Infedeltà: quali prove per inchiodare il coniuge che tradisce
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10 Mar 2016
 
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Infedeltà: quali prove per inchiodare il coniuge che tradisce

Fotografie, detective, chat ed sms: tutte le prove da dare al giudice per dimostrare il tradimento del marito o della moglie.

 

Nell’ambito del matrimonio, il tradimento – che comporta la possibilità di chiedere la separazione con imputazione di colpa a carico del coniuge infedele (cosiddetto “addebito”) – può essere dimostrato, davanti al giudice, con diversi strumenti di prova (di cui a breve parleremo). Chi dei due coniugi riesce a documentare l’altrui infedeltà non è tenuto a pagargli l’assegno di mantenimento, salvo che quest’ultimo dimostri che la coppia era in crisi ancor prima del tradimento stesso e che tale atto sia stato solo una naturale conseguenza di un legame già irrimediabilmente rotto (si pensi al coniuge che va via di casa, per colpa dei numerosi dissidi e l’altro, nelle settimane successive, lo tradisca).

In buona sostanza l’infedeltà comporta l’addebito e l’esonero dal versamento del mantenimento solo quando sia stata essa stessa la ragione determinate ad aver compromesso la prosecuzione dell’unione tra marito e moglie.

 

 

Come si dimostra il tradimento in causa?

Nel processo civile vige un principio piuttosto rigido che i tecnici chiamano “tipicità delle prove”: in buona sostanza, le prove che possono essere portate in giudizio sono solo quelle previste dalla legge e non altre. Esse sono:

 

 

Prove documentali

Sono costituite da scritture private (un contratto, una ammissione di debito, una diffida, ecc.) e atti pubblici (per esempio, un atto notarile). Nel caso che qui ci interessa, potrebbe trattarsi di una lettera di ammissione del tradimento, firmata dal coniuge infedele.

 

Non è una prova documentale una fotocopia o un’email semplice (non certificata); non lo è neanche la stampa di una chat, un sms o una fotografia. Per questi ultimi si parla, infatti, di cosiddette “riproduzioni meccaniche” che hanno valore di prova solo se non contestate dalla controparte. La contestazione non può essere semplice e generica: in buona sostanza, la parte contro cui è prodotta una fotografia che lo ritrae mentre si incontra con un’altra persona in un luogo nascosto non può limitarsi ad affermare “Contesto questa foto”, senza però motivarne le ragioni. Al contrario, deve fornire al giudice delle valide giustificazioni per supportare tale contestazione. Un esempio potrebbe consistere nell’insinuare il dubbio che il fatto si riferisca ad episodi risalenti ad epoca diversa dai fatti in contestazione, o a una situazione inscenata artificialmente per gioco o scherzo, ecc.

 

In presenza però di una contestazione valida, la riproduzione meccanica (per esempio la foto) perde il suo valore di prova, ma potrebbe sempre riacquistarlo se supportata da ulteriori elementi di prova. Il caso tipico è quello di un testimone che asserisca di aver assistito personalmente ai fatti riprodotti in uno scatto. In tal modo è la stessa testimonianza a costituire l’elemento necessario al giudice per confermare il fatto e conferirgli il valore di prova.

 

 

La fotografia

Con una recente sentenza [1] il Tribunale di Milano ha chiarito che la fotografia che ritrae uno dei due coniugi nell’atto di un tradimento, se da quest’ultimo non contestata in punto di fatto, fa piena prova senza bisogno del conforto di ulteriori indagini o prove testimoniali.

 

Pertanto, lo scatto immortalato dal detective, anche se privo dell’autorizzazione prefettizia, può entrare ugualmente nel processo. Non bisogna, infatti, essere un ispettore privato per poter fotografare qualcuno, se detta foto viene utilizzata per far valere un diritto in via giudiziale.

 

Quindi, attenzione a contestare semplicemente la mancanza della licenza amministrativa da parte dello 007: questo tipo di eccezione non scalfisce la validità dell’immagine in sé che, in tal modo, poiché non espressamente contestata, farà piena prova nel processo di separazione.

Infatti, ai sensi del codice di procedura civile [2], la non contestazione specifica costituisce un comportamento rilevante, che vincola il giudice a ritenere quel dato di fatto ormai acquisito e provato senza poter più effettuare ulteriori controlli probatori. Insomma, il magistrato è obbligato a ritenere la circostanza in questione sussistente e vera.

In altri termini, prosegue la sentenza, “il documento (la foto) che sia prodotto in modo completo deve essere contestato specificamente oppure assume il valore di prova”.

