In meno di un anno due pronunce sul copyright totalmente opposte: le sezioni della Cassazione, a volte, soffrono di disturbi dissociativi della personalità.
Non molti mesi fa, la Suprema Corte aveva dichiarato [1] che la contraffazione di un marchio non è reato quando, nel riprodurre su un prodotto il logo di una ditta concorrente, venga chiaramente specificato, sulla confezione, che il pezzo non è originale. Era il caso di una azienda che vendeva copricerchioni per auto non originali, con impresso il logo della casa madre, ma al solo fine di non guastare l’estetica complessiva del veicolo. La logica della sentenza era condivisibile: l’avvertimento sulla confezione del pezzo era tale da non indurre in errore il consumatore e quindi da evitare qualsiasi confusione nel mercato.
Oggi invece la stessa Cassazione sembra aver cambiato idea, emettendo una pronuncia [3] di senso diametralmente opposto. In questo caso, il prodotto contraffatto era un profumo, sulla cui etichetta era ben scritto “falso d’autore”. Secondo i giudici, tale specificazione non evita di trarre in inganno la nonna presbite o la fidanzata miope! Inoltre, la scia di una buona imitazione potrebbe essere confusa con l’alone di un marchio famoso pubblicizzato.
Così, nel caso di specie, è stato punito [3] il commerciante al dettaglio nonostante avesse acquistato, in buona fede, la merce da un agente e avesse poi, dopo il sequestro della merce medesima, intentato causa al suo fornitore.
[1] Cass. sent. n. 47081/2011.
[2] Cass. sent. n. 15080 del 19.04.2012.
[3] Per il reato di “Commercio di prodotti con segni falsi”, ex art. 474 c.p.
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