Ingiuria: reato solo se c’è minaccia
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7 Mar 2016
 
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Ingiuria: reato solo se c’è minaccia

Nessuna condanna per l’ingiuria in virtù della depenalizzazione se manca la prova che questa sia stata associata ad una minaccia.

 

L’ingiuria non è più un reato: il decreto depenalizzazioni [2] ha eliminato, dal 2016, l’illecito penale; resta l’illecito civile per il quale è possibile solo il risarcimento del danno entro 5 anni dal fatto, con ulteriore applicazione, al termine della causa, di una multa nei confronti del colpevole (da pagare non in favore del danneggiato, ma alla Cassa statale delle Ammende). Per ottenere l’indennizzo è necessario agire con un processo civile, peraltro, con un onere della prova quasi impossibile quando il fatto è consumato in assenza di testimoni oculari, attesa l’impossibilità per le parti, nel giudizio civile (a differenza di quanto avviene nel penale), di essere testimoni di sé stessi (leggi “Scompare l’ingiuria: impossibile punire le offese”).

 

Un ultimo scampolo di tutela penale, tuttavia, sussiste quando, insieme all’ingiuria, si consuma anche il diverso reato di minaccia. In tal caso, almeno per quest’ultimo illecito, resta la competenza del giudice penale. La questione è stata analizzata da una recente sentenza della Cassazione [1]. La Corte ha precisato che, se insieme all’offesa vengono proferite frasi dal contenuto minaccioso nei confronti del soggetto ingiuriato, sicuramente scatta la condanna penale.

 

 

Quando scatta la minaccia?

A questo punto è necessario verificare con attenzione quando, nelle parole di chi ingiuria, è possibile anche rinvenire gli estremi della minaccia. Per stabilirlo, rifacciamoci a qualche precedente della giurisprudenza.

 

Poiché quello di minaccia è reato di pericolo, è necessario che la minaccia – da valutarsi in relazione alle concrete circostanze del fatto – sia idonea a cagionare effetti intimidatori sul soggetto passivo, a prescindere poi se il turbamento psichico si verifichi effettivamente; non è, pertanto, necessario che la persona offesa si senta intimidita ed è irrilevante anche che il male minacciato sia indeterminato e non preciso, purché questo sia ingiusto. Ad esempio “So io come farti sparire …” oppure “Io ti faccio sparire, non devi più passare da queste parti” sono state ritenute frasi minacciose, anche se la persona offesa non si era lasciata intimidire [3].

Invece la frase “Lei non sa chi sono io” va valutata a seconda della situazione, del contesto concreto e delle qualità delle parti; così, a fronte di situazioni in cui non è stata considerata minaccia [4] (quando, per esempio, il tono della discussione non è particolarmente veemente e rivolto a prospettare un futuro male ingiusto), in altre è stata ritenuta penalmente rilevante. In particolare, la Cassazione [5] ha detto che l’espressione “lei non sa chi sono io”, seguita dalla frase “te la farò pagare” e pronunciata in un generale contesto di alta tensione verbale, integra il delitto di minaccia, trattandosi di condotta potenzialmente idonea a determinare uno stato di turbamento e d’intimidazione nel destinatario.

 

In tema di minaccia, il carattere intimidatorio di un frase va valutato anche alla luce dei rapporti fra le parti. In particolare, nell’ambito di una separazione caratterizzata dal continuo ruolo di aggressore del marito nei confronti della moglie, l’ipotesi di un calcio inferto dal primo in danno della donna che ha voluto la separazione è sicuramente un limite alla libertà morale della donna e, quindi, valutabile come minaccia (nella specie, l’ex marito aveva minacciato la donna di prenderla a calci se l’avesse vista abbigliata in una determinata maniera [6]).


[1] D.lgs. n. 7/2016: l’art. 1 di detto decreto ha abrogato il reato di ingiuria di cui all’art. 594 cod. pen., nonché le disposizioni ad esso collegate, come quella dell’art. 599 co. 2, cod. pen., nella parte relativa all’art. 594 cod. pen. (cfr. art. 2, co. 1, lett. h) d.lgs. citato. Il reato di danneggiamento continua ad essere tale solo quando avviene con violenza o minaccia alla persona ovvero in presa di una serie di aggravanti come previste dall’art. 2, co. 1. lett. l) del citato decreto.

[2] Cass. sent. n. 8831/2016.

[3] Cass. sent. n. 34215/2015 del 4.06.2015.

[4] Cass. sent. n. 45502/2014.

[5] Cass. sent. n. 11621/2012.

[6] Cass. sent. n. 9325/2012.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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