Diritto al TFR del coniuge: quanto può pesare sull’accordo di divorzio?
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12 Mar 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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Diritto al TFR del coniuge: quanto può pesare sull’accordo di divorzio?

Mi sono separata consensualmente 4 anni fa, nonostante avessi tutti i motivi per chiedere l’addebito; ora sto per chiedere il divorzio e vorrei che mio marito accettasse di donare la sua quota di casa (di cui siamo comproprietari) a nostro figlio minore (collocato presso di me), tenendo conto che durante il matrimonio io ho messo nel conto corrente comune tutto il tfr di quasi 20 anni di lavoro, mentre quasi tutto il suo tfr è ancora depositato in azienda. Che possibilità ho che la mia richiesta venga accolta?

  

Per rispondere al quesito sarebbe stato utile conoscere le condizioni di separazione in vigore tra i coniugi e se, in particolare, esse prevedano o meno l’attribuzione di un assegno di mantenimento a beneficio della lettrice. In mancanza, è possibile formulare delle ipotesi circa le possibilità di accordo tra le parti.

 

 

Rilevanza del Il Tfr già percepito

Innanzitutto va precisato che per legge [1] ciascuno dei coniugi, indipendentemente dal regime patrimoniale prescelto (comunione o separazione dei beni), è tenuto a contribuire durante il matrimonio ai bisogni della famiglia in relazione alle proprie sostanze e alle capacità di lavoro professionale o casalingo.

In quest’ottica il Tfr percepito dalla lettrice nel corso della vita coniugale rappresenta uno di quei proventi da lavoro che, una volta entrati personale patrimonio del lavoratore e tanto più se fatto confluire (come nel caso di specie) nel conto corrente comune, deve considerarsi legittimamente messo a disposizione delle esigenze della famiglia quando essa era unita e del quale non può certo essere preteso per legge il rimborso dal coniuge.

 

In ogni caso, anche qualora sussistano ancora contrasti tra le parti in merito alla divisione del denaro confluito nel conto comune o comunque vertenti su questioni economiche, il giudice del divorzio non potrebbe mai prevedere, a bilanciamento della situazione patrimoniale dei coniugi, la donazione della casa al figlio o ad una delle parti, ma potrebbe solo omologare detta soluzione solo ove fosse l’effetto di accordo.

 

 

Incidenza dell’assegnazione sui rapporti economici

Va poi considerato che anche l’ assegnazione della casa coniugale in comproprietà fra i coniugi ha una sua incidenza sui loro rapporti economici; ciò in quanto crea da un lato un sicuro beneficio all’assegnatario, e dall’altro un altrettanto indiscutibile svantaggio al titolare (o contitolare) dell’immobile, il quale non solo viene privato del godimento sul bene, ma deve anche sostenere le spese necessarie a soddisfare le proprie esigenze abitative, subendo l’ulteriore danno derivante dalla diminuzione del valore dell’immobile (dovuto alla impossibilità del suo godimento), ove intenda venderlo.

Ciò è tanto vero che la legge prevede – in caso di contrasto tra le parti – che “dell’assegnazione il giudice tenga conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà” [2]. Ciò significa, in altri termini, che il magistrato deve considerare che l’assegnazione ha sottratto il bene al godimento del titolare (o contitolare) e, perciò, è tenuto a determinare l’eventuale assegno in favore del coniuge assegnatario in misura quantomeno ridotta rispetto all’ipotesi in cui non avesse provveduto all’ assegnazione.

Motivo per il quale, anche il marito della lettrice avrebbe, a sua volta, un valido appiglio per rifiutare la richiesta di donazione della casa al figlio voluta dalla moglie.

 

 

Ciò detto, ritengo che possano, invece, essere prese in considerazione, ai fini di un eventuale accordo divorzile, delle ulteriori questioni non meglio evidenziate nel quesito.

 

 

Diritto al TFR del coniuge dopo il divorzio

Per prima cosa, la lettrice non specifica se il vigente accordo di separazione la veda beneficiaria di un assegno di mantenimento, né se col divorzio avrebbe diritto (per le specifiche condizioni economiche in cui attualmente versa) a chiedere un assegno divorzile, ma afferma solo di volere che il marito doni la sua metà di casa al figlio.

