I minori e il codice penale
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19 Mar 2016
 
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I minori e il codice penale

L’abbandono di minore, le lesioni personali, la violenza sessuale sui minori, la pedopornografia, il grooming.

 

È indispensabile tenere sempre in conto che il reato determina nella vittima, accanto al danno materiale, anche un trauma psichico che deve essere sempre riconosciuto e valutato.

«La capacità di riconoscere il trauma psichico di un minore è direttamente proporzionale alla capacità culturale di rappresentare in modo adeguato i bisogni fondamentali del soggetto in età evolutiva».

Se, quindi, si riconosce al minore il diritto allo star bene, inteso non solo come salute fisica, ma anche come benessere psicologico, risulta evidente l’assoluta necessità di «dare voce» al suo malessere che, come evidenziato, è troppo spesso compresso dalle esigenze del processo.

 

Si è osservato che, spesso, il danno maggiore che subisce il minore vittima del reato non è l’azione dannosa in quanto tale ma il senso di abbandono e solitudine che segue al reato stesso soprattutto nell’ambito del sistema giudiziario.

 

L’evoluzione culturale in relazione alla vittima del reato in generale ed al minore vittima di reato, più in particolare, ha determinato a livello, sia nazionale che internazionale, di normative e raccomandazioni che hanno lo scopo di tutelare il minore vittima sia all’interno del sistema giudiziario che all’esterno di esso, attraverso l’utilizzo di figure professionali che siano in grado di garantire il rispetto dei diritti del minore e la presa in carico della sua sofferenza nell’ambito di una sua complessiva protezione.

 

Non va, tuttavia, sottovalutato che il sistema penale italiano non ha ancora dato la giusta collocazione alla vittima e, in particolare, al minore vittima. Al contrario, vi è una sostanziale sottovalutazione del fenomeno da parte dell’ordinamento giuridico; può sembrare paradossale ma manca un organico sistema penale di protezione del minore. Il codice penale vigente — che, pure, dedica particolare attenzione al minore quando imputato, cioè quale soggetto attivo di reati — non ha ritenuto di destinare un titolo specifico ai reati commessi in danno dei minori, prevedendo invece, in alcuni casi, disposizioni penali che trovano applicazione indifferentemente, qualunque sia l’età dell’offeso e, in altri casi, disposizioni specifiche che prevedono una tutela particolare di chi è minore di una certa età; in tutti i casi, queste poche disposizioni sono disperse in titoli diversi in cui il bene giuridico tutelato non è la personalità del minore ma beni diversi come la famiglia, la responsabilità genitoriale, la moralità pubblica e così via.

 

La protezione del minore vittima del reato, in sede penale, non è pertanto organica, ma episodica ed occasionale, laddove, invece, l’interesse pubblico alla tutela del soggetto in formazione avrebbe dovuto imporre una disciplina più organica e completa.

 

Le lacune e le mancanze di cui stiamo parlando si evidenzieranno fra poco più chiaramente ora che ci avventureremo in un’analisi, anche se necessariamente stringata, degli istituti penali che tutelano il minore da varie forme di violenza o di abuso.

 

Bisogna dire innanzitutto che sarebbe logico partire da qualche norma di carattere generale che punisca più pesantemente qualunque tipo di comportamento delittuoso quando vittima del reato sia un minore e cioè un soggetto istituzionalmente debole e, quindi, meno in grado di porre in essere un’autotutela; una tale norma però non esiste.

In alcuni specifici reati, le pene sono aggravate se il reato è commesso in danno dei minori ma tali aggravamenti di pena sono previsti solo per quel tipo di reato e non per tutti i reati commessi in danno dei minori.

Un passo in avanti in tal senso lo si potrebbe forse individuare nell’aggravante oggi prevista dal numero 11quinquies del medesimo art. 61 c.p., inserito dal D.L. 93/2013 (Contrasto alla violenza e femminicidio), conv., con modif., dalla L. 119/2013, consistente nell’«avere, nei delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la libertà personale nonché nel delitto di cui all’art. 572, commesso il fatto in presenza o in danno di un minore degli anni diciotto (…)».

