L’impresa sociale
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4 Mar 2016
 
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L’impresa sociale

Impresa sociale: nozione, tipologie, costituzione e amministrazione, scopo, responsabilità patrimoniale; associazioni di promozione sociale.

 

Il D.Lgs. 24-3-2006, n. 155 ha introdotto la nuova figura dell’impresa sociale.

 

Si tratta di un provvedimento particolarmente importante, poiché per la prima volta la nozione di «impresa» viene sganciata dal profitto e viene disciplinata in maniera organica l’impresa senza scopo di lucro.

 

In sostanza, si ammette la possibilità di prevedere strutture imprenditoriali che perseguono finalità diverse da quelle del profitto: siamo in presenza di enti imprenditoriali privi del carattere lucrativo tipico dell’imprenditore commerciale, sostituito dalla finalità di utilità sociale e di interesse collettivo.

 

Il D.Lgs. 155/2006 prevede due tipologie di impresa sociale, a seconda del tipo di attività esercitata e dei soggetti da inserire dal punto di vista lavorativo. In particolare:

 

1)  possono acquisire la qualifica di «impresa sociale» le organizzazioni private, comprese le società e gli enti di cui al libro V del codice civile che esercitano, in via stabile e principale, un’attività economica organizzata per la produzione e lo scambio di beni e servizi di utilità sociale (v. infra) con finalità di interesse generale, e che sono in possesso dei requisiti richiesti dal D.Lgs. 155/2006 (art. 1 D.Lgs. 155/2006).

 

Ai sensi dell’art. 2, comma 1, D.Lgs. 155/2006, si considerano «beni e servizi di utilità sociale» quelli prodotti o scambiati nei seguenti settori:

 

—  assistenza sociale, ai sensi della L. 8-11-2000, n. 328 («Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali»);

 

—  assistenza sanitaria, per l’erogazione delle prestazione di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 29-11-2001 («Definizione dei livelli essenziali di assistenza»);

 

—  assistenza socio-sanitaria, ai sensi del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 14-2-2001 («Atto di indirizzo e coordinamento in materia di prestazioni socio-sanitarie»);

 

—  educazione, istruzione e formazione, ai sensi della L. 28-3-2003, n. 53 («Delega al Governo per la definizione delle norme generali sull’istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale»);

 

—  tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, ai sensi della L. 15-12-2004, n. 308 («Delega al Governo per il riordino, il coordinamento e l’integrazione della legislazione in materia ambientale e misure di diretta applicazione»), con esclusione delle attività, esercitate abitualmente, di raccolta e riciclaggio dei rifiuti urbani, speciali e pericolosi;

 

—  valorizzazione del patrimonio culturale, ai sensi del D.Lgs. 22-1-2004, n. 42 («Codice dei beni culturali e del paesaggio»);

 

—  turismo sociale, di cui all’art. 7, comma 10, L. 29-3-2001, n. 135 («Riforma della legislazione nazionale del turismo»);

 

—  formazione universitaria e post-universitaria;

 

—  ricerca ed erogazione di servizi culturali;

 

—  formazione extra-scolastica, finalizzata alla prevenzione della dispersione scolastica ed al successo scolastico e formativo;

 

—  servizi strumentali alle imprese sociali, resi da enti composti in misura superiore al settanta per cento da organizzazioni che esercitano un’impresa sociale.

 

Lo svolgimento di un’attività nei settori sopra indicati deve essere prevalente («attività principale», come indicato dall’art. 1), nel senso che i ricavi che si traggono da essa devono essere superiori al 70% dei ricavi complessivi dell’organizzazione che esercita l’impresa sociale (art. 2, comma 3, D.Lgs. 155/2006).

 

Da questa elencazione emerge che l’ambito operativo dell’impresa sociale è più ampio di quello delle Onlus, ricomprendendo quanti più settori possibili del non profit;

 

2)  indipendentemente dal settore di attività, possono acquisire la qualifica di «impresa sociale» le imprese che esercitano attività al fine dell’inserimento lavorativo di soggetti che siano lavoratori svantaggiati o lavoratori disabili (art. 2, comma 2, D.Lgs. 155/2006). Tali lavoratori devono essere in misura non inferiore al 30% dei lavoratori impiegati nell’impresa.

 

 

Costituzione e amministrazione

Ai sensi dell’art. 5 D.Lgs. 155/2006, l’impresa sociale si costituisce con atto pubblico, che deve espressamente indicare, oltre a quanto specificamente previsto per ciascun tipo di organizzazione, secondo la normativa applicabile a ciascuna di esse, il carattere sociale dell’impresa, ed in particolare:

 

— l’oggetto sociale;

— l’assenza di scopo di lucro.

