L’adozione piena del minore
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11 Mar 2016
 
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L’adozione piena del minore

I requisiti necessari e il procedimento per ottenere l’adozione piena; la dichiarazione dello stato di adottabilità, l’affidamento preadottivo, la dichiarazione di adozione.

 

L’adozione piena o legittimante è una tipologia di adozione che instaura un rapporto di filiazione che si viene a creare tra soggetti non legati da vincoli di sangue, recidendo ogni legame dell’adottato con la famiglia d’origine.

 

L’art. 1 L. ad., nel ribadire il diritto del minore a crescere ed essere allevato nella sua famiglia di origine (co. 1), chiarisce, infatti, che gli istituti dell’adozione e dell’affidamento trovano applicazione solo quando la famiglia d’origine non sia in grado di provvedere ai propri compiti (co. 4), precisando, ancora, che la condizione di indigenza della famiglia non deve costituire ostacolo all’esercizio del diritto del figlio alla propria famiglia (co. 2). Spetta allo Stato, alle Regioni e agli enti locali il compito di sostenere, con idonei interventi, nuclei familiari a rischio, allo scopo di prevenire situazioni di abbandono (co. 3).

 

L’adozione determina l’acquisto dello status di figlio degli adottanti, dei quali l’adottato assume e trasmette il cognome e la connessa instaurazione di ogni rapporto giuridico, personale e patrimoniale, ad esso inerente.

 

Incombono sui genitori adottivi in maniera esclusiva i doveri e gli obblighi di cui all’art. 147 c.c.; sono vietati i matrimoni con i congiunti degli adottanti ex art. 87 c.c.; l’adottato riceve il cognome del marito della coppia adottante, salvo che l’adozione sia stata pronunciata, dopo la separazione dei coniugi, a favore di uno di essi, nel quale caso l’adottato prenderà il cognome di quest’ultimo, anche se si tratti della madre adottiva; il figlio adottato viene ricompreso tra i familiari che collaborano all’impresa familiare o che dalla stessa traggono diritti a norma dell’art. 230 bis c.c.

 

Gli obblighi degli adottanti sono pari a quelli dei genitori biologici al punto che la Cassazione (8-11-2010, n. 22678) è giunta ad affermare che il genitore adottivo al quale sia stata revocata la responsabilità genitoriale per problemi con il figlio debba continuare a provvedere al mantenimento pagando, tra l’altro, la retta della casa famiglia alla quale il minore è stato affidato.

Secondo la giurisprudenza, infine, il rapporto di filiazione adottiva comporta che ai genitori vadano riconosciuti tutti quegli istituti posti a tutela della maternità e della paternità, come l’indennità di maternità, i congedi parentali etc.

 

Con l’adozione cessano completamente i rapporti con la famiglia d’origine (art. 27 L. ad.). L’unico legame che rimane è quello rilevante ai fini dei divieti matrimoniali (art. 28 L. ad.).

 

Con la nuova formulazione dell’art. 28 L. ad., il legislatore ha profondamente innovato la disciplina del segreto sulle origini dell’adottato.

 

La novellata disposizione ha previsto, anzitutto, che il minore venga informato della sua condizione di figlio adottivo dai genitori, i quali vi provvedono nei modi e nei tempi ritenuti opportuni (co. 1). Resta fermo il divieto per l’ufficiale di stato civile e di anagrafe nonché per ogni altro ente pubblico o privato (ospedali, uffici giudiziari, servizi sociali) di rilasciare attestazioni che si riferiscano al precedente status del minore, nonché di fornire notizie ed informazioni dalle quali possa risultare il rapporto di adozione, salvo autorizzazione del tribunale dei minorenni se sussistono gravi e comprovati motivi (art. 28, co. 3, L. ad.).

 

La più recente legge ha inteso, quindi, tutelare il «diritto di sapere» del minore e di conoscere le proprie origini, ancorché in forma diversa a seconda della sua età. Infatti, raggiunta la maggiore età, se sussistono gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psicofisica, l’adottato può chiedere al tribunale per i minorenni di conoscere la sua origine e l’identità dei genitori biologici (art. 28, co. 5). È invece previsto che l’adottato che abbia compiuto i 25 anni possa accedere liberamente alle informazioni riguardanti la propria condizione.

 

L’accesso alle informazioni non è tuttavia consentito nei confronti della madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata nell’atto di nascita ai sensi dell’art. 30, comma 1 D.P.R. 396/2000 (art. 28, co. 7, introdotto dal D.Lgs. 30-6-2003, n. 196).

