Coltivazione di cannabis: è reato
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10 Mar 2016
 
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Redazione
 


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Coltivazione di cannabis: è reato

La disparità di trattamento con il consumo a uso personale, dove però il quantitativo di droga è certo e determinato.

 

La coltivazione di cannabis per uso personale resta un reato. È questo il responso della Corte Costituzionale diffuso ieri con una sentenza di ieri [1], al termine della decisione sulla costituzionalità del trattamento sanzionatorio di tale illecito. Le motivazioni saranno depositate tra qualche tempo, ma nel frattempo si può tracciare qualche conclusione.

 

 

Il reato per coltivazione di cannabis è legittimo

Il comunicato stampa della Consulta recita nel seguente modo

 

La Corte costituzionale in data odierna ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte di appello di Brescia sul trattamento sanzionatorio della coltivazione di piante di cannabis per uso personale.

La decisione è riferita all’art. 75 del testo unico in materia di stupefacenti ed è stata assunta nel solco delle sue precedenti pronunce in materia”.

 

La Corte, dunque, ci tiene a sottolineare di aver deciso secondo le proprie precedenti pronunce sul medesimo tema, prima tra tutte una del 1995 [2] in cui aveva affermato che «la condotta di coltivazione di piante da cui sono estraibili i principi attivi di sostanze stupefacenti ben può valutarsi come “pericolosa”, ossia idonea ad attentare al bene della salute dei singoli per il solo fatto di arricchire la provvista esistente di materia prima e quindi di creare potenzialmente più occasioni di spaccio di droga; tanto più che – come già rilevato – l’attività produttiva è destinata ad accrescere indiscriminatamente i quantitativi coltivabili. Si tratta quindi di un tipico reato di pericolo (…)”.»

 

 

Non è punito chi detiene stupefacenti a uso personale

La questione di costituzionalità era stata posta dalla Corte d’appello di Brescia secondo cui, alla luce dei recenti interventi in materia, si sarebbe creata una disparità di trattamento e violazione del principio di uguaglianza: da un lato, infatti, non è penalmente punibile chi detiene stupefacenti destinati a uso personale anche se in precedenza coltivati o altrimenti prodotti; dall’altro lato, invece, si prevede il reato per chi è sorpreso a coltivare e produrre stupefacenti da destinare al proprio consumo personale, quindi in un’attività addirittura prodromica all’uso stesso della droga. E allora ci si è chiesto perché, se l’uso personale non è punibile, lo è invece l’atto anteriore della produzione?

 

Questo e gli altri argomenti sollevati dalla Corte bresciana [3], però, non hanno convinto la Corte Costituzionale. Quest’ultima, nei propri precedenti, aveva spiegato che la disparità di trattamento sanzionatorio si spiega per il fatto che nella detenzione, acquisto e importazione di droga, il quantitativo di sostanza stupefacente è determinato e certo, per cui è facile stabilire se esso è destinato o meno al consumo personale. Non è così, invece, nel caso di coltivazione: la quantità di prodotto ricavabile dalla coltura non è “certa”; pertanto «anche la previsione circa il quantitativo di sostanza stupefacente alla fine estraibile dalle piante coltivate, e la correlata valutazione della destinazione della sostanza stessa ad uso personale, piuttosto che a spaccio, risultano maggiormente ipotetiche e meno affidabili».

 

In altre occasioni, i giudici costituzionali hanno affermato che la detenzione, l’acquisto e l’importazione di sostanze stupefacenti per uso personale si collegavano immediatamente e direttamente all’uso stesso, rendendo non irragionevole un atteggiamento meno rigoroso; la coltivazione si collocava, invece, all’esterno dell’area contigua al consumo, il che giustificava un possibile atteggiamento di maggior rigore, rientrando nella discrezionalità del legislatore anche la scelta di non agevolare comportamenti propedeutici all’approvvigionamento di sostanze stupefacenti per uso personale.


La sentenza

Corte Costituzionale, sentenza 9 marzo – 20 maggio 2016, n. 109
Presidente Grossi – Relatore Frigo

Ritenuto in fatto

1.– Con ordinanza del 10 marzo 2015 (r.o. n. 98 del 2015), la Corte d’appello di Brescia ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 13, secondo comma, 25, secondo comma, e 27, terzo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 75 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), nella parte in cui – secondo un consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimità – non include tra le condotte punibili con sole sanzioni amministrative, ove finalizzate in via esclusiva all’uso personale della sostanza stupefacente, anche la coltivazione di piante di cannabis.
La Corte rimettente premette di essere investita dell’appello proposto dai difensori dell’imputato avverso la sentenza del Tribunale ordinario di Brescia che aveva dichiarato il loro assistito colpevole del delitto di cui all’art. 73, commi 1, 1-bis e 5, del d.P.R. n. 309 del 1990, per aver coltivato nel garage della propria abitazione otto piante di canapa indiana, due delle quali in avanzato stato di maturazione, e per aver

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[1] C. Cost. sent. n. 109 del 9.03.2016- 20.05.2016

[2] C. Cost. sent. n. 360/1995.

[3] Per i giudici bresciani la previsione di una sanzione penale detentiva e pecuniaria a carico del coltivatore a uso personale è in contrasto anche con il principio di offensività. Infatti, l’incriminazione della di una condotta che non ha come obiettivo la cessione a terzi dello stupefacente coltivato è, nella lettura della Corte d’appello, del tuto estranea alla lesione o messa in pericolo dei valori che la norma intende tutelare (la salute e l’ordine pubblico). Del resto, ricordava ancora l’ordinanza, la tutela della salute o dell’incolumità personale da atti autolesivi, come nel caso del consumo di tabacchi o alcolici, è estranea all’intero ordinamento penale.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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