La minore età
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12 Mar 2016
 
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La minore età

Capacità di intendere e di volere, imputabilità e maturità, rapporto tra minore età e infermità di mente.

 

L’art. 85 del c.p. statuisce che «nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile» e che «è imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere».

La nozione di imputabilità, accolta nel nostro ordinamento racchiude dunque due concetti:

 

capacità d’intendere, ossia la capacità di rendersi conto del significato delle proprie azioni;

 

capacità di volere, ossia il potere di controllo dei propri stimoli ed impulsi ad agire.

 

Va precisato che il concetto di imputabilità va inteso come necessariamente comprensivo di entrambe le capacità: l’imputabilità viene dunque meno allorché ne difetti anche una sola.

La minore età è considerata come causa che esclude o diminuisce l’imputabilità, in quanto è normativamente previsto che:

 

– per il minore fino a 14 anni vige la presunzione assoluta di assenza di capacità d’intendere e di volere (art. 97 c.p.);

 

– per il minore di età compresa tra i 14 ed i 18 anni il giudice deve accertare caso per caso l’imputabilità del soggetto (art. 98 c.p.) e per farlo può avvalersi di professionisti interni ai servizi minorili ed esperti esterni al sistema della giustizia; è prevista però la diminuente della minore età (artt. 169, 223-227 c.p.).

 

Il minore non imputabile viene prosciolto, cioè non è assoggettato a pena; tuttavia, se risulta socialmente pericoloso, il giudice, tenuto specialmente conto della gravità del fatto e delle condizioni morali della famiglia in cui il reo è vissuto, gli applica la misura di sicurezza del ricovero in riformatorio giudiziario o quella della libertà vigilata (art. 224 c.p.).

 

In tale ipotesi, l’incapacità dipende dall’immaturità del minore, intesa in senso globale, comprensiva non solo del carente sviluppo delle capacità conoscitive, volitive, ed affettive, ma anche dell’incapacità di intendere il significato etico sociale del comportamento e dell’inadeguato sviluppo della coscienza morale (FIANDACA-MUSCO e giurisprudenza maggioritaria).

 

Il minore dei 18 anni, ma maggiore dei 14, che sia, invece, riconosciuto imputabile è sottoposto a processo penale per il fatto commesso.

 

 

Imputabilità e maturità

La capacità di intendere e di volere del minore fra i quattordici e i diciotto anni viene solitamente individuata nel concetto di maturità. Il termine immaturità non risulta da nessuna disposizione legislativa, in quanto frutto della elaborazione giurisprudenziale.

La Cass. con sent. 18-5-2006, n. 24271, ha affermato che per gli imputati minorenni di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni il giudice penale è tenuto ad accertare volta per volta, con riferimento al singolo episodio criminoso, la capacità di intendere e di volere che, per questa peculiare fascia di età, implica, ai sensi dell’art. 98, co.1, c.p. la verifica della raggiunta maturità, ossia dell’avvenuta evoluzione intellettiva, psicologica e fisica, della capacità di intendere certi valori etici, di distinguere il bene dal male, il lecito dall’illecito, nonché di determinarsi nella scelta dell’uno o dell’altro comportamento. A tal fine il giudice deve apprezzare una molteplicità di fattori correlati alle condizioni familiari, socio ambientali, al grado di istruzione e di educazione raggiunta, alla natura del reato commesso, al comportamento antecedente, contemporaneo e successivo al fatto.

 

Per quanto riguarda l’elaborazione dottrinale del concetto di maturità, vastissimo è il contributo offertoci dalla letteratura giuridica, medico-legale e psicopedagogia. Da questa emerge, innanzitutto, che il concetto di immaturità è altra cosa rispetto al vizio di mente: il minore può essere immaturo ma perfettamente sano di mente.

 

L’imputabilità del minore, quindi, è legata al concetto di maturità evolutiva raggiunta dal soggetto. Con tale concetto s’intende il livello di maturazione individuale sotto il profilo fisiologico, psicologico e sociale che presuppone la consapevolezza dell’antigiuridicità e del disvalore sociale dell’atto deviante e, di conseguenza, la capacità di determinare il proprio comportamento (PALOMBA, 2002).

L’immaturità può essere vista sotto i due aspetti, intellettivo e affettivo, che corrispondono sul piano giuridico alla capacità di intendere e di volere. Nell’immaturità intellettiva si ha: scarso potere di ragionamento ipotetico deduttivo; difetto di critica e di potere di sintesi che portano a non captare in forma critica la realtà esterna e non sapersi adattare ad essa; incapacità di prevedere le conseguenze di un atto, di un sentimento; incapacità a concepire un’azione programmata a medio e lungo termine; vissuto della realtà per momenti attuali, non secondo una visione prospettica che tenga conto delle situazioni attuali viste in funzione delle esperienze passate e di quelle future.

 

Tale immaturità intellettiva può essere determinata da: fattori biologici (situazioni di ritardo maturazionale neuronale o di natura metabolica); fattori socio-ambientali (scarse sollecitazioni ambientali, carenze affettive dal punto di vista qualitativo e quantitativo, istituzionalizzazione in certi periodi formativi); fattori psichici (essenzialmente conflittuali che portano ad inibizioni intellettive che bloccano il passaggio dal pensiero induttivo al pensiero logico formale dell’adulto).

