Cos’è lo straining? Differenze con il mobbing
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5 Mar 2016
 
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Maria Monteleone
 


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Cos’è lo straining? Differenze con il mobbing

La situazione di stress forzato del lavoratore, quando discende da azioni ostili sporadiche e non frequenti, è straining e non mobbing.

 

Accanto al mobbing esiste un fenomeno molto simile ma più attenuato, riconosciuto dalla scienza medico legale e pian piano anche dalla giurisprudenza: il cosiddetto straining.

Lo straining viene definito per la prima volta dal Tribunale di Bergamo [1] come una situazione di stress forzato sul posto di lavoro, in cui la vittima subisce almeno un effetto negativo nell’ambiente lavorativo, azione che, oltre ad essere stressante, è caratterizzata anche da una durata costante.

 

La vittima è, rispetto alla persona che attua lo straining, in persistente inferiorità. Lo straining viene attuato appositamente contro una o più persone, ma sempre in maniera discriminante.

 

Si tratta dunque di una situazione lavorativa conflittuale di stress forzato, in cui la vittima subisce azioni ostili limitate nel numero e/o distanziate nel tempo ma tale da provocarle una modificazione in negativo, costante e permanente, della condizione lavorativa.

 

La differenza con il mobbing è molto sottile e risiede prevalentemente nel fatto che quest’ultimo presuppone condotte frequenti e ripetitive, mentre lo straining può sussistere anche a fronte di un unico episodio vessatorio. Ciò che conta, tuttavia, è che esso sia tale da generare, in capo alla vittima, una condizione psico-fisica di permanente disagio sul luogo di lavoro.

 

Si fa riferimento a situazioni particolarmente “stressanti” alle quali il lavoratore è esposto, connesse, per esempio, a episodi di isolamento o dequalificazione

 

Per esempio, la Cassazione [2] ha ritenuto che integrasse la fattispecie straining il caso di un dipendente costretto a lavorare in uno sgabuzzino, spoglio e sporco, con mansioni dequalificanti, meramente esecutive e ripetitive.  Tale episodio anche singolarmente considerato aveva provocato una grave lesione consisttente nella “causazione di un’incapacità di attendere alle proprie ordinarie occupazioni per un periodo di tempo superiore a 40 giorni”.

 

Lo straining è dunque una forma più attenuata del mobbing dato che non richiede la sistematicità, frequenza e ripetitività delle condotte vessatorie. Si possono infatti verificare episodi isolati o comunque sporadici che producono le stesse lesioni che provocherebbe il mobbing vero e proprio (per esempio disturbi depressivi, patologie cardiache, attacchi d’ansia ecc.).

 

L’ultimo caso di straining è stato accertato da una recentissima sentenza della Cassazione [3] riguardante un episodio di demansionamento.

 

Secondo i giudici lo straining è una forma attenuata di mobbing nella quale non si riscontra il carattere della continuità delle azioni vessatorie, come può accadere, ad esempio, in caso di demansionamento, dequalificazione, isolamento o privazione degli strumenti di lavoro.

In tutte le suddette ipotesi: se la condotta nociva si realizza con una azione unica ed isolata o comunque in più azioni ma prive di continuità si è in presenza dello straining, che è pur sempre un comportamento che può produrre una situazione stressante, la quale a sua volta può anche causare gravi disturbi psico-somatici o anche psico-fisici o pscichici. Pertanto, pur mancando il requisito della continuità nel tempo della condotta ostile, essa può essere sanzionata in sede civile in quanto costituisce violazione dell’obbligo di tutela dell’integrità fisica e della personalità morale del lavoratore [4].


[1] Tribunale di Bergamo, sent. n. 286/2005.

[2] Cass. sent. n. 28603/2013.

[3] Cass. sent. 3291/2016.

[4] Art. 2087 cod. civ.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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