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Lo sai che? Pubblicato il 25 febbraio 2016

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Lo sai che? Affitto a prostituta: è legale

> Lo sai che? Pubblicato il 25 febbraio 2016

Dare in locazione la casa a una escort non fa scattare il reato di favoreggiamento alla prostituzione.

Così come è legale, in Italia, la prostituzione, nonché andare a prostitute, è altresì pienamente lecito affittare una casa a una donna nella piena consapevolezza che questa vi eserciterà l’attività di escort. Nessuno si può quindi opporre – neanche il condominio – a che il padrone di casa, in qualità di locatore, dia in affitto il proprio appartamento a una squillo. È però importante che il canone sia a prezzi di mercato. Questo perché, se il corrispettivo supera di molto i prezzi correnti, potrebbe scattare il sospetto di sfruttamento della prostituzione, attività che, invece, costituisce reato.

In buona sostanza, il rischio è che la Procura della Repubblica possa ritenere che dietro il surplus di corrispettivo pagato a titolo di affitto vi sia, invece, nascosto il dazio pagato allo sfruttatore.

È questo l’orientamento ormai consolidato della giurisprudenza, da ultimo ribadito dalla Corte di Appello di Taranto [1] che si è conformata a più precedenti della Cassazione.

Secondo il giudice pugliese, il locatore che, a prezzo di mercato, concede in locazione un appartamento a una prostituta non commette il reato di favoreggiamento della prostituzione, anche se è consapevole che la locataria vi eserciterà l’attività più antica del mondo. Ciò perché, nel nostro ordinamento, ciò che viene vietata è il fornire un supporto e un ausilio al meretricio. La tematica è stata anche affrontata con riferimento a chi apre un sito internet con annunci di prostitute: la semplice gestione della pagina web con le inserzioni pubblicitarie non fa scattare alcun reato di favoreggiamento; l’illecito penale, invece, si configura quando, oltre agli annunci, vengono compiute altre attività dirette ad agevolare la prostituzione, rendendo più allettante l’offerta (per es. il sottoporre le clienti a servizi fotografici, ecc.).

Tornando all’affitto, il semplice contratto stipulato con la prostituta non rappresenta un effettivo ausilio per la prostituzione: esso, infatti, ha come finalità solo quella di fornire al conduttore un tetto dove vivere, al di là di quale attività poi vi eserciterà dentro.

Sarebbe invece del tutto illecito un contratto di sublocazione in cui un soggetto, prendendo in affitto un locale, lo subaffitti a una donna affinché vi svolga attività di escort.

note

[1] C. App. Taranto, sent. n. 706/15 del 31.08.2015.

