Insegnanti precari: scatti di anzianità come i docenti ordinari
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1 Mar 2016
 
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Redazione
 


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Insegnanti precari: scatti di anzianità come i docenti ordinari

Scuola e pensione: nessuna discriminazione per l’anzianità di servizio tra i professori a tempo indeterminato e quelli invece precari da oltre 36 mesi.

 

Al docente precario, a cui il Ministero dell’Istruzione ha rinnovato il contratto a termine per oltre 36 mesi, si applicano gli stessi scatti di anzianità rispetto ai professori a tempo indeterminato. Ciò in applicazione del principio di non discriminazione sancito dalla direttiva europea [1] che opera anche per l’anzianità di servizio. Precari, insomma, più vicini alla pensione grazie alla sentenza del Tribunale di Roma di fresca pubblicazione [2].

 

Vi è perfetta analogia tra gli insegnanti precari “a vita” e quelli, invece, cui è stato stabilizzato il contratto: il primo, infatti, ha lavorato nella scuola con contratti tempo determinato per oltre trentasei mesi e ottiene lo stesso trattamento economico dei colleghi a tempo indeterminato. Scatta allora la condanna nei confronti del Miur che non ha equiparato, ai fini previdenziali, le due figure.

 

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, nel 2014, ha riconosciuto che l’insegnamento è correlato a un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione italiana, che impone al nostro Stato di organizzare il servizio scolastico garantendo un adeguamento costante tra il numero di docenti e il numero di scolari, cosa che dipende da un insieme di fattori, taluni difficilmente controllabili o prevedibili. La Corte ha aggiunto che tali fattori attestano una particolare esigenza di flessibilità che può oggettivamente giustificare il ricorso a una successione di contratti di lavoro a tempo indeterminato.

Allo stesso tempo, la Corte ammette che, qualora uno Stato membro riservi, nelle scuole, l’accesso ai posti permanenti al personale vincitore di concorso, tramite l’immissione in ruolo, può altresì giustificarsi che, in attesa dell’espletamento di tali concorsi, i posti da occupare siano coperti con una successione di contratti di lavoro a tempo determinato. Tuttavia, il solo fatto che la normativa nazionale, che consente proprio il rinnovo di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura, tramite supplenze annuali, di posti vacanti e disponibili in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali, possa essere giustificata da una “ragione obiettiva” non è sufficiente renderla conforme all’accordo quadro se risulta che l’applicazione concreta di detta normativa conduce, nei fatti, a un ricorso abusivo a una successione di contratti di lavoro a tempo determinato. Ciò si verifica quando tali contratti sono utilizzati per soddisfare esigenze permanenti e durevoli delle scuole statai in materia di personale.

 

Non vi sono elementi in base ai quali si possa distinguere l’attività lavorativa prestata dal personale assunto a tempo determinato rispetto a quella svolta dai colleghi assunti a tempo indeterminato. Peraltro, una volta immessi in ruolo, i dipendenti che hanno in precedenza lavorato in forza di contratti a termine si vedono ricostruita la carriera con il riconoscimento del servizio svolto in regime di rapporto a tempo determinato: si tratta di una circostanza che costituisce la conferma di una perfetta analogia tra le condizioni di lavoro dei dipendenti a tempo determinato e la relativa attività espletata, rispetto a quelle proprie delle corrispondenti categorie di personale assunto a tempo indeterminato.

 

Anche l’interpretazione delle norme della Comunità europea milita in tal senso [3]: il fatto che il prof lavori con contratto a termine non giustifica il mancato riconoscimento dei benefici economici goduti dai colleghi con il posto fisso.


[1] Direttiva UE 1999/70/CE.

[2] Trib. Roma, sent. n. 1999/70/CE.

[3] Clausola n. 4, punto 1, dell’Accordo quadro allegato alla direttiva 1999/70/CE

 


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