Fumo passivo al lavoro: il datore è responsabile
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3 Mar 2016
 
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Fumo passivo al lavoro: il datore è responsabile

Anche se l’azienda ha diffuso circolari, rammentando ai dipendenti il divieto di fumo, resta responsabile se non intraprende azioni idonee a garantire la tutela della salute.

 

Sui luoghi di lavoro non si fuma e se il datore di lavoro non fa in modo che questo divieto sia rispettato alla lettera, deve risarcire i dipendenti obbligati al fumo passivo dei colleghi. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di questa mattina [1].

 

Non basta all’azienda diffondere una circolare interna con cui ribadisce il divieto categorico di toccare le sigarette sui luoghi di lavoro: non basta perché facile sarebbe, altrimenti, lavarsi le mani di ciò che poi, nei fatti, succede per davvero nei corridoi dell’ufficio o nei locali della ditta. Al contrario, il datore di lavoro deve verificare che, nel concreto, l’ordine sia rispettato e, in caso contrario, porre in essere quelle misure necessarie per tutelare la salute dei propri dipendenti, irrogando sanzioni o, eventualmente, predisponendo stanze riservate ai fumatori. Se ciò non succede, l’azienda deve risarcire il danno non patrimoniale a chi è stato costretto ad inalare il fumo di tabacco pur di non abbandonare la propria postazione.

 

È anche vero che c’è un filone di giurisprudenza abbastanza costante che consente al dipendente di rifiutarsi di svolgere le proprie mansioni se il luogo di lavoro non è salubre: in tal caso, l’azienda non può licenziarlo, perché è preminente il diritto alla salute, in quanto tutelato dalla Costituzione. Così, non sarebbe fantasioso immaginare che un lavoratore si allontani dalla propria scrivania perché il collega di stanza ha il vizio del fumo. E alcuna sanzione potrebbe derivargli da questo atteggiamento.

 

Nel caso di specie, i giudici supremi hanno confermato il risarcimento del danno biologico e morale da “fumo passivo” liquidato in favore del lavoratore. Non giova all’azienda lamentare che il pregiudizio da nicotina nei confronti del lavoratore sia stato posto a carico del datore senza precisi elementi a carico.

 

Si ritiene, tuttavia, che il datore di lavoro che installi dei rilevatori di fumo e lampade di allarme debba farlo previa comunicazione ai lavoratori, costituendo altrimenti un sistema di controllo a distanza [2].

 

La disciplina della tutela della salute e dell’integrità fisica dei lavoratori si applica alle aziende operanti in tutti i settori di attività e con ogni tipologia di rischio. Ad essere coinvolto nell’obbligo di tutelare la salute dei dipendenti non è solo il datore di lavoro, ma anche i dirigenti e i preposti.

Il datore di lavoro è tenuto ad adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica, la personalità e il benessere piscologico dei lavoratori.

Fatta eccezione per la valutazione dei rischi e l’elaborazione del relativo documento, il dirigente che organizza e dirige l’attività secondo le attribuzioni e competenze che gli sono state conferite ha gli stessi obblighi del datore di lavoro.


[1] Cass. sent. n. 4211/16 del 3.03.2016.

[2] Newsletter Garante Privacy 24 maggio 2013 n. 373.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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Commenti
6 Mar 2016 eliana zacchigna

Se le visite competenti venissero fatte senza preavviso nelle varie aziende ne vedrebbero delle belle. Io lavoro nel settore delle pulizie per cui giro molto.