Le cause contro il datore di lavoro non possono essere più di una
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6 Mar 2016
 
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Le cause contro il datore di lavoro non possono essere più di una

Divieto di frazionamento delle pretese economiche: il lavoratore deve unire in un’unica causa tutte le richieste economiche verso l’azienda.

 

Il lavoratore che voglia avanzare una serie di pretese economiche nei confronti del datore di lavoro non può farlo spezzettandole in più cause, ma deve riunire ogni richiesta in un unico giudizio. Costringere l’azienda a difendersi in più procedimenti innanzi al giudice, sostenendo psicologicamente ed economicamente due diverse difese, con inutile ed evitabile duplicazione di costi ed attività processuale quando ben potrebbe essere coinvolta solo in un’unica causa, costituisce una violazione dei principi del nostro ordinamento processuale. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

 

Meglio evitare più processi per più pretese: il rischio è quello di vedersi rigettata la successiva domanda per inutile duplicazione dei procedimenti. Secondo la Corte, al fine di assicurare il giusto processo e rispettare gli obblighi di correttezza e buona fede, è fatto divieto di frazionare le pretese creditorie riconducibili ad un unico rapporto obbligatorio.

 

 

La vicenda

Cessato il rapporto di lavoro, un lavoratore agiva nei confronti dell’ex datore di lavoro con una prima causa per ottenere le differenze del TFR, in ragione di alcune voci retributive precedentemente non conteggiate, dovute a titolo di quote premio. Successivamente a tale azione, però, lo stesso dipendente azionava un successivo e diverso giudizio per vedersi riconosciute le suddette quote premio. Il giudice rigettava giustamente quest’ultimo ricorso, applicando il principio di divieto del frazionamento del credito. Dello stesso parere è stata la Suprema Corte.

 

 

Il divieto di frazionamento del credito

Il lavoratore non può far valere, con due diversi processi, due pretese di credito, anche se diverse tra loro, ma comunque riconducibili ad un unico (cessato) rapporto giuridico, ossia il contratto di lavoro. Secondo quanto infatti chiarito dalla Corte, il comportamento del dipendente che fraziona un suo diritto di credito unitario abusa del processo in spregio alla regola generale della correttezza e della buona fede, procurando un duplice danno: uno alla giustizia (perché intasa inutilmente le aule dei tribunali), un altro alla controparte, il datore di lavoro, imponendogli delle spese processuali evitabili. In un’ottica di economia processuale (ma non solo), il lavoratore deve quindi agire con un’unica azione.

 

A più riprese la Corte di Cassazione ha dichiarato indebito il frazionamento di pretese creditorie dovute in forza di un “unico rapporto obbligatorio”, quale è, nel caso di specie, il cessato rapporto di lavoro. Anzi, nel caso in commento, il collegamento tra le due cause è ancor più evidente: esse, infatti, sono state promosse a rapporto concluso.

 

Il divieto di frazionamento si ritrova non solo nel nostro ordinamento, ma anche nella carta dei diritti dell’uomo [2]: lo scopo è quello di impedire che la parte debitrice sia sottoposta ad oneri ed a costi difensivi abnormi attraverso un’indebita ed evitabile parcellizzazione dei crediti che derivano da un rapporto obbligatorio unitario.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 11 novembre 2015 – 1 marzo 2016, n. 4016
Presidente Roselli – Relatore Berrino

Svolgimento del processo

P.N. ricorse al giudice del lavoro del Tribunale di Torino per sentir condannare la società G.T.T. s.p.a., alle cui dipendenze aveva lavorato dal 22.9.87 al 31.12.05 in qualità di autista, al pagamento della somma di Euro 868,10, oltre accessori di legge, a titolo di mancata erogazione delle quote del premio di risultato relative ai mesi di febbraio e giugno del 2006.
Il giudice adito dichiarò l’improponibilità della domanda in quanto il ricorrente aveva promosso la controversia dopo la proposizione di un’altra causa in cui aveva chiesto la rideterminazione del T.F.R. per l’incidenza di calcolo di alcune voci retributive percepite in via continuativa, per cui aveva finito per frazionare il credito derivante da un unico rapporto di lavoro.
A seguito di impugnazione di tale decisione da parte del P. la Corte d’appello di Torino, con sentenza del 27.4 – 8.6.2010, ha accolto il gravame del lavoratore, condannando la società convenuta al pagamento della predetta somma.
La Corte territoriale ha spiegato di non poter condividere il ragionamento seguito dal primo giudice il quale aveva erroneamente applicato il principio del divieto

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[1] Cass. sent. n. 4016/16 del 1.03.2016.

[2] Vedi il principio del “giusto processo” sancito dall’art.111. Cost., dall’art. 6 CEDU e dall’art 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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