Corte d'Appello Taranto - Sezione penale - Sentenza 31 agosto 2015 n. 706

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DI APPELLO DI LECCE
SEZIONE DISTACCATA DI TARANTO

SEZIONE PENALE

composta dai signori:
Dr ssa Rosa Patrizia SINISI - Presidente
Dr.ssa Susanna DE FELICE - Consigliere
Dr. Andrea LISI - Consigliere estensore
all'udienza del 08/06/2015
con l'intervento del Pubblico Ministero dr. Mario Barruffa; con l'assistenza del Cancelliere sig. Raffaele Cannella; ha pronunciato la seguente
SENTENZA
DIBATTIMENTALE
nel processo penale a carico di:
D.SO.BA.MA.AL., nato il (...) a Rio De Janeiro (Brasile), residente a Perugia alla Via (...); eletto domicilio c/o lo studio del difensore di fiducia Avv.to CR.PA. in Roma alla Via (...)
- CONTUMACE
Appellante avverso la sentenza n. 431/2011 emessa il 24.02.2011 dal Tribunale di Taranto - con la quale, imputato del reato di cui all'art. 3 co. 2 L. 75/58 n. 75 e art. 4 stessa legge, per aver favorito la prostituzione di D.AL.D.RE.MO., FR.D.SA.CL. e GO.D.SO.MA.DA.VI. consentendo loro di esercitare l'attività di meretricio in un appartamento del quale aveva disponibilità. (Acc.to in Taranto, il 17.11.2007),
veniva ritenuto responsabile del reato ascrittogli e, concesse le attenuanti generiche stimate equivalenti alla contestata aggravante, condannato alla pena di anni due di reclusione ed Euro 300 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali. Dissequestro dell'appartamento sito in Taranto alla Via (...), 3° piano, con restituzione all'avente diritto. Confisca e distruzione di quanto altro caduto in sequestro;
sulle conclusioni come di seguito formulate:
Il P.G. chiede "in riforma, la continuazione con la sentenza del GUP di Trento"; l'avvocato AN.CA. difensore d'ufficio nominato in assenza dell'avvocato CR.PA. del foro di Roma, difensore di fiducia dell'imputato, chiede "l'accoglimento dei motivi di appello".
IN FATTO E IN DIRITTO
Con sentenza del 24 febbraio 2011 il Tribunale di Taranto condannava dichiarava D.SO.BA.MA.AL. responsabile dell'imputazione riportata in epigrafe e lo condannava alla pena di due anni di reclusione e trecento Euro di multa.
Il primo giudice poneva a fondamento della pronunzia gli accadimenti rappresentati nel verbale relativo al sopralluogo effettuato dal personale della Questura di Taranto il 17 novembre 2007 presso l'appartamento sito in Taranto via (...) terzo piano, ove furono identificate D.AL.D.RE.MO., FR.D.SA.CL. e GO.D.SO.MA.DA.VI.; il verbale di sequestro dei telefoni cellulari (i numeri di alcuni di essi corrispondevano a quelli riportati negli annunci sui giornali) e degli oggetti inequivocabilmente riconducibili all'esercizio della prostituzione (profilattici, gel, un fallo in legno, un promemoria contenente messaggi di esplicito tenore sessuale che erano stati pubblicati sugli annunci economici di alcuni quotidiani locali, l'elenco delle risposte che le ragazze avrebbero dovuto offrire ai loro interlocutori telefonici, ecc.); le sommarie informazioni rese dalla predetta GO.D.SO.MA.DA.VI., l'unica delle tre che non svolgeva quell'attività (materiale probatorio acquisito e utilizzato sul consenso delle parti).
Interponeva tempestivo appello il difensore del D.SO.BA., deducendo i seguenti motivi:
1. insussistenza del reato, avendo l'imputato locazione l'appartamento in Taranto per consentire alla compagna LI.D.AR.AD. detta "Sa." di usufruirne, senza aver favorito l'attività illecita posta in essere quest'ultima, come del resto si evinceva dalle sommarie informazioni rese da GO.D.SO.MA.DA.VI. 17/11/2007, secondo cui era la prima a occuparsi dell'organizzazione dell'attività di prostituzione; in buona sostanza, l'imputato aveva tratto l'immobile locazione e lo aveva subito ceduto alla sua compagna sicché non sussisteva alcun legame con l'attività svolta dal suo interno; inoltre, anche ove l'imputato fosse stato semplicemente consapevole dell'esercizio della prostituzione in quell'appartamento, la sua condotta sarebbe stata penalmente irrilevante poiché secondo il costante orientamento giurisprudenziale tale è la condotta di colui che concede in locazione un appartamento a una prostituta, benché consapevole che la conduttrice vi eserciterà l'anzidetta attività;
2. violazione del divieto del ne bis in idem, poiché i fatti commessi a Taranto e quelli commessi a Bolzano e Trento, per i quali l'imputato era stato già giudicato con pronunzia divenuta irrevocabile, erano identici, essendo stato in quest'ultimo processo contestato all'imputato il reato di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento della prostituzione;
3. incongruità del trattamento sanzionatorio per violazione dell'articolo 133 c.p., avendo il Tribunale riconosciuto le attenuanti generiche con giudizio di equivalenza alle aggravanti contestate, e per la sussistenza del nesso di continuazione fra i reati già giudicati con sentenza del 24 maggio 2008, commessi a Bolzano e Trento, e quelli per cui si procedeva.
