Sentenza: la liquidazione del danno in via equitativa
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8 Mar 2016
 
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Sentenza: la liquidazione del danno in via equitativa

Risarcimento del danno: come si fa quando non è possibile dimostrare l’esatto ammontare del pregiudizio?

 

Che cos’è la liquidazione in via equitativa

Quando il giudice, al termine della causa, ritiene raggiunta la prova dell’esistenza del danno, che quindi è certo, ma non è dimostrabile l’entità economica dello stesso, può liquidare il risarcimento in via equitativa. La legge [1], infatti, dispone che se il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare, è liquidato dal giudice con valutazione equitativa. In sostanza, ciò significa che l’ammontare viene quantificato secondo il prudente apprezzamento del magistrato, ossia tenendo conto del suo giudizio in relazione al caso concreto, secondo quanto lui ritiene equo, anche sulla base di nozioni di comune esperienza.

La valutazione equitativa può operare, dunque, solo se il creditore, su cui grava l’onere della prova del danno, non sia riuscito a dimostrare l’ammontare del danno, ma non quando non sia nemmeno riuscito a dare prova dell’esistenza stessa del danno.

 

Un tipico caso in cui avviene la liquidazione in via equitativa è quando deve essere risarcito un danno non patrimoniale, che quindi non può essere quantificato con precisione sulla base, per esempio, di scontrini, altri documenti di spesa, ecc. La parte processuale potrebbe, per esempio, aver subìto un peggioramento in termini di qualità della vita quotidiana, come stress e sofferenza morale che vanno valutati anche in considerazione della personalità del danneggiato.

 

 

La liquidazione equitativa e l’obbligo di motivazione

Con una recente sentenza [2] la Cassazione ha precisato che il giudice può ricorrere alla liquidazione equitativa dando contezza delle motivazioni che lo hanno portato a quella specifica quantificazione del danno; insomma, la sua determinazione dell’importo non può sbiadirsi in un responso oracolare, né svilirsi a un frettoloso calcolo ragionieristico del tutto sganciato dalle specificità del caso concreto.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 25 novembre 2015 – 7 marzo 2016, n. 4377
Presidente Berruti – Relatore Rossetti

Svolgimento del processo

1. Il (omissis) D.R.A. perse la vita per essere stato investito da un treno mentre, alla guida d’un autocarro, attraversava un passaggio a livello incustodito.
Nel 1998 i congiunti della vittima convennero dinanzi al Tribunale de L’Aquila la società FAS s.p.a. (proprietaria del convoglio, succeduta alla Gestione Governativa) e T.M. , conducente dello stesso. La FAS chiamò in causa il proprio assicuratore della responsabilità civile, la Assitalia s.p.a..
2. Il Tribunale de L’Aquila con sentenza 9.11.2004 n. 793 rigettò la domanda, ritenendo sussistere una colpa esclusiva della vittima, per non avere diligentemente verificato il sopraggiungere del treno prima di attraversare il passaggio a livello.
3. La sentenza venne impugnata dai soccombenti e la Corte d’appello de L’Aquila, con sentenza 10.11.2011 n. 1065, riformò la decisione e accolse parzialmente la domanda, ritenendo sussistere un concorso di colpa della vittima del 50%.
4. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione dalla FAS, sulla base di 6 motivi.
Hanno resistito con controricorso i congiunti D.R. , e proposto ricorso incidentale basato

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[1] Art. 1226 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 4377/16 del 7.03.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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