Analoghe lacune le possiamo ritrovare andando ad esaminare le varie tipologie di reato previste dal codice penale.

 

L’art. 591 c.p. sanziona penalmente chiunque abbandoni un minore di anni 14; per la sussistenza del reato è necessario e sufficiente uno stato — sia pur potenziale — di pe-ricolo per la vita o l’incolumità del minore causato da situazioni di carenza di cure e di vigilanza.

Tale norma certamente offre tutela ma, a ben vedere, essa è collocata nel capo del codice relativo ai delitti contro la vita e la incolumità fisica.

Quindi, il reato di abbandono del minore sussiste solo se ne derivi, per quest’ultimo, un pericolo per l’integrità fisica. Altro reato previsto dal legislatore a tutela dell’integrità fisica del minore è quello di cui all’art. 571 c.p. (abuso dei mezzi di correzione o di disciplina), che punisce «chiunque abusa dei mezzi di correzione o disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di una professione o di un’arte». Tale reato sussiste se dal fatto derivi il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente; se dal fatto deriva una lesione personale si applicano le pene stabilite dagli artt. 582 e 583 c.p. ridotte, però, di un terzo; se dal fatto ne derivi la morte del minore, si applica la reclusione, ma in misura ridotta rispetto alla pena prevista per l’omicidio.

 

Come si vede, la legge non punisce l’uso della violenza ma solo l’abuso dei mezzi di correzione e, già solo per questo, tale norma appare oggi anacronistica in quanto ancora radica la funzione educativa su un concetto di correzione e disciplina, legittimando la violenza fisica come strumento utile nel processo educativo laddove, invece, l’esperienza dimostra — e la scienza pedagogica lo ha documentato in modo convincente — che la violenza non costruisce mai personalità compiute ed autenticamente libere, ma, al contrario, determina effetti assai deleteri perché deprime, umilia e fa insorgere o passività e dipendenze oppure ribellioni ed aggressività. Infine, questa norma appare anche profondamente ingiusta perché assicura un notevole sconto di pena per gravi reati, come le lesioni e l’omicidio, laddove la presenza di relazioni familiari fra il colpevole e la vittima non dovrebbe affatto costituire una circostanza attenuante bensì una aggravante.

 

Se continuiamo la disamina delle principali ipotesi di reato che vedono i minori vittime di un reato, troviamo che anche il reato di maltrattamenti previsto dall’art. 572 c.p. sembra impropriamente inserito tra i reati contro la famiglia. Difatti, non solo tale reato può essere compiuto al di fuori di un nucleo familiare, ma vi è anche da dire che il bene giuridico che dovrebbe essere tutelato non dovrebbe essere l’ordine della famiglia e la regolarità delle relazioni familiari, quanto, piuttosto l’integrità fisica e psichica della persona.

Il rapporto familiare che fa scattare l’ipotesi criminosa non è solo quello instaurato nell’ambito della famiglia fondata sul matrimonio ma anche quello che nasce dalla filiazione al di fuori del matrimonio; deve anche ricordarsi che la dottrina e la giurisprudenza hanno anche ritenuto che rientrasse nell’ambito della norma giuridica anche la famiglia di fatto, purché intesa come l’insieme di tutti i conviventi in un nucleo.

L’art. 572 c.p. non precisa in che cosa debbano consistere i maltrattamenti, lasciando così, opportunamente, aperta tale fattispecie per potervi ricomprendere i più diversi casi della vita che non potrebbero essere specificamente definiti preventivamente dal legislatore.

In realtà costituiscono maltrattamenti tutti quegli atti continuativi che provocano sofferenze fisiche e/o morali in colui che li subisce.

La condotta può consistere tanto in azioni che in omissioni o in atti dell’una o dell’altra categoria; non è necessario che i singoli atti siano qualificabili di per sé come reati; tuttavia, è sempre necessario che si tratti di una molteplicità di atti.

