Eutanasia e rifiuto delle cure
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27 Feb 2016
 
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Eutanasia e rifiuto delle cure

Diritto di autodeterminazione della persona, consenso ai trattamenti sanitari, rifiuto delle cure mediche e interruzione delle terapie.

 

I casi di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro hanno posto all’attenzione dell’opinione pubblica il tema scottante dell’eutanasia, spesso confuso nell’opinione corrente, con il rifiuto legittimo delle cure.

Appare opportuno, pertanto, ricostruire correttamente i termini del problema.

Le norme costituzionali che presidiano i diritti fondamentali della persona, tra le quali spicca l’art. 32 Cost. in tema di tutela della salute, sono norme imperative (ossia, non derogabili) e immediatamente applicabili (non occorre, cioè, un intervento del legislatore che dia attuazione a tali precetti).

 

Nella sfera del diritto alla salute rientrano, tra l’altro, la facoltà di prestare il consenso ai trattamenti sanitari, il rifiuto delle cure e l’interruzione di ipotetiche terapie salvifiche, poiché non sussiste un dovere pubblico di cura: in questo senso va letto l’art. 32 Cost., secondo cui «la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». L’intervento dello Stato si colloca, quindi, in funzione della persona e della sua libertà di scelta.

 

Il rifiuto delle cure e l’interruzione delle terapie non hanno nulla a che fare con la tanto temuta eutanasia, che consiste in un intervento che accelera il naturale percorso biologico di morte, di cui si trova regolamentazione e identificazione concettuale appagante negli ordinamenti olandese e belga, nei quali è consentito, a soggetti capaci di intendere e di volere affetti da sofferenze insopportabili e senza prospettive di guarigione, di chiedere che gli vengano iniettati farmaci mortali, se non sono in grado di autosomministrarseli, o che gli vengano forniti affinché possano assumerli.

Al contrario, il rifiuto delle cure e l’interruzione delle terapie si caratterizzano per il rispetto del normale percorso biologico, sotto il profilo della non interferenza con il suo corso naturale o del suo ripristino, se forzatamente rallentato; nulla a che vedere, dunque, con l’eutanasia, la cui essenza consiste nell’indotta accelerazione del processo di morte.

 

Fissati questi punti, rientrano nel diritto di autodeterminazione della persona al rispetto del percorso biologico naturale, tutelato dagli artt. 2, 13 e 32 Cost., non soltanto i casi della persona capace che rifiuti o chieda di interrompere un trattamento salvifico, ma — come ha puntualmente chiarito Cass. 21748/2007 — anche quello dell’incapace che, senza aver lasciato disposizioni scritte, si trovi in una situazione vegetativa irreversibile e rispetto al quale il giudice si formi il convincimento, sulla base di elementi probatori concordanti, che la complessiva personalità dell’individuo cosciente era orientata nel senso di ritenere lesiva della sua dignità la permanenza di un stato vegetativo senza speranze di guarigione o di miglioramenti della qualità della vita.

Qualora poi l’incapace abbia lasciato specifiche disposizioni scritte volte a escludere trattamenti salvifici artificiali che lo mantengano vegetativamente in vita, vale il dovere dell’ordinamento al rispetto di una volontà che null’altro chiede se non che il processo biologico si evolva secondo il suo iter naturale con la sospensione di interventi tecnologici finalizzati soltanto a prolungare una sopravvivenza inerte.

 

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