 

 

I requisiti soggettivi

La legge prevede una disciplina analitica dei requisiti formali e sostanziali che devono possedere coloro che aspirano ad adottare un fanciullo.

 

Presupposti relativi agli adottanti (art. 6 L. ad):

 

– devono essere uniti in matrimonio da almeno tre anni e non deve sussistere tra loro separazione personale nemmeno di fatto. La L. 149/2001 consente l’adozione anche alle unioni cd. di fatto di cui risultino accertate la serietà e la stabilità della convivenza, tuttavia il requisito della stabilità del rapporto può ritenersi realizzato anche quando i coniugi abbiano convissuto in modo stabile e continuativo prima del matrimonio per un periodo di tre anni avuto riguardo a tutte le circostanze del caso concreto (co. 4);

 

– devono richiedere congiuntamente l’adozione;

 

– devono essere considerati moralmente e materialmente (è sufficiente che possano sostenere il minore, non potendo il reddito essere criterio discretivo nella scelta della coppia) idonei ad educare ed istruire il minore (art. 6, co. 2);

 

– devono avere non meno di diciotto e non più di 45 anni di differenza con l’adottato.

 

Presupposti relativi agli adottandi (art. 7 L. ad.):

 

minore età, che deve sussistere al momento in cui viene pronunziata l’adozione. Il minore che abbia compiuto quattordici anni non può essere adottato senza il suo consenso mentre se l’adottando ha compiuto i dodici anni deve essere personalmente sentito e, se di età inferiore ai dodici anni, deve essere ascoltato, in considerazione della sua capacità di discernimento. In buona sostanza, la legge del 2001 ha inteso rafforzare il diritto del minore ad essere sentito, privilegiando e valorizzando la sua posizione all’interno della procedura di adozione (in tal senso, v. Cass. civ., sez. I, 26-7-2000, n. 9802);

 

situazione di abbandono. Per ciò che concerne la nozione di abbandono, la legge si riferisce alla mancanza di assistenza morale e materiale dei genitori e dei parenti entro il quarto grado tenuti a provvedervi. Non basta, però, che questi dichiarino la propria intenzione di occuparsi del bambino, ma occorre che in precedenza essi abbiano stabilito un «rapporto significativo». Vengono fatti salvi, tuttavia, i casi in cui l’abbandono sia dovuto a cause di forza maggiore, purché l’impedimento sia temporaneo (mancanza di un lavoro decente o di un’abitazione) potendosi al contrario riscontrare l’abbandono quando, sia pure per forza maggiore, il rapporto di filiazione risulti compromesso a tempo indefinito (ad esempio, una malattia mentale, il carcere);

 

– minore dichiarato dal tribunale per i minorenni in stato di adottabilità.

 

 

Il procedimento

L’adozione del minore costituisce l’esito di un complesso procedimento che si articola in tre fasi: la dichiarazione dello stato di adottabilità, l’affidamento preadottivo ed il provvedimento di adozione.

 

Fase preliminare: la dichiarazione dello stato di adottabilità (artt. 8-21 L. ad.).

Il procedimento prende l’avvio con la segnalazione dello stato di abbandono (art. 9 L. ad.). La sua funzione è quella di portare a conoscenza del giudice lo stato di abbandono in cui versa il minore.

Il procedimento può essere attivato da chiunque informi il P.M. presso il Tribunale per i minorenni del distretto in cui si trova il minore della situazione di abbandono in cui quest’ultimo versi. Esistono, tuttavia, alcune categorie di soggetti per i quali è previsto un obbligo di segnalazione:

 

– i pubblici ufficiali, gli incaricati di pubblico servizio o chiunque eserciti un servizio di pubblica necessità e ne venga a conoscenza proprio per tale esercizio;

 

– gli istituti di assistenza pubblici o privati, i quali debbono riferire ogni sei mesi al procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni gli elenchi dei minori ricoverati;

 

– i genitori che affidino per un periodo superiore ai sei mesi il minore ad un soggetto che non è un parente entro il quarto grado; l’obbligo di comunicare l’affidamento al procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni è previsto a pena di decadenza dalla responsabilità genitoriale;

 

– coloro ai quali è stato affidato un minore per più di sei mesi e non siano parenti entro il quarto grado.

 

Una volta ricevuto il ricorso di adozione del P.M., il presidente del tribunale o un giudice da lui delegato provvede all’immediata apertura della procedura (art. 10 L. ad.).

