Il diritto alla riservatezza
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27 Feb 2016
 
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Il diritto alla riservatezza

Diritto all’immagine, diritto all’identità personale, protezione dei dati personali e dati sensibili.   

 

Il diritto alla riservatezza esprime l’esigenza di ogni individuo ad escludere dall’altrui conoscenza quanto ha riferimento alla propria persona (DE CUPIS). Nel codice civile nessuna norma tutela esplicitamente il diritto alla riservatezza in quanto tale, per cui la stessa esistenza è stata a lungo contestata. Ma sono, comunque, rinvenibili frammenti di tutela (PIAZZA):

 

– l’art. 10 c.c. che tutela il diritto all’immagine;

 

– la legge sul diritto d’autore, n. 633/1941, che protegge l’immagine (artt. 96-97), gli scritti (art. 93), la stessa identità (art. 21);

 

– nel codice penale ricordiamo l’art. 615 bis che punisce le interferenze illecite nella vita privata, e gli artt. 616 ss. che puniscono gli attentati all’inviolabilità dei segreti.

 

Il fondamento normativo del diritto alla riservatezza si ricava dall’art. 2 Cost. e dalle sue specificazioni (artt. 13, 14, 15), nonché dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che riconosce il diritto di ogni persona al rispetto della sua vita privata e familiare, oltre che del domicilio e della corrispondenza. Problema fondamentale è quello dell’individuazione dei limiti della tutela del diritto alla riservatezza, soprattutto in riferimento al diritto di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.) che comprende la facoltà di cronaca e di critica. Costituiscono limiti alla garanzia del riserbo:

 

– la notorietà pubblica della persona. La Cassazione ha recentemente affermato che la divulgazione di informazioni circa la vita di un personaggio noto è legittima quando ricorrono le seguenti tre condizioni: utilità sociale dell’informazione; verità oggettiva della notizia, o anche soltanto putativa, purché frutto di una seria e diligente verifica in ordine all’affidabilità della fonte; forma «civile» dell’esposizione, improntata a serena obiettività almeno nel senso di escludere l’intento denigrativo e, comunque, rispettare quel minimo di dignità cui ha sempre diritto anche la più riprovevole delle persone;

 

– l’interesse della Pubblica Autorità a svolgere indagini per vari motivi (ad esempio ai fini di polizia);

 

– il diritto di cronaca;

 

– il consenso dell’interessato.

 

Di contro, si parla di un diritto all’identità personale che tutela positivamente la personalità come complessa identità spirituale e morale: in altri termini esso garantisce, alle persone note, tutela contro l’attribuzione di idee o fatti, non necessariamente screditanti, che non corrispondano al vero.

Occorre precisare, infine, che il diritto alla riservatezza del minore prevale sul diritto di cronaca, salvo che non ricorra l’utilità sociale della notizia e, quindi, con l’unico limite del pubblico interesse. Si è infatti affermato che, in virtù della disposizione di cui all’art. 16 della Convenzione sui diritti del fanciullo approvata a New York il 20-11-1989 (e ratificata dallo Stato italiano con la legge 27-5-1991, n. 176), alla stregua della quale è sancito che nessun fanciullo può essere oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione, nonché della correlata previsione — contenuta nell’art. 3 della stessa Convenzione — secondo la quale in tutte le decisioni relative ai fanciulli emanate (anche) dall’autorità giudiziaria «l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente», risulta conseguente ritenere che il diritto alla riservatezza del minore deve essere, nel bilanciamento degli opposti valori costituzionali (diritto di cronaca e diritto alla privacy), considerato assolutamente preminente (Cass. S.U. 19069/2006).

 

Di grande attualità è il problema della riservatezza con riferimento alla raccolta e gestione di informazioni mediante computer (cd. banche dati), problema che il legislatore ha affrontato attraverso diversi interventi normativi, culminati, da ultimo, nel D.Lgs. 30-6-2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali). La normativa stabilisce il principio generale che chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano (art. 1); essa garantisce altresì che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell’interessato, con particolare riferimento alla riservatezza, all’identità personale e al diritto alla protezione dei dati personali. A tal fine il Codice appronta diversi strumenti di tutela, che consistono:

 

– nel riconoscimento del diritto di ottenere la conferma dell’esistenza o meno di dati personali; del diritto di ottenere l’aggiornamento, la rettificazione, l’integrazione o anche la cancellazione dei dati trattati; del diritto di opporsi in tutto o in parte al trattamento dei dati;

 

– nell’istituzione di un’autorità amministrativa costituita appositamente con finalità di controllo: il Garante per la tutela dei dati personali;

 

– nella possibilità di agire per ottenere il risarcimento dei danni (sia patrimoniali che non) cagionati per effetto del trattamento dei dati personali ai sensi dell’art. 2050 c.c.

 

Un cenno a parte meritano i cd. dati sensibili, cioè i dati personali idonei a rivelare l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale. Tali dati possono essere oggetto di trattamento solo con il consenso scritto dell’interessato e previa autorizzazione del Garante (salve le deroghe espresse previste dal Codice: art. 26).

 

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