 

 

Il rapporto del detective

Anche il rapporto dell’investigatore privato non rientra certo tra le prove tipiche del processo. Per le foto da questi scattate, infatti, valgono le considerazioni appena esposte: per cui, se non contestate, hanno valore di piena prova. Invece per le dichiarazioni da questi scritte sul report, esse non possono entrare nel processo civile poiché ciò non previsto dalla legge. L’ostacolo è però facilmente superabile perché il detective può essere chiamato a testimoniare sui fatti cui ha assistito in prima persona. Pertanto, se il rapporto investigativo diventa oggetto di conferma mediante escussione testimoniale dello 007, esso costituisce prova (o meglio, la prova vera e propria è la dichiarazione orale del testimone).

 

 

Le email e gli sms

Gli sms e le email sono considerati anch’essi riproduzioni meccaniche. Al pari di chat e delle conversazioni su Facebook. Anche in questo caso, l’eventuale stampa su carta di quanto appare a video può essere sempre contestata dalla controparte, ma se ciò non avviene tali documenti acquisiscono piena prova (stesso discorso, insomma, appena fatto per le foto). Il problema si risolve anche in questo caso chiamando qualcuno a testimoniare di aver preso diretta visione del contenuto in oggetto, tramite lettura personale. Si pensi al coniuge che lasci il cellulare a casa e, per caso, riceva un sms dall’amante: a leggere il contenuto, però, non c’è solo l’altro coniuge tradito (che, evidentemente, non può testimoniare a proprio fare in causa), ma anche sua sorella che, in quel momento, si trovava insieme a lei e ha potuto leggere direttamente il testo del messaggino (leggi “Sì alla prova degli sms dell’amante letti di nascosto sul cellulare”).

 

Che succede, però, se email, chat, sms ed altre conversazioni vengono acquisite in violazione dell’altrui privacy ossia accedendo illegittimamente ai dati del coniuge (si pensi al marito che riesca a introdursi nell’account email della moglie e a “scaricare” la relativa posta)? Qui la giurisprudenza si divide: secondo alcuni giudici, le prove acquisite in modo illegale non possono essere utilizzate nel processo; secondo altri invece, l’utilizzo è sempre possibile, fatte salve però le conseguenze di carattere personale (penale e non) da far valere però in autonomo giudizio.

 

 

I testimoni

La prova tipica del processo civile – e così anche in materia di crisi coniugale e infedeltà – è la testimonianza. Il teste però può deporre solo su fatti avvenuti in propria presenza o di cui abbia conoscenza diretta: non potrebbe così riferire di essere venuto a sapere del tradimento solo perché glielo abbia riferito la parte in giudizio (cosiddetta testimonianza indiretta). Se, invece, il testimone riferisce di aver saputo del tradimento perché rivelatogli da altri soggetti che non sono i coniugi, la sua dichiarazione è liberamente valutabile dal giudice. Tali potrebbero essere anche i parenti del marito o della moglie tradito/a (leggi “Tradimento: quali prove si possono utilizzare in causa?”).

 

 

Interrogatorio formale e confessione

Del tutto inutile, in materia di tradimenti, pensare che il coniuge infedele possa confessare, davanti al giudice, il proprio tradimento (ciò che costituisce, ai sensi del codice di procedura, una prova cosiddetta “legale”, che vincola cioè il giudice ad adeguarsi al suo contenuto, senza possibilità di decidere diversamente).


La sentenza

Processo di famiglia: il principio di non contestazione spiega pieni effetti. Rapporto investigativo valido se non contestato

Trib. Milano, sez. IX civ., sentenza 1 luglio 2015 (Pres. est. Gloria Servetti)

RAPPORTO INVESTIGATIVO – OMESSA CONTESTAZIONE SPECIFICA – VALORE DI PROVA NEL PROCESSO – SUSSISTE – PRINCIPIO DI NON CONTESTAZIONE – ART. 115 C.P.C. (art. 115 cpc)

In tanto il rapporto investigativo deve essere oggetto di conferma probatoria mediante escussione testimoniale dei testi di riferimento, in quanto sia stato specificamente contestato dalla controparte (art. 115 c.p.c.), assumendo, altrimenti, un valore pieno di prova documentale» (ex multis: Trib. Milano, 13 maggio 2015, est. Servetti; Trib. Milano, 17 luglio 2013, est. Muscio; Trib. Milano, 8 aprile 2013, est. Buffone). Infatti, ai sensi dell’art. 115 cod. proc. civ., la non contestazione specifica costituisce un comportamento univocamente rilevante, con effetti vincolanti per il giudice, il quale deve astenersi da qualsivoglia controllo probatorio del fatto non contestato acquisito al materiale processuale (nella specie: mancata divisione del compendio ereditario prima della proposizione della domanda di condanna degli eredi da parte di chi

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[1] Trib. Milano, sent. del 1.07.2015.

[2] Art. 115 cod. proc. civ.

 


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