Se il giudice rigetta la richiesta di consulenza tecnica d’ufficio
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29 Feb 2016
 
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Maria Monteleone
 


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Se il giudice rigetta la richiesta di consulenza tecnica d’ufficio

La CTU può diventare un vero e proprio mezzo di prova rilevante ai fini della decisione della causa; il giudice è libero di ammetterla o meno ma deve motivare il rigetto.

 

Il consulente tecnico d’ufficio è un ausiliario tecnico del giudice e lo assiste nei compiti di valutazione e acquisizione delle prove. Il giudice può affidare al consulente tecnico non solo l’incarico di valutare i fatti da lui stesso accertati o dati per esistenti (consulente deducente), ma anche quello di accertare i fatti stessi (consulente percipiente).

 

Nel primo caso (cosiddetta CTU deducente) la consulenza presuppone l’avvenuto espletamento dei mezzi di prova e ha per oggetto la valutazione di fatti i cui elementi sono già provati dalle parti; nel secondo caso (cosiddetta CTU percipiente) la consulenza può costituire essa stessa fonte oggettiva di prova.

Naturalmente ciò non significa che le parti possano sottrarsi all’onere probatorio e rimettere l’accertamento dei propri diritti all’attività del consulente. È necessario, invece, che:

 

– la parte deduca quanto meno il fatto che pone a fondamento del proprio diritto;

 

– il giudice ritenga che il fatto sia possibile, rilevante e tale da lasciare tracce accertabili o, comunque, da poter essere ricostruito dal consulente;

 

– l’accertamento richieda cognizioni tecniche che il giudice non possiede oppure che vi siano altri motivi che impediscano o sconsiglino il giudice dal procedere personalmente all’accertamento;

 

– il consulente indaghi sui fatti prospettati dalle parti e non su fatti sostanzialmente diversi.

 

Dunque la CTU può costituire, in base ai compiti di cui è investito il consulente e alle necessità del caso, un semplice supporto nella valutazione delle prove già acquisite nel processo oppure un vero e proprio mezzo di prova volto ad accertare fatti di causa o elementi essenziali per la decisione del giudizio.

 

La consulenza tecnica d’ufficio può essere disposta spontaneamente dal giudice o, come più spesso accade, richiesta (o meglio sollecitata) dalle parti interessate.

 

In caso di richiesta di ammissione CTU, il giudice decide discrezionalmente e in base al proprio prudente apprezzamento, se accogliere o rigettare la richiesta. Egli infatti non ha l’obbligo di ammettere la CTU ed è libero di ritenere la stessa irrilevante, superflua e meramente esplorativa, giudicare già sufficiente il quadro probatorio acquisito, ritenere accertati i fatti di causa senza necessità di ulteriori indagini.

 

Il rigetto della richiesta di CTU può diventare problematico per la parte interessata laddove essa rappresenti l’unico modo per fornire la prova o comunque far accertare aspetti tecnici, non altrimenti dimostrabili e per i quali probabilmente il giudice non ha e non può avere competenza (per esempio in ambito medico, edilizio, contabile, energetico ecc.).

 

In questi casi, la giurisprudenza, pur riconoscendo la piena discrezionalità nella scelta fra l’ammissione o meno della CTU, impone al giudice l’obbligo di motivazione delle ragioni dell’eventuale rigetto. Egli deve specificare cioè perché ha ritenuto che la CTU non fosse necessaria e sulla base di quali elementi probatori si è formato il proprio convincimento.

 

Il principio secondo cui il provvedimento che dispone la consulenza tecnica rientra nel potere discrezionale del giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità, va contemperato con l’altro principio secondo cui il giudice deve sempre motivare adeguatamente la decisione adottata su una questione tecnica rilevante per la definizione della causa; ne consegue che, quando il giudice disponga di elementi istruttori e di cognizioni proprie, integrati da presunzioni e da nozioni di comune esperienza, sufficienti a dar conto della decisione adottata, non può essere censurato il mancato esercizio di quel potere, mentre se la soluzione scelta non risulti adeguatamente motivata, è sindacabile in sede di legittimità sotto l’anzidetto profilo [1].

 

A tal proposito, si segnala la recente pronuncia della Cassazione [2] secondo cui il provvedimento di rigetto della CTU deve essere motivato, al fine di consentire un sindacato sullo stesso da parte del soggetto interessato.

 

Tuttavia, l’omessa specificazione dei motivi di rigetto non dà luogo a vizio di omessa motivazione della sentenza quando, dal complesso delle ragioni svolte nella sentenza, risulti la irrilevanza e superfluità delle prove richieste.

 

Ne deriva che la motivazione del rigetto può anche essere implicita nelle argomentazioni della sentenza quando da esse emerge che, rispetto ai fatti di causa e alle domande delle parti, la perizia tecnica sarebbe stata irrilevante e superflua.


[1] Cass. sent. n. 72/2011.

[2] Cass. sent. n. 9881/2015.

 

Autore immagine: 123f com

 


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