All’atto dell’apertura del procedimento, sono avvertiti i genitori o, in mancanza, i parenti entro il quarto grado che abbiano rapporti significativi con il minore, invitati a nominare un difensore ed informati della nomina di un difensore d’ufficio per il caso che essi non vi provvedano- (art. 10, 2° comma L. ad.).

 

A seguito della denuncia, il tribunale opera i necessari accertamenti circa la condizione giuridica del minore, nonché le sue condizioni di vita, servendosi degli organi di pubblica sicurezza, dei servizi sociali locali o per altre vie. Può adottare i provvedimenti provvisori nell’interesse del minore (art. 10, co. 3 L. ad.), al fine di evitare il protrarsi di una situazione di abbandono che può arrecare al minore ulteriore pregiudizio. Oltre al collocamento temporaneo presso una famiglia o una comunità di tipo familiare, il tribunale ha il potere di adottare anche provvedimenti ablativi o limitativi della responsabilità genitoriale atti ad evitare, ad es., il perpetrarsi di situazioni di abuso o violenza da parte del genitore.

 

La procedura segue regole diverse a seconda che si tratti oppure no di minore privo di genitori e parenti entro il quarto grado.

Se viene accertato lo stato di abbandono e non sia stata appurata l’esistenza di genitori o parenti entro il quarto grado, è applicabile una procedura più snella che consente di pronunciare l’adozione in tempi brevi (art. 11 L. ad.). Il tribunale dichiara lo stato di adottabilità (a meno che vi siano istanze di adozione in casi particolari, ad es., ad opera dei parenti entro il sesto grado con il quale il minore aveva un rapporto duraturo e continuativo, oppure in caso di riconoscimento del genitore): in tal caso, il Collegio decide nell’interesse esclusivo del minore.

 

Nel caso di non riconoscibilità per difetto di età del genitore, la procedura per la dichiarazione dello stato di adottabilità è rinviata anche d’ufficio fino al compimento del 16° anno di età del genitore. Al compimento del 16° anno il genitore può chiedere un’ulteriore sospensione per altri due mesi. Il genitore autorizzato al riconoscimento prima del compimento del 16° anno può chiedere un’ulteriore sospensione per altri due mesi dopo l’autorizzazione (art. 11, 3° comma, L. 184/1983, modificato dal D.Lgs. 154/2013).

 

Nel caso in cui, invece, sussistano i genitori o i parenti entro il quarto grado (art. 12 L. ad.), si procede alla comparizione delle parti. Il tribunale, ascoltati i chiamati, può convincersi dell’idoneità dei genitori o dei parenti ad occuparsi del minore ed affidarlo a costoro, eventualmente indicando le prescrizioni idonee al mantenimento del minore.

 

Se gli affidatari non ottemperano alle prescrizioni del tribunale o in ogni altra ipotesi in cui tale affidamento non si ritenga corrispondente all’interesse del minore (art. 15 L. ad.), il tribunale dichiara lo stato di adottabilità con sentenza emessa in camera di consiglio, dopo aver sentito a pena di nullità il P.M. e il minore stesso che abbia compiuto dodici anni o anche di età inferiore, il tutore o l’affidatario o il rappresentante dell’istituto dove è ricoverato il minore.

 

Con riguardo al provvedimento che dichiara lo stato di adottabilità del minore, esso ha natura di sentenza.

 

 

La dichiarazione di adottabilità

La dichiarazione di adottabilità determina la sospensione della responsabilità genitoriale; il giudice dovrà, dunque, procedere alla nomina del tutore ed agli altri provvedimenti nell’interesse del minore (art. 19 L. ad.).

Se, invece, il tribunale non riscontra i presupposti dello stato di adottabilità, emana la sentenza con cui dichiara il non luogo a procedere (art. 16 L. ad.).

Contro la sentenza che dichiara lo stato di adottabilità è ammessa impugnazione innanzi alla Corte di Appello da parte dei genitori, dei parenti entro il quarto grado, del tutore e del P.M. entro trenta giorni dalla notificazione. Avverso la sentenza della Corte di Appello è poi ammesso ricorso in Cassazione per i motivi di cui ai numeri 3, 4 e 5 dell’art. 360 c.p.c. (art. 17 L. ad.).

 

Lo stato di adottabilità può essere eccezionalmente revocato, nel caso in cui i genitori o i parenti dimostrino di volersi occupare del minore e ciò non sia di pregiudizio a questi, fino a quando non si sia disposto l’affidamento preadottivo e solo per circostanze sopravvenute. Possono richiedere la revoca i genitori, i parenti e il P.M.; può anche procedersi d’ufficio. La revoca è pronunciata con decreto reclamabile in appello (art. 21 L. ad).