 

L’immaturità affettiva è caratterizzata da due caratteristiche essenziali: persistenza del «principio del piacere» e assenza di un vero codice morale.

Un criterio maggiormente idoneo ad integrare la categoria giuridica dell’imputabilità è il concetto di responsabilità. Anche l’art. 9 del D.P.R. 448/1988 (Accertamenti sulla personalità del minorenne) fa esplicito riferimento a questo termine con cui s’intende la capacità del minore di rispondere agli eventi cui partecipa, esprimendo l’intenzionalità, la consapevolezza dell’azione e la prevedibilità delle sue conseguenze.

La condizione di immaturità comporta, quindi, il proscioglimento ex art. 98 c.p., nel caso di minore socialmente pericoloso, può tuttavia essergli applicata una misura di sicurezza; nel caso in cui egli conservi una condotta irregolare, può essere destinatario di una misura di sicurezza.

 

 

Rapporto tra infermità di mente ed età minore

Oltre che dalla minore età, l’incapacità di intendere e di volere può derivare anche da infermità di mente.

Il codice penale, agli artt. 88 e 89, parla di «infermità», il che sta a significare che il vi-zio di mente deve essere la conseguenza di una malattia, di uno stato patologico che turba la psiche del soggetto (ANTOLISEI e la giurisprudenza).

Non occorre, comunque, che tale stato sia permanente: perché esso rilevi occorre che sussista al momento in cui il soggetto ha commesso il fatto.

Sotto il profilo cronologico, non occorre che lo stato di infermità sia duraturo, occorrendo solo che esso sussista al momento della commissione del fatto.

Esistono infatti malattie che causano degli stati accessuali transitori e imprevedibili solo in costanza dei quali si può veramente riscontrare una assoluta incapacità di intendere e/o di volere: tal è, ad esempio, l’epilessia.

 

Il Legislatore, al fine di evitare che una qualsiasi alterazione mentale potesse portare ad una diminuzione di imputabilità, ha richiesto che essa sia tale da far scemare grandemente tale capacità.

 

Una particolare attenzione merita il rapporto tra maturità e infermità mentale. Molto si è discusso sui rapporti tra queste due qualità e, in particolare, sull’ipotesi in cui concorrano entrambe in un soggetto quando si debba decidere della sua imputabilità.

Nel caso in cui l’infermità psichica ( lieve o grave ) sia presente nel minore di quattordici anni, si ritiene che il requisito dell’età, a cui il legislatore collega sempre l’immaturità, abbia carattere prevalente su ogni altro dato.

 

Più complesso appare il discorso per quanto riguarda il minore ultraquattordicenne che presenti un vizio di mente, parziale o totale.

 

Nell’ipotesi in cui il minore sia totalmente infermo di mente, il minore affetto da vizio totale di mente dovrà essere assolto ex art. 88 c.p.

 

Il punto più controverso riguarda la concomitanza tra il vizio parziale di mente e l’età compresa fra i quattordici e i diciotto anni. Secondo l’orientamento prevalente della giurisprudenza, l’immaturità e l’infermità mentale, essendo due concetti ontologicamente di-stinti, possono coesistere in un minore. Conseguentemente, l’esclusione di uno stato di infermità mentale, che possa incidere sulla capacità di intendere e di volere, non esime il giudice dall’obbligo di accertare se il minore avesse, al momento in cui ha commesso il reato, tale capacità.

 

La condizione naturale relativa all’età del minore e una infermità che incida sull’imputabilità sono tra loro indipendenti, anche se concorrono, perché trovano fonda-mento in cause ontologicamente diverse. Ne consegue che la ritenuta esclusione di una infermità, che possa incidere sulla capacità di intendere e di volere, non esime il giudice di merito dall’obbligo di accertare, con qualsiasi mezzo a sua disposizione, così come prescritto dall’art. 98 c.p., se l’imputato minore degli anni diciotto, ma maggiore degli anni quattordici, abbia, al momento del commesso reato, tale capacità.

 

Può, accadere che il minore risulti affetto da infermità di mente. In tal caso, la presenza di un’infermità mentale non necessariamente si riflette sulla maturità del minore ai fini del giudizio sull’imputabilità, per cui il vizio parziale di mente non esclude l’imputabilità del minore. Occorrerà, pertanto, verificare se l’infermità mentale abbia ritardato il normale sviluppo psico-fisico del minore, impedendogli l’acquisizione di una maturità sufficiente per la capacità di intendere e di volere, oppure sia intervenuta in una condizione di (altri-menti) normale evoluzione psichica. Nel primo caso, il soggetto dovrà essere dichiarato non imputabile ai sensi dell’art. 98 c.p.; nel secondo caso, si dovrà distinguere l’ipotesi in cui l’infermità abbia del tutto annullato la capacità di intendere e di volere da quella in cui si sia limitata a scemarla considerevolmente. Pertanto, l’eventuale infermità determinante un vizio parziale di mente opera sul minore nello stesso modo e con gli stessi limiti previsti nei confronti della maggiore età, ossia quelli previsti dall’art. 89 c.p.

 

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