L’elemento materiale di tale reato può manifestarsi nei modi più vari: dalle sofferenze morali che determinano uno stato di avvilimento, e dagli atti o parole che offendono il decoro e la dignità della persona fino alle violenze fisiche.

 

Come ha più volte ricordato la Corte di Cassazione, rientrano nello schema del delitto di maltrattamenti non soltanto le percosse, le minacce, le ingiurie e le privazioni imposte alla vittima, ma anche gli atti di scherno, di disprezzo, di umiliazione, di vilipendio e di asservimento che cagionano una durevole sofferenza morale.

 

 

Le violenze a sfondo sessuale sui minori

 Nel parlare di violenze, di umiliazione e di sofferenza morale, il discorso ci porta inevitabilmente ad affrontare ora uno dei temi più sofferti e dolorosi che sconvolgono le coscienze; parliamo della violenza e dell’abuso sessuale in danno dei minori.

Il quadro normativo, come è ben noto, è profondamente mutato con le nuove norme sulla violenza sessuale approvate con la riforma del 1996; molto opportunamente, innanzitutto, la riforma modificò la collocazione dei reati contro la libertà sessuale, inserendoli finalmente nel titolo relativo ai reati contro la persona. Ciò è particolarmente rilevante proprio per i minori, per i quali ogni forma invasiva della sfera della sessualità incide profondamente sul processo di strutturazione di personalità e di ordinato sviluppo umano.

 

La legge di riforma, poi, unificò in un unico reato l’ipotesi di violenza sessuale, superando la precedente distinzione fra reato di congiunzione carnale e reato di atti di libidine violenti. Oggi, qualsiasi tipo di abuso sessuale viene sanzionato dall’art. 609bis c.p. che punisce il caso di chi, con violenza o anche solo con minaccia o mediante abuso di autorità, costringa taluno a compiere o subire qualsiasi tipo di atto sessuale.

La pena prevista è quella della reclusione da cinque a dieci anni ma è prevista una diminuzione (non eccedente i due terzi) di tale pena nei casi di minore gravità.

 

A maggior tutela dei minori, è prevista una circostanza che aggrava il reato di violenza sessuale e comporta una pena da sei fino a dodici anni di reclusione, quando i fatti siano commessi nei confronti di un minore che non abbia compiuto gli anni quattordici.

 

La reclusione è sempre da sei a dodici anni se il reato di violenza sessuale ex art. 609bis c.p. è compiuto nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni diciotto della quale il colpevole sia l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il tutore. Questa circostanza aggravante è prevista dal numero 5 dell’art. 609ter c.p.

 

La stesso aumento di pena infine è oggi previsto dal numero 5sexies dell’art. 609ter c.p., inserito dal D.Lgs. 39/2014, «se il reato è commesso con violenze gravi o se dal fatto derivi al minore, a causa della reiterazione delle condotte, un pregiudizio grave».

 

Il reato è poi ulteriormente aggravato quando l’abuso sia commesso nei confronti di un minore che non abbia compiuto ancora gli anni dieci, nel qual caso la pena aumenta da sette fino a quattordici anni di reclusione.

 

La tutela del minore non si limita però ad un aggravamento di pena nel caso in cui la violenza sessuale nei confronti del minore si sia estrinsecata in violenze o minacce; infat-ti, l’art. 609quater del codice penale prevede che soggiace alla pena aggravata prevista dall’articolo 609bis (reclusione da sei a dodici anni) chi, anche senza violenza o minaccia, compia atti sessuali con persona che al momento del fatto non abbia compiuto gli anni quattordici, ovvero che al momento del fatto non abbia compiuto gli anni sedici se il colpevole sia stato l’ascendente, il genitore anche adottivo, il tutore ovvero altra persona alla quale, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore era affidato o che aveva con quest’ultimo una relazione di convivenza. Si applica, invece, la pena della reclusione da sette a quattordici anni a chi, invece, compie atti sessuali con persona che non a compiuto i dieci anni (art. 609quater, ultimo comma, c.p.).

