Figlio maggiorenne indolente: va ancora mantenuto?
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6 Mar 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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Figlio maggiorenne indolente: va ancora mantenuto?

Provvedo al mantenimento di mio figlio 24enne da quando aveva 10 anni per come stabilito da sentenza di divorzio; mi spiace ammetterlo, ma il ragazzo è un irresponsabile, non cerca neppure di rendersi autonomo, tanto che ha rifiutato diverse occasioni di lavoro; è fuori corso all’università, sottrae denaro alla madre con la quale vive. Posso chiedere la revoca del mantenimento?

 

La legge sancisce un generale obbligo gravante su entrambi genitori di mantenere, istruire ed educare la prole [1] senza precisare, tuttavia, quando esso venga meno.

 

 

Il mantenimento è dovuto oltre la maggiore età

Si ritiene, tuttavia, in modo pacifico che esso perduri oltre la maggiore età dei figli qualora essi non siano in grado di provvedere in via autonoma alle proprie esigenze di vita. Questo lo si può desumere anche dal fatto che la legge che ha parificato i figli nati fuori e dentro il matrimonio ha introdotto una norma [2] che (abrogando la precedente previsione che stabiliva l’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni nel solo ambito della separazione dei coniugi) attribuisce al giudice il potere di disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico; i figli sono, dunque, meritevoli delle medesime tutele a prescindere dal tipo di vincolo (coniugale o meno) dei loro genitori.

 

 

Termini e condizioni dell’obbligo

A riguardo, tuttavia, se la giurisprudenza da un lato conferma il suddetto principio, non è tuttavia omogenea nello stabilire termini e condizioni per la cessazione del dovere dei genitori al mantenimento dei figli maggiorenni.

In linea generale, è possibile affermare che l’obbligo dei genitori di mantenere i figli permanga fino alla maggiore età degli stessi [3] e cessa quando essi abbiano raggiunto l’indipendenza economica [4] intendendosi con tale espressione la percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali condizioni di mercato.

Peraltro, secondo un certo orientamento della Cassazione [5], affinché venga meno l’obbligo dei genitori di mantenere la prole maggiorenne, non basta che al figlio sia fornita l’occasione di un lavoro (se pur stabile), ma occorre che tale impiego sia adeguato alle sue attitudini e aspirazioni; per cui, i genitori sarebbero esonerati dal dovere di mantenimento solo nel caso in cui la prole rifiuti in modo ingiustificato un posto di lavoro in linea con i propri desideri e la propria preparazione.

 

 

I vari orientamenti dei giudici

Va detto, tuttavia, che in materia si sono susseguite nel tempo numerose pronunce sul tema.

Ad esempio, la Suprema Corte ha ritenuto legittima la richiesta di revoca dell’assegno di mantenimento nei confronti del figlio maggiorenne che, dopo la conclusione degli studi, non si sia impegnato con serietà nella ricerca di un posto di lavoro [6] o anche quella del diplomato che abbia rifiutato il posto di lavoro (se pur precario e a basso reddito) in un call center ritenendolo inadeguato a coprire le spese [7].

Così come, con una recentissima pronuncia [8], la Suprema Corte ha ribadito che il dovere di mantenimento del figlio maggiorenne cessa quando il genitore onerato dia prova o che il figlio abbia raggiunto l’autosufficienza economica o che, pur posto nelle condizioni di rendersi autonomo, non ne abbia tratto profitto, sottraendosi volontariamente allo svolgimento di una attività lavorativa adeguata e corrispondente alla professionalità acquisita: in altre parole i giudici hanno dato rilievo anche alla mancanza di buona volontà dei figli di rendersi autosufficienti, fosse anche in modo parziale.

Con particolare riferimento poi alla circostanza che il figlio sia fuori corso negli studi, proprio di recente la Cassazione ha affermato che il figlio maggiorenne che non dimostra rispetto per i sacrifici economici sostenuti dai propri genitori separati per mantenerlo all’università, dimostrando uno scarso rendimento negli studi e restando indietro con gli esami, perde il diritto ad essere mantenuto [9].

Si tratta, di certo, queste, di pronunce che tornano utili al caso del lettore e che fanno ritenere che qualora il figlio non si impegni negli studi, non si dedichi seriamente alla ricerca di lavoro o ne rifiuti le offerte in modo giustificato, il genitore obbligato al mantenimento potrà chiedere al Tribunale che detto obbligo venga revocato.

 

 

Esiste un limite di età per il mantenimento del maggiorenne?