Ove però la donna possa vedersi riconosciuto il diritto ad un assegno divorzile (cosa possibile tanto più – ma non solo – se ora beneficia di un assegno di mantenimento), la stessa avrà diritto, dopo il divorzio, una quota del tfr spettante all’ex coniuge.

La legge sul divorzio [3] prevede, infatti, che il coniuge divorziato (e che non si sia risposato dopo il divorzio) beneficiario di un assegno divorzile, ha diritto al 40% del Tfr del coniuge rapportato in base agli anni di matrimonio e della successiva separazione (fino a quando, cioè, non viene pronunciato il divorzio); al contrario, la parte di Tfr maturata negli anni successivi al divorzio spetta in via, esclusiva del lavoratore.

Va chiarito, tuttavia, che nel caso in cui il lavoratore abbia chiesto ed ottenuto un anticipo del Tfr prima del divorzio, tale quota non va calcolata nell’ammontare dovuto al coniuge; ciò in quanto il calcolo va effettuato al netto degli anticipi richiesti ed ottenuti dal lavoratore durante il matrimonio, comprensivo del periodo di separazione [4].

La quota sul tfr del coniuge non può, tuttavia, essere richiesta qualora l’assegno divorzile venga versato in un’unica soluzione anziché in forma periodica.

Proprio tale circostanza, allora, costituirebbe un eventuale presupposto di un accordo in sede di divorzio: i coniugi potrebbero, infatti, prevedere un assegno divorzile in un’unica soluzione, ed eventualmente in misura ridotta a quella diversamente ipotizzabile, come pure una rinuncia allo stesso, in favore di una donazione da parte del padre al figlio della sua quota sull’immobile.

 

 

Trasferimento di beni al figlio in luogo del mantenimento

Vi è poi da considerare un’ulteriore ipotesi di accordo.

Sicuramente, in base alle vigenti condizioni di separazione, il marito è tenuto a versare alla moglie, quale collocataria del minore, un assegno periodico a titolo di contributo al mantenimento del figlio. Situazione questa che, naturalmente dovrà permanere anche col divorzio e fino a quando il figlio, se pur maggiorenne, non abbia raggiunto (non per sua colpa) un’autonomia economica.

A riguardo, però, i coniugi possono accordarsi per una forma alternativa al tradizionale assegno periodico di mantenimento dei figli, stipulando un accordo di separazione o divorzio (anche nella forma della negoziazione assistita) che preveda, in luogo dell’assegno periodico o in concorso con esso, l’attribuzione definitiva di beni (mobili o immobili) alla prole o l’impegno ad effettuare detta attribuzione [5].

In tal caso, con un unico adempimento il padre provvederebbe ai propri obblighi di natura economica, in quanto l’approvazione di tale accordo, attraverso l’omologazione del tribunale (o l’autorizzazione del pubblico ministero ove i coniugi scelgano la negoziazione assistita), determinerebbe l’acquisizione della proprietà del bene nel patrimonio del figlio e la conseguente estinzione o riduzione dell’obbligo da parte dei genitore di versare il mantenimento.

Il giudice dovrà sempre valutare che un simile accordo sia nell’interesse del figlio, non potendo di certo approvare una convenzione che preveda il trasferimento di un bene di modico valore rispetto al contributo periodico che il genitore dovrebbe versare (tale potrebbe essere se si trattasse di un monolocale di scarso valore economico), come pure l’ipotesi in cui l’altro genitore non sia in grado con i propri redditi di provvedere autonomamente ai bisogni del figlio.

 

 

In conclusione, se pur la circostanza di aver destinato il Tfr ai bisogni della famiglia non rappresenta in sé e per sé un motivo sufficiente per ottenere che il padre doni al figlio la propria metà di casa, esistono comunque i presupposti per raggiungere in ogni caso un accordo con effetti analoghi.

Tutto dipende dal valutare quanta disponibilità ci sia da parte dei coniugi ad impegnarsi ora nella ricerca di una soluzione condivisa che possa evitare ad entrambi un lungo, costoso e incerto percorso giudiziale.


[1] Art. 143 cod. civ.

[2] Art. 337 sexies cod. civ.

[3] Art. 12 bis L. 898/1970.

[4] Ex multis cfr. Cass. n. 24421/2013, n. 19046/2005, n. 19427/2003.

[5] Cfr, Cass. sent. n. 21736/13.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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