 

Per poter acquisire la qualifica di impresa sociale l’organizzazione deve essere iscritta in un’apposita sezione del registro delle imprese e in forma telematica. Gli enti ecclesiastici e gli enti delle confessioni religiose con le quali lo Stato ha stipulato patti, accordi o intese sono tenuti al deposito del solo regolamento.

 

Con riferimento, invece, all’amministrazione e al controllo dell’impresa sociale, si applicano le disposizioni del codice civile previste in materia di direzione e controllo del gruppo cooperativo paritetico (artt. 2497 ss., 2545septies c.c.).

 

Se un’amministrazione pubblica o un ente for profit (finalizzato al profitto) partecipa a un’impresa sociale non può detenere il controllo o la direzione. Nel caso di decisione assunta con il voto o l’influenza determinante di uno di tali soggetti, il relativo atto è annullabile e può essere impugnato entro il termine di 180 giorni, anche da parte del Ministero del lavoro.

 

Scopo non lucrativo e responsabilità patrimoniale

L’impresa sociale può assumere la veste giuridica più diversa (società commerciale, associazione, fondazione etc.), per cui è senz’altro configurabile, ad es., una s.p.a. senza scopo di lucro che persegue finalità di utilità sociale e di interesse collettivo.

 

L’assenza di scopo di lucro è il tratto caratterizzante dell’impresa sociale. In proposito:

 

— l’art. 3 D.Lgs. 155/2006 stabilisce che gli utili e gli avanzi di gestione devono essere destinati allo svolgimento delle attività statutarie;

— l’art. 13, comma 3, D.Lgs. 155/2006 aggiunge che, in caso di cessazione dell’impresa, il patrimonio residuo è devoluto ad enti similari (organizzazioni non lucrative di utilità sociale, associazioni, comitati, fondazioni ed enti ecclesiastici), secondo le norme statutarie.

 

Per assicurare l’effettivo perseguimento di finalità sociali non lucrative, l’art. 4, comma 3, D.Lgs. 155/2006 precisa opportunamente che le imprese private con finalità lucrative e le amministrazioni pubbliche non possono esercitare attività di direzione e detenere il controllo di un’impresa sociale.

 

Per quanto riguarda, poi, il regime della responsabilità patrimoniale, l’art. 6 prevede un sistema di responsabilità limitata per le imprese sociali il cui patrimonio è superiore a 20.000 euro, stabilendo che in tal caso «delle obbligazioni assunte risponde soltanto l’organizzazione con il suo patrimonio», facendo salve, per il resto, le disposizioni di cui al libro V del codice civile in materia di società.

 

Al comma 2 dell’art. 6, analogamente a quanto previsto per le società di capitali, si prevede che tale responsabilità limitata viene meno quando risulta che, in conseguenza di perdite, il patrimonio è diminuito di oltre 1/3, nel qual caso delle obbligazioni assunte rispondono personalmente e solidalmente anche coloro che hanno agito in nome e per conto dell’impresa.

 

Le associazioni di promozione sociale

Le associazioni di promozione sociale sono associazioni, movimenti o gruppi costituiti al fine di svolgere attività di utilità sociale, senza finalità di lucro e nel pieno rispetto della libertà e dignità degli associati (art. 2, L. 7-12-2000, n. 383).

 

Le fonti di finanziamento di tali associazioni sono indicate all’art. 4: quote e contributi degli associati; eredità, donazioni e legati; contributi pubblici; entrate derivanti da prestazioni di servizi convenzionati; proventi delle cessioni di beni e servizi agli associati e a terzi, anche attraverso lo svolgimento di attività economiche svolte in maniera ausiliaria e sussidiaria e comunque finalizzate al raggiungimento degli obiettivi istituzionali; erogazioni liberali; altre entrate derivanti da iniziative di autofinanziamento.

 

Il Capo II della legge contiene la disciplina dei Registri delle associazioni e degli Osservatori sull’associazionismo. In particolare è prevista l’istituzione — sulla falsariga di quanto già disposto dalla L. n. 266/1991 con riferimento alle organizzazioni di volontariato, di un Osservatorio nazionale, il quale dovrà — tra l’altro — sostenere le iniziative di formazione e di aggiornamento per lo svolgimento delle attività associative, promuovere studi e ricerche, approvare progetti elaborati dalle associazioni per far fronte a particolari emergenze sociali.

 

È inoltre prevista l’istituzione di Osservatori regionali e di un Fondo per l’associazionismo finalizzato a sostenere i progetti e le iniziative delle associazioni. È poi previsto (art. 28) un percorso atto a favorire l’accesso delle associazioni di promozione sociale e delle organizzazioni di volontariato ai finanziamenti del Fondo sociale europeo per progetti finalizzati al raggiungimento degli obiettivi istituzionali.

 

Ampio spazio, infine, è ovviamente dedicato alla disciplina fiscale e alle altre agevolazioni di cui tali organismi possono godere.

 

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Autore immagine: 123f com

 


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