Come impugnare l’accertamento fiscale dell’Agenzia delle Entrate
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7 Mar 2016
 
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Come impugnare l’accertamento fiscale dell’Agenzia delle Entrate

Quando l’accertamento fiscale è nullo per difetto di delega o di firma: i poteri del dirigente capo ufficio e del funzionario.

 

La validità degli avvisi di accertamento dell’Agenzia delle Entrate è, da diverso tempo, al centro di una vera e propria “turbolenza giudiziaria”. A giudicare dalla copiosa giurisprudenza che si è succeduta negli ultimi anni, buona parte di tali atti sono nulli per difetto di potere da parte del soggetto firmatario: non poche volte, infatti, la sottoscrizione dell’accertamento è di un funzionario non appartenente alla carriera direttiva (come la legge impone) oppure munito di delega, da parte del dirigente dell’ufficio, non conforme a quanto prescrive la normativa.

Le recenti sentenze della Cassazione hanno delimitato i confini di validità degli avvisi di accertamento dell’Agenzia delle Entrate, definendo quando si può parlare di nullità/inesistenza e, pertanto, è possibile proporre impugnazione al giudice per ottenere l’annullamento della pretesa del fisco.

Vediamo, dunque, quali sono i principi fissati dai giudici.

 

 

Chi può firmare l’avviso di accertamento?

Sicuramente il dirigente o “capo ufficio”; ma potrebbe firmare anche chiunque altro addetto alla carriera direttiva, purché dietro delega rilasciata da parte del capo ufficio.

La norma prevede che l’accertamento debba essere firmato dal “capo ufficio” o da “altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato” a pena di nullità, con la conseguenza che la stessa diventa un elemento necessario per la validità dell’atto, al pari della motivazione o dell’indicazione delle somme pretese.

 

 

La mancanza di firma rende l’accertamento nullo?

La firma è condizione di validità per gli accertamenti delle imposte dirette e dell’Iva. Solo in tali casi, quindi, non è sufficiente la semplice “stampa” del nome di un dirigente, ma occorre che vi sia la firma autografa riportata in calce all’atto del direttore provinciale o di un funzionario da quest’ultimo delegato.

La firma non è invece richiesta per:

– cartella esattoriale di Equitalia;

– diniego di condono;

– avviso di mora;

– attribuzione di rendita.

 

 

Come deve essere la delega?

Se l’accertamento fiscale non è firmato dal dirigente dell’ufficio, è necessario che lo stesso abbia delegato altro soggetto appartenente alla carriera direttiva. Detta delega, che deve essere in possesso dell’Agenzia delle Entrate ed esibita al contribuente dietro sua richiesta entro 30 giorni (con istanza di accesso agli atti amministrativi), è legittima solo se è stata rilasciata per iscritto (quindi è illegittima quella orale) e indica:

 

– il nome e cognome del funzionario delegato: non è sufficiente un generico riferimento alla qualifica professionale dallo stesso ricoperto, ma è necessario lo specifico riferimento nominativo di chi effettivamente riveste tale qualifica. Così sarebbe nulla la delega rivolta impersonalmente al “capo ufficio” o al “capo team”: costoro, infatti, potrebbero avere tale incarico al momento della delega ma non rivestirlo più all’atto della firma dell’accertamento (per trasferimento, pensionamento ecc.);

 

– le esigenze di servizio che hanno reso necessario il conferimento della delega: si tratta, cioè, della motivazione, ossia la causa (quale, per esempio, la carenza di personale, l’assenza, vacanza, malattia, del titolare ecc.);

 

– la data di inizio e fine della validità della delega: in pratica la delega deve indicare la sua durata.

 

Non rileva tanto la modalità con cui viene conferita la delega (potrebbe, per esempio, essere effettuata tanto con un atto apposito quanto con un generico ordine di servizio), ma è necessario che siano indicati i presupposti appena elencati.

Secondo la Corte, quindi, la delega in bianco è da considerarsi nulla poiché non consente al contribuente di verificare se il delegato abbia il potere di sottoscrizione dell’atto impugnato e non potendo tale indagine “amministrativa” trasferirsi in capo al ricorrente.

È stato così affermato il principio secondo il quale la nullità della delega si riflette sull’avviso di accertamento.

 

 

Quando va eccepita la nullità della delega?

Il possibile vizio va sollevato fin dal ricorso introduttivo, non potendo essere rilevato d’ufficio ad opera del giudice. Il ricorrente, quindi, potrà eccepire che la mancata allegazione della delega ha reso impossibile ogni riscontro sulla validità della sottoscrizione dell’atto.

È necessario che il ricorso sia sollevato entro e non oltre 60 giorni dalla notifica dell’avviso di accertamento. Non è possibile – stando all’attuale orientamento della giurisprudenza – sollevare la contestazione quando già è arrivata la notifica della cartella di pagamento.

Il giudice di merito deve riscontrare la validità della delega poiché eventuali vizi inficiano la validità dell’accertamento. In assenza del controllo, nell’eventuale appello occorrerà rilevare l’omessa pronuncia.

 

 

A chi spetta dimostrare l’esistenza della delega?

Il contribuente ha diritto di prendere visione della delega con istanza di accesso agli atti. Egli potrebbe anche limitarsi a sollevare l’eccezione di difetto di delega con l’atto di ricorso innanzi alla Commissione Tributaria Provinciale: in tal caso è l’Agenzia delle Entrate che deve dare la prova contraria, esibendo detta delega e dimostrando la sua validità.

Nell’ipotesi, invece, in cui l’ufficio produca la delega, occorre verificare che riporti gli elementi minimi previsti per legge e secondo l’interpretazione data dalla Cassazione.


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