Pagamento in ritardo dello stipendio: cosa fare?
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13 Mar 2016
 
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Pagamento in ritardo dello stipendio: cosa fare?

Come comportarsi se l’azienda paga in ritardo o non paga del tutto la busta paga: interessi e procedure.

 

Se l’azienda ritarda il pagamento della busta paga oppure omette (in tutto o in parte) il versamento di somme dovute a titolo di stipendi, differenze retributive o altre indennità da lavoro dipendente, esistono diverse vie che il lavoratore può intraprendere per difendere i propri diritti. Cerchiamo di analizzarle in questa breve scheda.

 

 

Il ricorso in tribunale

Sicuramente il metodo “tradizionale” è quello di proporre una causa contro il datore di lavoro; l’azione può essere avviata fino a cinque anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro così come, anche, durante lo svolgimento dello stesso. Eventuali comportamenti ritorsivi da parte dell’azienda sarebbero severamente sanzionabili.

 

Se si tratta di crediti certi e liquidi nel loro ammontare, che non devono essere determinati è possibile ricorrere al decreto ingiuntivo che, sicuramente, è un procedimento più celere e meno costoso: è il caso, per esempio, dell’importo indicato nella busta paga. Non lo è, invece, lo straordinario o le differenze retributive per aver svolto mansioni superiori richiedendosi, in tali casi, un accertamento sui fatti concreti: ebbene, per tali evenienze il decreto ingiuntivo non è sufficiente, ma è necessaria la causa ordinaria.

 

Secondo la Cassazione [1], nel caso in cui la mancanza dello stipendio comprometta al dipendente una esistenza “libera e dignitosa” è possibile chiedere al giudice un provvedimento d’urgenza [2].

 

Al termine della causa, il giudice, nell’emettere la sentenza di condanna del datore di lavoro al pagamento dello stipendio, deve determinare sugli stessi:

 

– gli interessi nella misura legale (0,2% dal 1° gennaio 2016);

– l’entità della rivalutazione monetaria.

 

Il pagamento di interessi e rivalutazione è disposto d’ufficio senza, quindi, la necessità di alcuna domanda specifica da parte dell’interessato.

 

 

La conciliazione monocratica

Per risolvere in modo più celere la relativa controversia patrimoniale, è possibile ricorrere alla conciliazione monocratica presso la Direzione Territoriale del Lavoro (DTL).

 

Per avviare tale procedimento, che avviene innanzi a un ispettore del Ministero del Lavoro, è necessario che il lavoratore depositi una specifica richiesta presso la DTL territorialmente competente.

 

Dopo tale istanza, il funzionario della DTL convoca datore di lavoro e lavoratore per tentare la conciliazione. Se l’accordo non riesce, può seguire un’ispezione in azienda per verificare se le lamentele del dipendente sono fondate o meno.

 

Se invece le richieste di intervento sono caratterizzate dalla denuncia di irregolarità significativamente gravi ed incisive è necessario procedere direttamente all’accertamento ispettivo.

 

Le parti possono presentarsi al tentativo di conciliazione monocratica personalmente (con o senza assistenza sindacale o professionale) oppure rappresentate da persone munite di valida delega a transigere e conciliare.

 

In caso di accordo, il procedimento ispettivo si estingue mediante il versamento dei contributi previdenziali e assicurativi riferiti alle somme concordate in sede conciliativa, in relazione al periodo lavorativo riconosciuto dalle parti, nonché il pagamento delle somme dovute al lavoratore.

Il mancato versamento degli importi contributivi, nella misura e nei modi concordati, segnalato degli Istituti creditori, determina l’immediata attivazione della procedura ispettiva.

 

Se all’incontro conciliativo non compare il datore di lavoro, scatta sempre l’ispezione. Se invece non compare il dipendente, non consegue necessariamente l’attivazione dell’accertamento ispettivo, soprattutto in assenza di elementi utili ad un possibile riscontro dei fatti denunciati.

 

L’accertamento ispettivo viene attivato, inoltre, in caso di assenza di una o di entrambe le parti convocate, attestata da apposito verbale.

 

 

La diffida dell’avvocato e la negoziazione assistita

Il dipendente può sempre chiedere al proprio avvocato di inviare al proprio datore di lavoro moroso una diffida contenente un sollecito di pagamento.

Si segnala peraltro che, una recente riforma in esame al Parlamento, estende anche alla materia del lavoro la possibilità (non l’obbligo) di attivare, prima della causa, la cosiddetta negoziazione assistita: si tratta di una sorta di invito che l’avvocato del lavoratore invia alla controparte, chiedendole di partecipare a un iter concordato tra le parti e rivolto a trovare una soluzione bonaria alla controversia. L’eventuale accordo avrà la stessa efficacia di una sentenza.

 

 

Se il datore di lavoro è insolvente o fallito

In caso di insolvenza del datore di lavoro, la legge riconosce una particolare misura di tutela per i crediti di lavoro, prevedendo lo specifico intervento di un Fondo di garanzia istituito presso l’INPS (leggi la nostra guida su “Come accedere al Fondo di Garanzia“).

 

 

Le dimissioni per giusta causa

Il lavoratore che non abbia ricevuto lo stipendio o lo riceva sistematicamente con ampio ritardo può presentare le dimissioni per giusta causa, percependo anche l’indennità di disoccupazione dall’Inps.

 

 

Il ritardo nel pagamento dello stipendio

Se il datore di lavoro ritarda il pagamento dello stipendio, ha l’obbligo di pagare gli interessi di mora, che vengono stabiliti in misura variabile dai contratti collettivi.

 

 

Privilegio sui beni dell’azienda

Se il datore di lavoro non paga lo stipendio, il lavoratore ha un privilegio su tutti i beni mobili dell’azienda: il che significa che, in caso di vendita forzata di questi ultimi, il ricavato andrà prima al dipendente creditore.


[1] Cass. sent. n. 8373/1997.

[2] Art. 700 cod. proc. civ.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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