All'udienza del 7 luglio 2014 la Corte ha ritenuto sussistente l'impedimento dedotto dal difensore dell'imputato con istanza depositata il 24 giugno 2014, rinviava il processo al 25 maggio 2015, con sospensione dei termini di prescrizione.
All'udienza del 25 maggio 2015 la Corte ha disatteso l'istanza di differimento dell'impedimento del difensore depositata il 22 maggio 2015, per intempestività e perché non vi era menzione delle ragioni impeditive di un'eventuale sostituzione dinanzi al Tribunale di sorveglianza di Roma.
E difatti secondo il condivisibile insegnamento della Corte di Cassazione, "L'impegno professionale del difensore in altro procedimento costituisce legittimo impedimento che dà luogo ad assoluta impossibilità a comparire, ai sensi dell'art. 420 ter, comma quinto, c.p.p., a condizione che il difensore. a) prospetti l'impedimento non appena conosciuta la contemporaneità dei diversi impegni; b) indichi specificamente le ragioni che rendono essenziale l'espletamento della sua funzione nel diverso processo; c) rappresenti l'assenza in detto procedimento di altro codifensore che possa validamente difendere l'imputato; d) rappresenti l'impossibilità di avvalersi di un sostituto ai sensi dell'art. 102 c.p.p. sia nel processo a cui intende partecipare sia in quello di cui chiede il rinvio" (Cass. S.U., 18 dicembre 2014 n. 4909).
La Corte accoglieva invece l'istanza del procuratore generale di acquisire la motivazione della sentenza resa dal Giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Trento il 24/5/2008, irrevocabile dell'1/12/2008, relativa ai fatti che il difensore dell'imputato ha dedotto essere identici a quelli per i quali si procede o di cui in subordine aveva chiesto l'affermazione del nesso di continuazione.
All'udienza odierna, pervenuta la pronunzia sopraindicata, le parti concludevano come riportato innanzi.
E difatti, essendo pacifico che nell'appartamento tratto in locazione dall'imputato e sito in Taranto via (...) D.AL.D.RE.MO. e FR.D.SA. svolgessero attività di prostituzione, sovvengono l'informativa di reato e le sommarie informazioni rese da GO.D.SO.MA.DA.VI., giunta Taranto con le predette e "assunta" dalle stesse con mansioni di collaboratrice domestica, pienamente attendibili perché circostanziate e dotate di un elevatissimo grado di coerenza logica, oltre che prive di qualsiasi intento di calunnia. In particolare, è emerso dalle stesse che:
- appena giunte a Taranto, D.AL.D.RE.MO. aveva contattato un tassista evidentemente indicatole in precedenza, che le aveva condotte direttamente all'abitazione di via (...);
- al momento dell'accesso nell'appartamento, la prostituta che lo occupava, a sua volta in partenza per Roma, aveva consegnato alla D.AL.D.RE. le chiavi di esso e un telefono cellulare di marca No. con il numero telefonico di "Sa.", che peraltro si occupava dell'organizzazione dell'attività di prostituzione;
- il giorno successivo la D.AL.D.RE. aveva telefonato al predetto tassista chiedendogli prelevare dalla stazione la sua amica FR.D.SA.CL.;
- quell'appartamento era stato tratto in affitto da un uomo sposato con una loro connazionale soprannominata "Sa.";
- le due predette avevano dovuto corrispondere quattrocento Euro, versandole sul conto corrente intestato a LI.D.AR.AN.MA. e si sarebbero trattenute in quell'appartamento per 7-15 giorni, poiché tanto durava la permanenza di ciascun gruppo di prostitute.
Le successive indagini hanno consentito di accertare che l'appartamento in parola, di proprietà di tale CA.CI., era stato effettivamente locato il 5 ottobre 2007 - con la mediazione dell'agenzia "SO.FI." - all'odierno appellante, che aveva sottoscritto il relativo contratto in atti, concordando il pagamento di un canone annuo di Euro 4800,00 da corrispondersi rate mensili di quattrocento Euro.
Le risultanze processuali comprovano cioè che quell'appartamento fu tratto dall'appellante in locazione al solo fine di permettere lo svolgimento dell'attività illecita anzidetta, ove si consideri che egli risultava residente altrove (Mentana RM, successivamente a Perugia e comunque mai a Taranto) e che la donna dal suo difensore indicata come l'organizzatrice dell'intera attività delittuosa era la convivente, sulla scorta delle cui indicazioni l'etero- organizzata attività di prostituzione veniva svolta.
A tanto occorre aggiungere che l'appellante si portò personalmente a Taranto per sottoscrivere il contratto, evidente mosso dal solo interesse di adibire quell'appartamento all'attività di meretricio di una pluralità di donne.
Sulla scorta di queste emergenze, si comprende agevolmente come non siano pertinenti i richiami giurisprudenziali del difensore dell'imputato.
