Dare da mangiare ai gatti randagi e sporcare il cortile è vietato
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13 Mar 2016
 
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Dare da mangiare ai gatti randagi e sporcare il cortile è vietato

Animali randagi: chi ospita una colonia felina deve tenere pulita l’area, il marciapiedi o il giardinetto del condominio dagli avanzi di cibo, onde non creare problemi di igiene e di rumori.

 

Impossibile invocare l’amore per gli animali e il legittimo diritto, anche per questi ultimi, di sopravvivere grazie ad un pasto caldo: chi accoglie nel proprio giardino o nel cortiletto del condominio i gatti del circondario, lasciando loro gli avanzi di cibo e i piattini di plastica ricolmi di latte, deve però accollarsi l’obbligo di tenere pulita l’area, evitando il rischio di cattivi odori, sporcizia e l’arrivo di altri animali (topi, formiche, ecc.). È quanto chiarito dal Tar Sicilia in una recente sentenza [1].

 

Il cattivo olezzo delle lische di pesce e i miagolii continui avevano portato, i vicini di casa, esasperati, a rivolgersi contro un amante dei gatti il quale aveva deciso – con un encomiabile spirito altruistico verso gli animali, ma minor rispetto per le cose altrui – di fornire loro i pasti quotidiani. Dopo l’intervento delle autorità sanitarie e del sindaco che aveva inibito la prosecuzione di tale comportamento, sul caso è intervenuto il tribunale amministrativo. Il giudice ha cercato di dare “un colpo al cerchio e uno alla botte”: non si può impedire di aiutare i gatti randagi – si legge nella sentenza – ma a condizione che ciò non danneggi i comproprietari della cosa comune e non crei problemi di igiene e di disturbo per il riposo delle persone. Così, chi si occupa di ospitare una colonia felina nel cortile di casa, dovrà evitare il degrado del cortile, tenendo pulito il suolo, rimuovendo gli avanzi di cibo e dei relativi contenitori, limitando altresì al massimo anche i rumori e danneggiamenti.

 

La Convenzione del consiglio d’Europa del 1987, recepita in Italia con nel 2010 [2], stabilisce che si definisce “tenutario di una colonia felina” chiunque detenga animali o abbia accettato di occuparsene. Dunque, non c’è bisogno di avere un allevamento di gatti per essere soggetti alle norme sulla responsabilità degli animali: è sufficiente che il soggetto, animato dall’amore per i quadrupedi, provveda a dar loro da mangiare abitualmente sul proprio terrazzo, sul cortile condominiale, sul ciglio del marciapiedi prospicente l’edificio, ecc. In quanto tale, il soggetto deve garantire che le condizioni igieniche dell’area privata non degradino per cattiva manutenzione o per la presenza di un numero eccessivo di animali. Se ciò avviene, allora il sindaco può emettere un’ordinanza in cui impone la bonifica dell’area, disponendo il ripristino di adeguate condizioni igienico-sanitarie o impedendo di proseguire nel dare cibo ai gatti, eventualmente limitandone l’accesso a un numero “sostenibile”.

 

Se poi il proprietario non si adegua all’ordine del giudice di tenere pulita l’area, per lui i problemi si fanno più seri: può scattare il reato [2] di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice, così come precisato da una sentenza del Tribunale di S. Maria Capua Vetere di qualche anno fa [3].

 

Sul punto si era espresso anche il TAR Ancona nel 2012 [5] secondo cui è illegittimo il divieto, imposto dal Comune, di somministrare alimenti a cani e gatti randagi con contenitori sulle aree pubbliche. La differenza, dunque, rispetto alla sentenza del TAR Sicilia è il luogo ove avviene la “somministrazione” del cibo ai gatti: è chiaro, infatti, che negli spazi privati, sebbene non si possa impedire l’uso della cosa comune a tutti i condomini, è anche vero che tale uso non deve pregiudicare gli altrui diritti.

