Il diritto all’identità personale
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27 Feb 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Il diritto all’identità personale

Il diritto all’immagine, il diritto al nome, il diritto al nome commerciale.

 

L’ordinamento tutela il diritto all’identità personale intesa come interesse del soggetto ad essere se stesso, cioè come diritto della persona ad essere tutelata contro attribuzioni estranee alla propria personalità, ad evitare che questa ne risulti trasfigurata o travisata.

La tutela del diritto all’identità personale va incontro, però, a limiti che derivano dalla coesistenza di questo diritto con altri diritti anch’essi fondamentali. In particolare, la dialettica che s’instaura inevitabilmente tra il diritto all’identità personale e i contrapposti diritti di critica e di cronaca (riconducibili alla libertà di espressione ex art. 21 Cost.) deve essere risolta attraverso un equo bilanciamento degli opposti valori costituzionali, che si risolve nella prevalenza del diritto di cronaca sul diritto all’identità personale qualora ricorrano le tre condizioni della verità dei fatti divulgati, dell’utilità sociale della notizia e della forma civile dell’esposizione. In mancanza di tali condizioni, deve ritenersi prevalente la tutela dell’identità personale.

Più in generale, il diritto all’identità personale è tutelabile, sul piano civilistico, con l’azione inibitoria, con l’azione di risarcimento del danno e con la rettifica, prevista per la stampa periodica dall’art. 8 L. 47/48 e, per le trasmissioni radiotelevisive, dalla L. 223/90.

Sul piano penalistico, l’identità personale è tutelata dall’art. 595 c.p., che punisce il delitto di diffamazione. Si tratta, però, di una tutela parziale, poiché tale norma si applica soltanto se il travisamento dell’identità personale sia anche lesivo dell’onore del soggetto.

 

 

Il diritto all’immagine

Il diritto all’immagine, ossia alla tutela della componente visivamente percepibile, configura un diritto fondamentale della persona; quale diritto fondamentale, ossia valore fondante della dignità umana, ha carattere assoluto e personalissimo.

L’art. 10 c.c. vieta l’esposizione o la pubblicazione non consentita dell’immagine di una persona e la divulgazione lesiva del decoro o della reputazione del soggetto ritratto. In particolare, tale norma consente l’esposizione o la pubblicazione dell’immagine altrui nei soli casi consentiti dalla legge. Il riferimento è agli artt. 96 e 97 L. 633/41 (legge sul diritto d’autore), che autorizzano la pubblicazione e la diffusione dell’immagine altrui quando vi sia il consenso della persona ritratta (art. 96) o quando, pur mancando il consenso, la pubblicazione soddisfi l’interesse pubblico all’informazione, considerato prevalente rispetto all’interesse dell’individuo a non vedere violata la propria privacy (art. 97).

Il consenso può essere esplicito, qualora venga prestato espressamente, oppure implicito, laddove il soggetto accetti di essere fotografato pur essendo a conoscenza dell’utilizzo che verrà fatto della propria immagine.

Il soggetto ritratto può revocare il consenso alla pubblicazione dell’immagine originariamente prestato.

Sul versante della tutela, in caso di violazione del diritto all’immagine il soggetto ritratto può chiedere la cessazione del fatto lesivo e il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale.

Al fine di inibire la ripetizione dell’illecito, può anche disporsi, in via d’urgenza (art. 700 c.p.c.), la consegna dei negativi e delle stampe fotografiche al soggetto ritratto.

 

 

Il diritto al nome

Tale diritto, inteso come specificazione del diritto all’identità personale, è riconosciuto in quanto il nome rappresenta il segno legale distintivo della persona. La tutela del nome è però sancita a protezione non solo di un interesse individuale, ma anche dell’interesse generale all’identificazione delle persone. Il nome si compone del prenome, che è l’appellativo individuale, e del cognome, che designa l’appartenenza alla famiglia (art. 6 co. 2°). La tutela del diritto al nome è attuata col riconoscimento di due tipi di azione:

 

l’azione di reclamo, con la quale si tutela il diritto della persona ad usare il proprio nome contro gli atti dei terzi tendenti a contrastare tale uso;

 

l’azione di usurpazione, diretta contro l’uso illegittimo che altri facciano del nome, con pregiudizio — anche soltanto potenziale — per il vero titolare. Tale pregiudizio può essere sia di natura morale (es.: lesione al decoro o alla reputa-zione), sia di natura economica.

 

Entrambe le azioni hanno carattere inibitorio in quanto sono dirette ad ottenere la cessazione del fatto, ma non escludono l’azione generale per il risarcimento dei danni (cfr. art. 7).

È legittimato alle azioni anzidette non soltanto il titolare del nome contestato o usurpato, ma anche chiunque altro abbia alla tutela del nome un interesse fondato su ragioni familiari degne di protezione (art. 8).

Anche lo pseudonimo o nome d’arte (es.: Charlot) gode della stessa tutela del di-ritto al nome, sempre che, però, tale pseudonimo abbia acquistato l’importanza del nome (occorre, cioè, che il soggetto sia noto soprattutto con lo pseudonimo) (art. 9).

Si ritiene esperibile anche un’azione di accertamento del nome eventualmente prodromica all’azione di rettificazione dello stesso.

 

Poiché il diritto al nome è un segno distintivo dell’identità personale dell’individuo, in caso di riconoscimento del figlio da parte della madre e, in un secondo tempo, da parte del padre, va esclusa l’attribuzione automatica del cognome del padre (patronimico) in sostituzione o in aggiunta a quello della madre (matronimico) nei casi in cui:

 

– il cognome della madre sia divenuto autonomo segno distintivo della personalità dell’individuo nel contesto sociale in cui egli vive;

 

– ne possa derivare un danno all’interessato, poiché escludere il diritto alla conservazione del cognome materno si risolverebbe in un’ingiusta privazione di un elemento della personalità del minore stesso, tradizionalmente definito come il diritto ad essere se stessi (Cass. S.U. 12641/2006).

 

 

Il diritto al nome commerciale

È riconosciuto al fine di differenziare l’attività commerciale di un imprenditore da quella di altri; in particolare distinguiamo:

 

– la ditta, che è il nome che l’imprenditore singolo spende nel commercio;

 

– la ragione sociale, che è il nome delle società commerciali, che per le società personali deve contenere l’indicazione almeno di uno dei soci, mentre per le società di capitali può anche essere di fantasia.

 

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