Lo stato di adottabilità può, inoltre, cessare con il raggiungimento della maggiore età e con l’adozione (art. 20 L. ad.).

 

 

L’affidamento preadottivo

Deliberato lo stato di adottabilità si apre la fase dell’affidamento preadottivo, avente lo scopo di «sperimentare» l’inserimento del minore all’interno della nuova famiglia.

Il minore viene affidato ad una coppia che si ritiene idonea ad adottarlo per un anno (eventualmente prorogabile a due), al fine di verificare se si attui effettivamente l’inserimento del minore nella famiglia e se non sorgano, invece, impedimenti all’adozione.

La scelta avviene tra le coppie che hanno presentato domanda di adozione e che sono state dichiarate idonee dal tribunale (art. 22, co. 5, L. ad.), privilegiando, in caso di più fratelli (da adottare) quelle che sono disposte all’adozione di più adottandi, onde evitare di separarli, ovvero quelle disponibili ad accogliere un bambino che abbia più di cinque anni o che sia affetto da handicap. Se, poi, nel corso dell’affidamento preadottivo interviene la separazione dei coniugi, l’adozione può essere disposta nei confronti di uno solo o di entrambi, nell’esclusivo interesse del minore, qualora uno o entrambi ne facciano richiesta (art. 25, co. 5, L. ad.).

 

Si opta per la coppia che sia più adatta al minore in questione, il quale, come già detto, se ha dodici anni deve essere sentito e se è quattordicenne deve prestare il suo consenso.

 

L’affidamento viene disposto con decreto emesso in camera di consiglio, con l’intervento obbligatorio del pubblico ministero.

Il decreto può essere impugnato dinanzi alla Corte d’appello entro dieci giorni dalla comunicazione del provvedimento dal tutore o dal P.M.

 

A seguito dell’affidamento, gli affidatari hanno l’obbligo di provvedere al mantenimento e all’istruzione del minore e sono soggetti a controllo da parte del giudice tutelare o dei servizi locali.

 

L’affidamento può essere revocato ogni qualvolta si verificano circostanze tali che non siano superabili se non con la separazione tra il minore e la coppia designata al relativo abbinamento, circostanze che riflettono l’incapacità del minore di adattarsi al nuovo nucleo familiare e l’incapacità, al contempo, della coppia di instaurare un valido e duraturo rapporto di filiazione. La revoca avviene con decreto motivato (impugnabile nei modi dell’impugnazione del decreto di affidamento) emesso in camera di consiglio, su domanda del P.M., del tutore o di coloro che sono preposti al controllo dell’affidamento. Se la revoca diviene definitiva il Tribunale deve procedere ad un nuovo affidamento preadottivo nei confronti di altra coppia di coniugi.

 

 

Dichiarazione di adozione

Decorso il periodo di affidamento preadottivo, il tribunale può, ove ne accerti l’esito positivo, pronunciare l’adozione, ovvero, in mancanza dei requisiti richiesti (art. 25, 1° comma, L. ad.), o del rispetto degli obblighi da parte degli affidatari e dell’inserimento del minore nella famiglia, rifiutarla, emanando una pronuncia di non luogo a procedere.

L’esistenza delle condizioni previste dalla legge per procedere all’adozione (quali ad esempio la differenza di età tra adottanti ed adottato e la minore età dell’adottato) è richiesta e valutata al momento dell’affidamento preadottivo, inteso come fase introduttiva del procedimento di adozione; pertanto si sostiene che il venir meno di alcuni di questi requisiti al momento dall’adozione definitiva non pregiudica la stessa.

Il procedimento si svolge in camera di consiglio e devono essere ascoltati gli affidatari, tutti coloro che dovevano seguire l’affidamento, il minore se ha dodici anni (se è quattordicenne è necessario il suo consenso), nonché gli eventuali figli degli adottanti, che abbiano più di quattordici anni.

Sull’adozione si provvede con sentenza emessa in camera di consiglio, dalla quale scaturisce il rapporto di filiazione legittima in capo all’adottato. La sentenza che provvede sull’adozione è impugnabile, entro trenta giorni dalla notifica, davanti alla sezione per i minori della Corte di Appello da parte del P.M., degli adottanti e del tutore del minore.

La sentenza che pronuncia l’adozione, una volta divenuta definitiva, deve essere annotata a margine dell’atto di nascita dell’adottato.

 

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