In particolare, è noto che "Non integra il reato di favoreggiamento della prostituzione la cessione in locazione, a prezzo di mercato, di un appartamento ad una prostituta, anche se il locatore sia consapevole che la locataria vi eserciterà la prostituzione in via del tutto autonoma e per proprio conto, atteso che la stipulazione del contratto non rappresenta un effettivo ausilio per il meretricio" (Cass. sez. Ili 0 marzo 2013 n. 28754).
E tuttavia è radicalmente escluso dalle emergenze probatorie che l'esercizio della prostituzione avvenisse in via del tutto autonoma, così come l'appellante non si limitò a locare il predetto appartamento nella mera consapevolezza che il conduttore di avrebbe esercitato la prostituzione, poiché lo trasse egli stesso in locazione per adibirlo a tale attività: ciò che configura la contestata attività di favoreggiamento aggravato della prostituzione.
Infondato è altresì il secondo motivo di appello, relativamente alla lamentata violazione del principio del ne bis in idem, l'appellante avendo richiesto e ottenuto, con sentenza resa il 24 maggio 2008 del Giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Trento, l'applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 c.p.c. in ordine a un fatto diverso, cioè al reato di cui all'art. 416 c.p. per essersi associato con altri al fine di commettere più diritti di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione di ragazze brasiliane, attività svolta tra l'altro in Puglia, segnatamente in Taranto via (...).
Con la sentenza il predetto veniva assolto del reato di favoreggiamento aggravato dell'immigrazione clandestina.
Anche le censure connesse giudizio di mera equivalenza delle contestate aggravanti alle attenuanti generiche risultano pienamente infondate.
Con riferimento a queste ultime è utile richiamare il costante e condivisibile orientamento della Corte di Cassazione, secondo cui la loro concessione o il diniego rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il cui esercizio, positivo o negativo che sia, deve essere bensì motivato, ma nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente il pensiero dello stesso giudice circa l'adeguamento della pena concreta alla gravità effettiva del reato e alla personalità del reo.
La Corte ha inoltre specificato in termini convincenti che anche il giudice di appello - pur non dovendo trascurare le argomentazioni difensive dell'appellante - non è tenuto ad una analitica valutazione di tutti gli elementi, favorevoli o sfavorevoli, dedotti dalle parti ma, in una visione globale di ogni particolarità del caso, è sufficiente che dia indicazione di quelli ritenuti rilevanti e decisivi ai fini della concessione o del diniego, rimanendo implicitamente disattesi e superati tutti gli altri, pur in carenza di stretta contestazione.
Nella specie, pienamente condivisibile è il giudizio di equivalenza, ove sottolinei l'assenza di qualsiasi elemento di segno positivo idoneo a fondare il giudizio di prevalenza, quale ad esempio la giovane età dell'imputato, che all'epoca dei fatti aveva circa trentacinque anni, o il comportamento tenuto prima o dopo la consumazione del reato, difettando qualsiasi dato circostanziale espressivo di una revisione critica dei fatti.
La Corte rileva piuttosto come sussista il nesso di continuazione di cui all'art. 81 cpv c.p., poiché l'addebito associativo di cui alla pronunzia da ultimo richiamata e quello per cui si procede furono posti in essere in esecuzione di un medesimo disegno criminoso. Di conseguenza occorre rideterminare la pena nei termini che seguono, premettendo che l'appellante ha ottenuto l'applicazione della pena di un anno e otto mesi di reclusione ed Euro 1000,00 di multa in ordine al reato di cui all'art. 416 c.p., quale mero partecipe, mentre è più grave il delitto di cui all'art. 3 legge n. 75/58, per il quale è stato condannato dal Tribunale di Taranto alla pena di due anni di reclusione ed Euro 300,00 di multai pena base 2 anni di reclusione e ottocento di multa per il reato di cui all'art. 3 legge n. 75/58, aumentata per il residuo addebito di un anno di reclusione ed Euro 150,00 di multa. Quindi complessivamente tre anni di reclusione ed Euro 450 di multa.
Entro questi limiti l'appello deve essere accolto. P.Q.M. La Corte, visto l'art. 605 c.p.p.,
in parziale riforma della sentenza emessa il 24 febbraio 2011 dal Tribunale di Taranto, appellata da D.SO.BA.MA.AL., ritenuta la continuazione con i fatti giudicati con sentenza resa il
24 maggio 2008 dal Tribunale di Trento, ridetermina la pena complessiva in tre anni di reclusione ed Euro 450,00 di multa.
Indica in 90 giorni il termine per il deposito della motivazione. Così deciso in Taranto l'8 giugno 2015. Depositata in Cancelleria il 31 agosto 2015.

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