 

Da segnalare anche una sentenza del TAR Venezia [6]: il provvedimento con il quale il Sindaco del Comune ordina alla popolazione tutta di non offrire alcun alimento a gatti randagi, anche saltuariamente, ponendo a fondamento della decisione adottata l’assunto secondo il quale le colonie di gatti randagi costituirebbero causa diretta di rischio epidemiologico per l’infezione soprattutto nei bambini che abitualmente frequentano le aree comuni, è illegittimo per difetto di istruttoria e di motivazione allorché il Sindaco non abbia fornito alcuna prova, nessuna valutazione né alcuno studio comprovanti la pericolosità per la salute pubblica di questi animali, né abbia richiesto un parere all’ASL nonostante spetti proprio all’ASL programmare le limitazioni e il controllo delle nascite e l’identificazione delle colonie feline in quanto organismo deputato in via generale alla sorveglianza sul fenomeno del randagismo.


[1] Tar Sicilia, sent. n. 3 del 12.01.2016.

[2] L. n. 201/2010.

[3] Art. 388 cod. pen.

[4] Trib. S. Maria Capua Vetere, sent. n. 2488/2014 del 21.08.2014.

[5] Tar Ancona, sent. n. 753/2012.

[6] Tar Venezia, sent. n. 6045/2010.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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Commenti
13 Mar 2016 Eduardo Quarta

Indiscutibili le fonti riportate che, tuttavia, fanno riferimento a determinazioni – secondo il mio avviso – viziate da incompetenza ed eccesso di potere. Non solo, lo stesso articolo è tendenzioso e sembra sia mirato a disincentivare la tutela dei gatti randagi.

Riporto una fonte autorevole sull’argomento, precisando che il sottoscritto non incrimina le contestazioni riguardo la scorretta gestione degli animali (la quale è stata causa persino di problemi d’igiene), ma il principio di fondo che dovrebbe tutelare i gatti quali animali liberi, come ampiamente sancito dalla legge.
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“Quali concentrazioni animali, le colonie feline godono (come definite dall’art. 2 della Legge 281 del 1991) di particolare attenzione sia per quanto attiene il controllo e la tutela, sia per quanto attiene gli aspetti igienico sanitari”. Le colonie possono essere riconosciute tali, direttamente dai servizi veterinari pubblici o dal Comune competente previo parere dell’Azienda U.S.L. Anche se la normativa non individua un numero preciso di animali per poter costituire una colonia, la necessità di controllo e tutela degli animali e dell’igiene pubblica, SUGGERISCONO DI AGEVOLARE IL RICONOSCIMENTO, anche in presenza di un numero limitato di animali. Le colonie infatti possono essere gestite da associazioni di volontariato o singoli cittadini che ne assumono, di fatto ufficialmente, il ruolo di custode, ovvero provvedono alla loro alimentazione e collaborano con i veterinari pubblici per la cura e la sterilizzazione. Il combinato della legge 281/91 e del D.P.R. 320/54 affida agli operatori dei servizi A.U.S.L. il compito del controllo igienico sanitario su tutte le strutture di ricovero per animali e la vigilanza sul rispetto della normativa in materia di igiene, sanità, sicurezza e benessere animale, con possibilità di diffidare, sanzionare o per casi d’urgenza, provvedere al sequestro delle stesse (sequestro sanitario o penale). La maggioranza dei comuni italiani ha delegato quasi totalmente le proprie funzioni istituzionali in materia di randagismo alle A.U.S.L. competenti per territorio, motivo per cui è prassi ormai diffusa per i cittadini o per le associazioni animaliste, richiedere la gestione o il riconoscimento di una colonia felina ai servizi veterinari pubblici. Tuttavia, appurata la titolarità del Comune sugli animali randagi ed i compiuti di vigilanza sanitaria della A.U.S.L. sulle colonie feline, si può analizzare il principio sancito dall’articolo richiamato, dando una interpretazione del tutto differente. Dovrebbe infatti essere il Comune, l’ente deputato al riconoscimento o alla cessione in gestione di una colonia felina, mentre le associazioni dovrebbero ricercare d’intesa con le aziende sanitarie locali l’individuazione dei corretti criteri gestionali e sanitari atti ad assicurare la cura e il benessere degli animali.” (a cura di Andrea Cristofori, per “Tutela giuridica degli Animali – aspetti sostanziali e procedurali” – Maurizio Santoloci , Carla Campanaro – Diritto all’Ambiente Edizioni)