (sesto motivo) omesso di rilevare che non erano comunque nella specie dovuti gli interessi di mora: sia per l’assenza di colpevolezza, sia perché comunque non spettanti per il periodo durante il quale l’ufficio aveva tardato a notificarle l’avviso di liquidazione.
3.2 I quattro motivi in esame sono inammissibili.
In primo luogo essi invocano contraddittoriamente, e senza la dovuta chiarezza ed immediatezza, una pretesa ‘violazione di legge sostanziale o processuale (astrattamente riferibile alle ipotesi ex art. 360, 1^ co. nn. 3) e 4) cpc), poi posta però in relazione alla non collimante ipotesi del n. 5) art. 360 cit., propria della carenza motivazionale.
In secondo luogo, è dirimente rilevare come essi siano privi del ‘quesito di diritto’ prescritto dall’art. 366 bis cod.proc.civ.; norma qui applicabile ratione temporis vertendosi, nella specie, di ricorso avverso sentenza di appello pubblicata il 24 febbraio 2009.
E’ orientamento ormai pacifico (NOTA 3) che, nel vigore di tale disposizione, ciascun motivo di ricorso sussumibile ex art. 360, 1^ co., nn. da 1 a 4 cod.proc.civ. debba concludersi con un quesito di diritto che espliciti una sintesi logico-giuridica della controversia; così da consentire al giudice di legittimità di enunciare una regula juris suscettibile di ricevere applicazione anche in casi ulteriori rispetto a quello deciso dalla sentenza impugnata. Il quesito di diritto, più in particolare, deve compendiare (sent.cit.): “a) la riassuntiva esposizione degli elementi di fatto sottoposti al giudice di merito (siccome da questi ritenuti per veri, altrimenti mancando la critica di pertinenza alla ratio decidendi della sentenza impugnata); b) la sintetica indicazione della regola di diritto applicata dal quel giudice; c) la diversa regola di diritto che, ad avviso deI ricorrente, si sarebbe dovuta applicare al caso di specie”.
Nulla di tutto ciò è dato riscontrare nella presente fattispecie.
Né alla radicale mancanza del quesito potrebbe legittimamente sopperirsi facendo ricorso al motivo in quanto tale, atteso che quest’ultimo attiene alla parte puramente espositiva – illustrativa della censura, ma non ne definisce la sintesi con i caratteri e gli effetti voluti dal legislatore. (NOTA 4) Tanto che l’opposta conclusione – nel senso della ‘fungibilità’ e supplenza del motivo rispetto al quesito di diritto mancante – finirebbe con il disattendere il disposto normativo in esame: sia nella sua ratio, volta a consentire l’immediata ed esauriente individuazione del vizio lamentato in rapporto alla soluzione adottata ed a quella proposta; sia nella sua stessa lettera testuale, dal momento che l’art. 366 bis cit. stabilisce espressamente che la formulazione del quesito debba avvenire ‘a pena di inammissibilità’.
Ciò va parimenti affermato con riguardo all’omologo requisito – prescritto per il vizio motivazionale ex art. 360 cit. n. 5) – del ‘quesito di fatto’ o ‘momento di sintesi’; anch’esso nella specie assente.
Il quesito di fatto, sulla scorta anche in tal caso di un ormai consolidato indirizzo giurisprudenziale (NOTA 5), è volto a far constare chiaramente, in modo sintetico, evidente ed autonomo, il fatto controverso rispetto al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, così come le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione; a tal fine necessitando, segnatamente, la enucleazione conclusiva e riassuntiva di uno specifico passaggio espositivo del ricorso nel quale tutto ciò risalti in modo inequivoco, tale da rendere immediatamente intelligibili le censure a prescindere dalla lettura dell’intero motivo. Con l’ulteriore precisazione che tale sintesi conclusiva, costituente un quid pluris rispetto alla illustrazione del motivo, “non si identifica con il requisito di specificità del motivo ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, ma assume l’autonoma funzione volta alla immediata rilevabilità del nesso eziologico tra la lacuna o incongruenza logica denunciata ed il fatto ritenuto determinante, ove correttamente valutato, ai fini della decisione favorevole al ricorrente” (NOTA 6).
Ne segue il rigetto del ricorso, con condanna di parte ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso;
condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione che liquida in euro 5.000,00 per compenso, oltre alle spese prenotate a debito.

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