Integrazione al minimo: chi ne ha diritto?
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29 Feb 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


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Integrazione al minimo: chi ne ha diritto?

Integrazione al trattamento minimo: limiti di cumulo col reddito personale e del coniuge, incompatibilità, casi particolari.

 

L’integrazione al trattamento minimo è un beneficio che lo Stato riconosce a chi ha una pensione molto bassa, sotto il cosiddetto minimo vitale, pari, nel 2016, a 501,89 euro al mese. In pratica, grazie all’integrazione, l’importo della pensione viene sollevato sino ad arrivare alla predetta cifra mensile.

Non tutte le prestazioni sotto la soglia minima possono essere, però, integrate, ma per aver diritto all’incremento è necessario rispettare determinati requisiti.

 

 

Integrazione al minimo: requisiti di reddito personale

Chi non è sposato, o risulta legalmente separato o divorziato, ha diritto all’integrazione al minimo:

 

– in misura piena, se possiede un reddito annuo non superiore a 6.524,07 euro;

 

– in misura parziale, se possiede un reddito annuo superiore a 6.524,07 euro, sino a 13.049,14 euro (cioè sino a due volte il trattamento minimo annuo).

 

Se il reddito supera la soglia di 13.049,14 euro, non si ha diritto ad alcuna integrazione.

 

Facciamo un esempio per capire meglio:

 

– se un soggetto ha un reddito complessivo pari a 5.000 euro annui, ed una pensione di 200 euro mensili, ha diritto all’integrazione piena della pensione, sino ad arrivare a 501,89 euro;

 

– se, invece, il reddito complessivo del soggetto risultasse pari a 10.000 euro, l’integrazione della pensione non potrebbe essere totale, ma parziale, pari alla differenza tra il limite di reddito di 13.049,14 ed il reddito complessivo. Per calcolare l’integrazione mensile, si deve dunque sottrarre il reddito totale del soggetto dalla soglia limite, e dividere la cifra per 13. In questo caso dovremo eseguire la seguente operazione: (13.049,14-10.000): 13. Avremo dunque un’integrazione mensile pari a circa 235 euro, che darebbe luogo ad una pensione di 435 euro al mese.

 

 

Integrazione al minimo: requisiti legati al reddito familiare

Chi risulta coniugato ha dei limiti di reddito più alti, ai fini dell’integrazione al minimo, ma deve computare anche il reddito del coniuge. In particolare si ha diritto all’integrazione:

 

– in misura piena, se il reddito annuo complessivo proprio e del coniuge non supera 19.573,71 euro, ed il reddito del pensionato non supera i 6.524,07 euro;

 

– in misura parziale, se il reddito annuo complessivo proprio e del coniuge supera i 19.573,71 euro, sino a 26.098,28 euro (cioè sino a quattro volte il trattamento minimo annuo) ed il reddito del pensionato non supera i 13.049,14 euro (deve essere applicato un doppio confronto, tra limite personale e coniugale: l’integrazione applicata è pari all’importo minore scaturente dal doppio confronto).

 

Se il reddito personale e del coniuge supera i 26.098,28 euro, o se il solo reddito personale supera la soglia di 13.049,14 euro, non si ha diritto ad alcuna integrazione.

 

Facciamo un esempio per capire meglio:

 

– se il reddito coniugale complessivo è pari a 10.000 euro annui, il reddito personale non supera i 6.524,07 euro, e la pensione dell’interessato è pari a 200 euro mensili, questi ha diritto all’integrazione piena della pensione, sino ad arrivare a 501,89 euro;

 

– se, invece, il reddito coniugale complessivo risultasse pari a 25.000 euro, l’integrazione della pensione non potrebbe essere totale, ma parziale, pari alla differenza tra il limite di reddito di 26.098,28 ed il reddito complessivo. Per calcolare l’integrazione mensile, si deve dunque sottrarre il reddito totale del soggetto dalla soglia limite, e dividere la cifra per 13. In questo caso dovremo eseguire la seguente operazione: (26.098,28 -25.000): 13. Avremo dunque un’integrazione mensile pari a circa 25 euro, che darebbe luogo ad una pensione di 225 euro al mese.

 

Attenzione, in questo caso, alla doppia soglia: se il reddito coniugale non supera i 26.098,28,ma il reddito del pensionato supera il limite individuale di 13.049, 14 euro, non si avrà diritto ad alcuna integrazione.

Va poi applicata l’integrazione minore risultante dal confronto tra limite e reddito coniugale e limite e reddito personale.

Nessun limite di reddito coniugale, invece, è applicabile alle integrazioni al minimo per le pensioni con decorrenza anteriore al 1994.

 

 

Integrazione al minimo: quali redditi entrano nel limite

Non tutti i redditi, comunque, devono essere contati nella soglia limite.

Non concorrono a formare il tetto massimo, difatti:

 

– il reddito della casa di abitazione;

– la pensione da integrare al minimo;

-il Tfr ed i trattamenti assimilati (Tfs, Ips), comprese le relative anticipazioni;

– i redditi esenti da Irpef, come le  pensioni di guerra, le rendite Inail, le pensioni degli invalidi civili, i trattamenti di famiglia,etc.

 

Tutti gli altri redditi, invece, devono essere inclusi nel computo.

 

 

Integrazione al minimo: cristallizzazione

Se il pensionato perde il diritto all’integrazione, mantiene comunque lo stesso assegno di pensione integrato, ma cristallizzato (cioè fermo) all’ultimo importo: il rateo di pensione resta uguale sino al suo superamento ad opera della perequazione automatica.

 

 

Integrazione al minimo: pensione contributiva

Nessuna integrazione al minimo è prevista, purtroppo, per le pensioni interamente calcolate col sistema contributivo.

Sono calcolate integralmente con tale sistema:

 

– le pensioni di chi non possiede contributi versati prima del 1996;

– le pensioni di chi aderisce al regime sperimentale Opzione Donna;

– le pensioni degli aderenti all’Opzione contributiva Dini;

– le pensioni degli iscritti alla Gestione Separata, comprese quelle ottenute con il computo da altre gestioni.


 


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Commenti
1 Mar 2016 Giovanni Marcante

Mi permetto osservare che le “pensioni contributive” liquidate con l’opzione donna di cui all’art. 1/9° comma legge nr. 243/204 CONTINUANO A GODERE della possibilità dell’integrazione al trattamento minimo: Inps. messaggio nr. 219/2013 “10.1 Regime sperimentale di cui all’art. 1, comma 9, legge n. 243/2004: precisazioni
Tenuto conto che nei confronti delle donne che accedono al regime sperimentale di cui all’articolo 1, comma 9, della legge n. 243/2004 si applicano le sole regole di calcolo del
sistema contributivo, nei confronti delle medesime continuano a trovare applicazione gli istituti della pensione retributiva o mista.
Pertanto, sul trattamento pensionistico liquidato alla lavoratrice che accede al regime sperimentale, si applicano le disposizioni sul trattamento minimo e non è richiesto il requisito dell’importo minimo previsto per coloro che accedono al trattamento pensionistico in base alla disciplina del sistema contributivo.”