Licenziamento: dopo quanto tempo dalla violazione?
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7 Mar 2016
 
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Licenziamento: dopo quanto tempo dalla violazione?

Licenziamento disciplinare e per superamento del comporto: l’immediatezza della comunicazione della sanzione va rapportata ai fatti concreti e alle dimensioni dell’azienda.

 

Il licenziamento disciplinare può essere comunicato al dipendente anche diversi giorni dopo dalla violazione che questi ha posto in essere: tutto dipende dalle circostanze concrete del caso che possono comportare un rallentamento dei tempi di accertamento dell’illecito e della decisione da parte dell’azienda. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1] su un tema – quello della contestualità tra licenziamento e comportamento illecito del dipendente – che non cessa mai di produrre giurisprudenza.

 

È vero: stando allo Statuto dei lavoratori [2], se il datore di lavoro vuol procedere al licenziamento disciplinare del dipendente non deve aspettare troppo tempo dal comportamento illegittimo di questi; ciò perché è richiesta una certa immediatezza tra la violazione e la sanzione. Il tutto per non ingenerare nel lavoratore l’aspettativa di essere stato “perdonato” e, nello stesso tempo, consentirgli di difendersi quando ancora i fatti sono “caldi” e le prove a proprio sostegno reperibili. Con la conseguenza che in caso di tardiva contestazione dei fatti, non è più possibile applicare la sanzione disciplinare e, se irrogata, la stessa è nulla.

 

Ma tale principio di immediatezza non va interpretato alla lettera: esso ha carattere relativo, in quanto deve essere applicato tenuto conto della peculiarità dei fatti e, in particolare, della concreta possibilità del datore di lavoro di venire a conoscenza della illegittimità della condotta del lavoratore e di reagire alla condotta medesima. Bisogna poi considerare la complessità dell’organizzazione del datore di lavoro (la dimensione dell’azienda, infatti, potrebbe comportare iter più lenti nelle decisioni), per un’adeguata valutazione della gravità dell’addebito mosso al dipendente e della validità o meno delle giustificazioni da lui fornite.

 

Il principio di immediatezza deve essere contemperato con il tempo necessario per il datore di lavoro di prendere conoscenza con certezza dei fatti costituenti addebito. Nel caso specifico, tra la conclusione delle operazioni di ispezione e la messa a disposizione del relativo verbale ai vertici aziendali e la contestazione di addebito erano trascorsi 10 giorni (il datore di lavoro era Poste Italiane). Questo lasso di tempo appare assolutamente giustificabile e dunque la contestazione d’addebito non può considerarsi tardiva.

 

 

Licenziamento per superamento del comporto

Mentre nel licenziamento disciplinare vi è l’esigenza della immediatezza del licenziamento, per garantire la pienezza del diritto di difesa all’incolpato, nel caso di superamento del periodo di comporto per malattia i tempi possono essere più dilatati e non è richiesta una rigida tempestività del licenziamento: questo per dare il tempo al datore di lavoro di analizzare tutta la “storia” della malattia di cui è stato affetto il dipendente, ai fini di una prognosi di compatibilità della sua presenza in rapporto agli interessi aziendali. È quanto chiarito dalla Cassazione con un’altra interessante sentenza [3].


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 1 dicembre 2015 – 4 marzo 2016, n. 4279
Presidente Roselli – Relatore Bronzini

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Roma con sentenza del 16.4.2008 dichiarava la legittimità del provvedimento disciplinare di sospensione dal servizio e dalla retribuzione per giorni quattro del 15.4. 2002 del dipendente delle Poste S.R. e rigettava le domanda proposte dalle Poste e dal S. di risarcimento del danno. La Corte di appello con sentenza del 20.2.2012 accoglieva in parte gli appelli delle parti e dichiarava l’illegittimità della sanzione disciplinare irrogata al S. e condannava quest’ultimo al risarcimento del danno in favore delle Poste liquidato in euro 8.470,00 oltre interessi legali. La Corte territoriale osservava che era stata contestata al S., quadro presso un Ufficio postale, di avere seguito un’operazione di versamento di lire 25.000.000, ma di non avere apposto il denaro immediatamente nel cassetto, ma invece di essersi attivato per fornire degli stampati ad altro cliente, per cui tornato alla postazione di lavoro il cliente non era più in sala e una parte del versamento ( L. 16.400.000) era scomparsa dal piano di appoggio del bancone: per tale condotta era stata applicata la sanzione della sospensione dal servizio e dalla retribuzione

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[1] Cass. sent. n. 4279/2016 del 4.03.2016.

[2] Art. 7 della l. n. 300/1970

[3] Cass. sent. n. 3645/16 del 24.02.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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