L’eiaculazione interna è violenza sessuale se il partener non vuole
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7 Mar 2016
 
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Redazione
 


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L’eiaculazione interna è violenza sessuale se il partener non vuole

La modalità con cui avviene il momento finale del rapporto sessuale, ossia l’eiaculazione, può trasformare un atto voluto in uno non voluto, determinando così il reato di violenza sessuale.

 

Avere figli è una libera scelta di entrambi i partners, siano essi marito e moglie che semplici fidanzati: pertanto, costringere la donna al rischio di una gravidanza, mediante l’eiaculazione interna al termine del rapporto, costituisce violenza sessuale. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di questa mattina [1]. La Corte scrive che, nel rapporto sessuale, il momento dell’eiaculazione non può essere considerato un segmento “neutro” dell’atto perché in determinate circostanze, ad esempio tra fidanzati, può trasformare un rapporto voluto in non voluto: il modo di conclusione del rapporto, infatti, ben può assumere un significato invasivo tale da incidere sull’iniziale libertà di autodeterminazione del partner. E dunque non si può escludere l’ipotesi di violenza sessuale laddove, anche di fronte a un rapporto consenziente se non addirittura desiderato, l’eiaculazione in vagina avviene contro la volontà della donna: la circostanza risulta sufficiente a caratterizzare in senso negativo il rapporto sessuale, che pure la partner aveva inizialmente accettato.

 

 

Il consenso deve durare per tutto il rapporto

Più volte la Cassazione ha ribadito che il consenso al rapporto sessuale deve permanere durante tutta la durata del rapporto stesso: per cui, sebbene inizialmente vi sia stato la volontà esplicita o implicita della donna all’unione, quest’ultima potrebbe ripensarci in qualsiasi momento, nonostante sia in atto la congiunzione fisica con l’uomo. Il consenso al rapporto sessuale può essere revocato anche nelle ultime frazioni di secondo. Allo stesso modo, secondo i giudici, il consenso deve investire anche le modalità finali del rapporto sessuale, ossia l’eiaculazione interna o esterna.

Deve quindi darsi massimo peso – si legge in sentenza – alla mancanza di consenso sopravvenuta, “che non può essere posta nel nulla sol perché sul momento la ragazza non si sia resa conta di quanto accaduto”.

 

Nel caso di specie, ad avvalorare l’atteggiamento prevaricatore e di costrizione dell’uomo era stato un sms spedito dal giovane: “Ora ti ho rovinata” recitava il messaggino, evidenziando così la condotta dell’uomo che credeva di legare la donna a sé, magari prospettandole il rischio di una gravidanza per farla tornare sulla decisione di lasciarlo.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 18 marzo 2015 – 7 marzo 2016, n. 9221
Presidente Mannino – Relatore Grillo

Ritenuto in fatto

1.1 Con ordinanza del 28 ottobre 2014 il Tribunale di Napoli – Sezione per il Riesame accoglieva la richiesta di riesame presentata nell’interesse di P.O. , soggetto indagato per i reati di cui agli artt. 612 bis e 6909 bis cod. pen., avverso il provvedimento applicativo della misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e dai suoi prossimi congiunti, emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Avellino in data 6 ottobre 2014.
1.2 Ricorre per l’annullamento del detto provvedimento il Procuratore della Repubblica dolendosi – quanto al reato di violenza sessuale di cui alla contestazione provvisoria – della decisione del Tribunale di ritenere insussistente il reato perché la condotta dell’indagato non sarebbe stata caratterizzata né da violenza né da costrizione ma, piuttosto, dal consenso della vittima ed, al riguardo, lamenta l’inosservanza della legge penale. Il ricorrente Pubblico Ministero si duole poi della contraddittorietà e manifesta illogicità della decisione anche con riferimento al contestato reato di atti persecutori in danno della vittima, con specifico

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[1] Cass. sent. n. 9221/2016 del 7.03.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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