Con specifico riferimento, poi, all’età del giovane di cui si intende chiedere l’esonero dal mantenimento, il Tribunale di Bari [10] ha precisato che, pur non esistendo un limite di età prestabilito oltre il quale il genitore non è più tenuto a provvedere al mantenimento dei figli, esso può, in linea generale, individuarsi al compimento del trentesimo anno di età.

Nel caso di specie, tuttavia se è senz’altro vero che il figlio del lettore (24enne) non ha ancora raggiunto tale limite di età, è pur vero che occorre dar peso anche ad atteggiamenti piuttosto gravi da parte del ragazzo (furto di denaro dalla casa materna), di certo non riconducibili a semplice lassismo o superficialità (come potrebbe essere il rifiuto di un posto di lavoro ritenuto non corrispondente alle proprie aspirazioni) e che non lasciano ravvisare una propensione del giovane all’autonomia.

 

 

La prova dell’autonomia

Su tali basi, il lettore, dando prova di tutte le predette circostanze [11], potrà senz’altro presentare domanda per ottenere l’esonero dal mantenimento del figlio, anche chiedendo che, in subordine, venga disposta una riduzione dell’importo che versa attualmente.

Tuttavia, con specifico riferimento all’onere della prova, merita di essere segnalata una recente pronuncia [12] che ha affermato che il principio secondo cui l’obbligo del genitore di concorrere al mantenimento del figlio perdura finché il genitore non provi l’indipendenza economica del figlio maggiorenne (o che quest’ultimo sia stato messo nelle condizioni per poter essere economicamente autonomo e senza averne tratto utile profitto per sua colpa o sua discutibile scelta) [13], vada calibrato sulle circostanze del caso concreto; perché, in presenza di un’età sufficientemente adulta del giovane, sarà quest’ultimo a dover dimostrare, con una sostanziale inversione dell’onere della prova, di essersi seriamente impegnato e di aver fatto tutto quello che era nelle sue concrete possibilità per rendersi economicamente autonomo.

 

 

Il consiglio pratico

Se questo vale sul piano strettamente giuridico, il suggerimento per il lettore è di rappresentare alla ex moglie queste intenzioni, al fine di valutare se vi siano i presupposti per depositare un ricorso congiunto per la modifica dei provvedimenti attualmente in vigore.

La madre del ragazzo, infatti, in quanto convivente con lo stesso, avrebbe un ruolo decisivo nel dar prova al giudice della indolenza del figlio, perché, nell’intento di tutelarlo, potrebbe addirittura negare di aver subito dal giovane furto di denaro, come pure sostenere che, al contrario, egli abbia rifiutato le occasioni lavorative perché intende portare a termine gli studi. Ciò, non solo determinerebbe un inevitabile lungaggine della procedura, ma avrebbe un peso non indifferente ai fini dell’accoglimento della domanda, atteso che l’età di 24 anni, non sarebbe, come abbiamo visto, sufficiente, per dimostrare la sussistenza dei presupposti del venir meno dell’obbligo al mantenimento (trattandosi di un’età in cui sono percentualmente molti i giovani che, nonostante l’impegno, non hanno ancora concluso il percorso universitari).

 

Anche in presenza di un’istanza congiunta dei genitori, l’accoglimento del ricorso non sarebbe comunque automatico, dovendo il giudice valutare (anche sulla base di una eventuale difesa portata dal figlio) se sia meglio disporre anche una semplice riduzione dell’importo attualmente dovuto al giovane.

In mancanza del supporto da parte della ex moglie, il suggerimento per il lettore è quello di procurarsi tutte le prove possibili (documentali e testimoniali) per dar prova al giudice della fondatezza della domanda, rischiando, in caso contrario, la possibilità concreta di rigetto.


[1] Art. 30 Costituzione, art. 147 e 148 comma 1 cod. civ.

[2] Art. 337 septies cod. civ.

[3] Cass. sent. 2171/12; sent. n 1773/12;n. 1830/11.

[4] Cass. sent. n. 18974/13; n. 2171/12; n.14123/11; n.407/07.

[5] Cass. sent. n. 4555/2012, n. 4765/2002; n. 4616/1998.

[6] Cass. sent. n. 7970/2013.

[7] C. App. Catania sent. n. 571/14.

[8] Cass.. sent. n. 1858/16.

[9] Cass. sent. n. 1858/16.

[10] Trib. Bari, sent. del 21.09.2006.

[11] Cass. sent. n. 14123/11.

[12] Tribunale di Roma, sent. 13.02.2014.

[13] Cass. n. 8221/2006 e Cass. 4555/2012.

 


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