L’insegnante di religione: condizioni, ore, retribuzione
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9 Mar 2016
 
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L’insegnante di religione: condizioni, ore, retribuzione

Principio della necessaria annualità dell’incarico di insegnamento della religione cattolica, diritto al trattamento economico, attestazione di idoneità da parte dell’autorità ecclesiastica.

 

Anche l’ora di religione entra in tribunale: lo sa bene la Cassazione, chiamata a pronunciarsi quest’anno, già diverse volte, sul trattamento applicabile all’insegnante di religione. Il tutto in un periodo in cui si parla sempre più spesso di religione nelle scuole, di pari trattamento con le altre religioni e di laicità dello Stato.

 

Con una prima sentenza la Cassazione [1] ha ribadito il principio della cosiddetta “necessaria annualità dell’incarico di insegnamento della religione cattolica” (e automatica rinnovazione), regola prevista, conformemente alle intese intervenute tra lo Stato italiano e la Santa Sede, da una legge del 1994 [2] e ribadito dal contratto collettivo del comparto scuola del 4 agosto 1995 [3]. Pertanto è da escludere la possibilità per un Comune di assicurare l’insegnamento religioso nelle scuole dell’infanzia mediante contratti a termine di durata inferiore all’anno [4].

 

Quanto al trattamento economico, la Suprema Corte ha chiarito che [5] gli insegnanti di religione cattolica presso le scuole comunali dell’infanzia hanno diritto a percepire lo stesso stipendio riservato ai docenti a tempo indeterminato perché la legge [2] equipara il loro rapporto di lavoro – come detto, caratterizzato dall’annualità dell’incarico e dall’automatica rinnovazione in caso di permanenza dei requisiti per l’insegnamento – al normale corpo docente, con parità di diritti e doveri. Non si applica quindi la disciplina per le assunzioni a tempo determinato [6].

 

Una sentenza ormai datata della Cassazione [7] ricorda che per l’insegnamento di religione nelle scuole statali è necessario che l’insegnante sia stato riconosciuto idoneo dall’autorità ecclesiastica, nominato dall’autorità scolastica d’intesa con essa, con incarico annuale, che si intende confermato qualora permangano le condizioni ed i requisiti prescritti; nel regime contrattuale, di diritto privato, del relativo rapporto di lavoro, la sopravvenuta revoca dell’idoneità all’insegnamento determina l’impossibilità giuridica della prestazione e la conseguente risoluzione del rapporto di lavoro. E ciò perché, in considerazione del particolare stato di detti insegnanti, ad essi non possono essere attribuiti compiti diversi da quello dell’insegnamento della religione.

 

Il Consiglio di Stato [8] ricorda che il diploma di istituto magistrale (o di scuola magistrale) integra di per sé requisito di partecipazione al concorso a posti di insegnante di religione nella scuola dell’infanzia e primaria, mentre il possesso di altro diploma di istruzione secondaria non integra di per sé requisito di ammissione essendo in tal caso necessario anche il possesso del diploma di scienze religiose. Solo in questa seconda ipotesi, quindi, il punteggio da attribuire va rapportato al voto ottenuto nel conseguimento di tale titolo.

 

Quanto invece alla maturazione dell’anzianità didattica occorrente per l’ammissione alla sessione riservata di abilitazione, secondo il Tar Roma [9] l’insegnamento della religione cattolica non può considerarsi pienamente equiparato agli altri insegnamenti rivestendo i soggetti abilitati ad impartirlo una peculiare posizione di stato, in ragione dei differenziati profili di abilitazione professionale richiesti, delle distinte modalità di nomina e di accesso ai compiti didattici, nonché della specificità dell’oggetto dell’insegnamento.


La sentenza

Cassazione civile, sez. lav., 21/01/2016, (ud. 17/11/2015, dep.21/01/2016),  n. 1066

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso al Tribunale di Roma C.V. esponeva, per quanto qui interessa, di avere prestato attività di lavoro subordinato presso le scuole dell’infanzia del Comune di Roma in qualità di insegnante di religione, sulla base di contratti di lavoro a tempo determinato assoggettati alla disciplina del C.C.N.L. per il comparto Enti Locali. Precisava che il Comune aveva innanzitutto violato Il D.Lgs. 16 aprile 1994, n. 297, art. 309, poichè gli incarichi non erano stati conferiti per l’intero anno scolastico, bensì a decorrere dai mesi di ottobre o novembre e con termine al 30 giugno dell’anno successivo. Ciò aveva comportato la mancata percezione dello stipendio nel periodo luglio/settembre e la corrispondente riduzione della 13^ mensilità.

Aggiungeva che l’ente non aveva garantito la doverosa parità di trattamento economico con gli insegnanti a tempo indeterminato, non avendo corrisposto per intero lo stipendio tabellare e le altre indennità previste dagli artt. 33 e 37 del CCNL e dall’art. 34 del contratto integrativo. Chiedeva, pertanto, la condanna dell’amministrazione convenuta al pagamento delle somme indicate in

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[1] Cass. sent. n. 1066/2016 del 21.01.2016.

[2] Art. 309, comma 2, del d.lgs. n. 297/1994.

[3] CCNL comparto scuola, art. 47, comma 6.

[4] Ex art. 16, comma 2, c.c.n.l. 6 luglio 1995.

[5] Cass. sent. n. 201/2016 del 11.01.2016.

[6] Art. 16 del c.c.n.l. enti locali del 6.07.1995.

[7] Cass. sent. n. 2803/2003 del 24.02.2003.

[8] Cons. St. sent. n. 704/2013.

[9] TAR Roma sent. n. 4018/2011.

 


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