Avvocato: stop pensione per gli anni senza esercizio continuativo dell’attività
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2 Mar 2016
 
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Avvocato: stop pensione per gli anni senza esercizio continuativo dell’attività

La Cassa Forense può sindacare la continuità dell’esercizio della professione per periodi anteriori ai cinque anni.

 

Niente pensione per il periodo in cui l’avvocato non ha esercitato in modo continuativo la professione: non basta quindi la sola iscrizione alla Cassa forense e il versamento dei contributi, ma è anche necessario dimostrare l’esercizio continuativo della attività professionale, tramite la comunicazione del reddito e del volume d’affari. Peraltro la Cassa forense può sindacare l’attività del professionista anche per periodi anteriori al quinquennio che precede la domanda. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di questa mattina [1].

 

 

La vicenda

Un avvocato, iscritto all’albo e alla Cassa fin dagli anni ’70, aveva tuttavia svolto l’attività di l’amministratore di una società semplice. Al momento della richiesta della pensione, la Cassa gli ha negato il trattamento in quanto la sua attività di manager era incompatibile con quella di avvocato. Tanto più che non erano mai stati comunicati reddito e volume d’affari. La Cassazione ha così confermato la posizione assunta dall’ente pensionistico.

 

 

Sì all’iscrizione alla Cassa ma l’attività va svolta

Non basta la semplice iscrizione alla Cassa Forense per prendere la pensione di avvocato. È necessario anche dimostrare un esercizio continuativo della professione. E, quindi, comunicare reddito e volume di affari all’Istituto pensionistico.

La sentenza chiarisce infatti che l’iscrizione alla Cassa in tanto può ritenersi effettiva in quanto sia accompagnata all’esercizio dell’attività professionale e, di conseguenza, all’iscrizione all’albo professionale, che di tale esercizio costituisce il presupposto. Con la conseguenza che tale effettività dell’iscrizione condiziona l’efficacia stessa della correlativa contribuzione; il versamento dei contributi in mancanza della detta effettività d’iscrizione non é utile ai fini del compimento dei 35 anni di contribuzione ed attribuisce a colui che l’ha eseguito solo il diritto ad ottenere il rimborso delle somme versate.

 

Per la Cassazione, la sussistenza del requisito della continuità nell’esercizio della professione non può essere contestata dalla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense per i periodi anteriori al quinquennio precedente la suddetta domanda, solo quando non sia stata esercitata la facoltà di revisione [2] e l’interessato abbia adempiuto agli obblighi di comunicazione del reddito e volume d’affari [3].


In pratica

L’avvocato che non ha comunicato ogni anno alla Cassa di previdenza l’importo dei redditi di riferimento non può pretendere che la verifica di quest’ultima sulla continuità dell’esercizio professionale sia limitata agli ultimi cinque anni.

la Cassa forense è tenuta per legge “a verificare l’esistenza del requisito del legittimo esercizio della professione ed è munita di un autonomo potere di accertamento dei requisiti richiesti per l’iscrizione ad essa e, ove ne constati l’assenza, può procedere all’annullamento della posizione contributiva dell’iscritto, senza incidere sul suo status professionale, derivante dall’iscrizione all’Albo”.

In mancanza di questo requisito, non si può ottenere la pensione, ma si ha solo il diritto a farsi rimborsare le somme versate.

Quanto, invece, al periodo che la Cassa di previdenza può prendere in considerazione nell’attività di verifica, i giudici rilevano che gli iscritti ogni anno devono comunicare il reddito professionale dichiarato ai fini Irpef e il volume complessivo di affari dichiarato ai fini Iva. Solo a fronte di questo adempimento la verifica dei requisiti degli iscritti viene limitata al quinquennio precedente.

La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza depositata 17 dicembre 2015 – 2 marzo 2016, n. 4092
Presidente Macioce – Relatore Blasutto

Svolgimento del processo

1. L’avv. C.A.G. presentò alla Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense domanda di pensione di anzianità, ai sensi dell’art. 3 Legge n. 576/80, previo riscatto di alcune annualità, dichiarando di avere sempre svolto con continuità la professione di avvocato sin dal 1.1.1973, epoca dell’iscrizione all’Albo, in qualità di amministratore di società semplice, esercente attività agricola. La domanda venne respinta dalla Cassa, previa dichiarazione di inefficacia dell’iscrizione negli anni dal 1973 al 2002 per incompatibilità. L’avv. C. venne ammesso al riscatto di sei annualità, ma decadde per mancato pagamento della somma dovuta. Successivamente la Cassa revocò del tutto l’iscrizione, avendo il professionista dichiarato di ricoprire ancora la carica di socio amministratore di società semplice, costituente motivo della rilevata incompatibilità.
2. L’avv. C. ha dunque proposto ricorso al Tribunale di Napoli in data 21 ottobre 2003, sostenendo la compatibilità dell’attività di amministratore di società semplice con l’esercizio della professione forense.
3. Il Tribunale di Napoli ha ritenuto

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[1] Cass. sent. n. 4092 del 2.03.2016.

[2] Prevista dall’art. 3 della legge n. 319 dei 1975, come modificato dall’art. 22 della legge n. 576 del 1980.

[3] Artt. 17 e 23 della detta legge n. 576 del 1980.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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