 

Come è dato vedere, molto opportunamente, la tutela del minore è stata estesa anche al semplice rapporto di convivenza con l’autore del fatto, in tal modo ricomprendendo fra le ipotesi di violenza sessuale aggravata anche quelle relazioni di convivenza che non erano prese in considerazione dall’ordinamento precedente.

Vengono così prese in considerazione anche le relazioni con i nuovi compagni dei genitori affidatari; del resto, tale innovazione si imponeva a causa dell’aumento degli inserimenti di minori in nuovi nuclei familiari diversi da quello originario, con tutti i conseguenti pericoli da ciò derivanti; la casistica ci dice infatti che, purtroppo, non è infrequente che autori di abusi sessuali sui minori siano i nuovi compagni delle madri ovvero gli zii o i nonni conviventi.

 

La nuova normativa contempla, però, anche casi di non punibilità con disposizioni del tutto nuove rispetto al precedente ordinamento giuridico.

Il legislatore, infatti, ha dovuto prendere atto che i costumi si sono modificati e che la soglia d’età in cui i giovani iniziano ad avere rapporti sessuali consenzienti si è notevolmente abbassata rispetto ai decenni precedenti. Occorreva, quindi, una norma che, in qualche modo, conciliasse l’esigenza di tutela del minore dagli abusi sessuali con l’ormai fisiologico inizio precoce dell’approccio alla sessualità da parte degli adolescenti, giacchè, in caso contrario, si sarebbero dovuti celebrare migliaia di processi ridicoli e dannosi a carico di fidanzatini scoperti a scambiarsi effusioni amorose.

È stata così inserita, al terzo comma dell’art. 609quater c.p., la regola della non punibilità del minorenne che abbia compiuto atti sessuali consenzienti con altro minorenne che abbia almeno compiuto gli anni tredici, purchè però la differenza di età tra i due soggetti non sia superiore a tre anni.

Per questo il legislatore ha previsto la non punibilità solo quando fra i due soggetti la differenza di età non sia superiore a tre anni giacchè, quando la differenza di età è superiore a tale limite, aumenta vertiginosamente la possibilità che il consenso all’atto sessuale sia solo apparente perché, in realtà, subdolamente estorto con gli inganni e le suggestioni cui prima si faceva cenno.

 

Con l’introduzione del nuovo codice di procedura penale è stato, infatti, previsto lo strumento dell’incidente probatorio; grazie a tale meccanismo è oggi possibile, nell’ambito di un processo penale per violenza sessuale, ascoltare e interrogare subito la vittima del reato, senza più la necessità di doverla sottoporre successivamente ad altri interrogatori nel corso dei lunghi processi di primo e secondo grado.

In questo modo, si riesce a limitare al minimo il trauma della rivisitazione giudiziaria dell’abuso sessuale subìto e questo è un risultato fondamentale soprattutto per i minori vittime di violenza sessuale in quanto permette loro di uscire rapidamente dal processo il quale ultimo continuerà magari anche per anni, ma senza la presenza nelle aule giudiziarie del minore abusato. Di tal guisa il minore, lontano dalle battaglie giudiziarie e dai clamori del processo, potrà meglio seguire il proprio percorso psicoterapeutico e curare le proprie ferite con l’aiuto della rete di protezione dalla quale verrà circondato.

Un’ulteriore integrazione alla disciplina penale per la tutela del minore vittima di abusi sessuali si è avuta, poi, con l’approvazione della L. 269/1998, che ha istituito nuove figure delittuose a tutela del ragazzo in materia di prostituzione minorile, di pornografia minorile e di turismo sessuale; inoltre, a tutela di ogni bambino del mondo, è previsto che tali nuovi reati siano contestabili anche al cittadino italiano che commetta tali fatti all’estero.

È da notare che la legge non si limita a colpire pesantemente chi sfrutta direttamente un minore al fine di realizzare esibizioni pornografiche o di produrre materiale pornografico; infatti, nella consapevolezza della difficoltà di contrastare questi fenomeni nascosti e di individuare gli autori di questa turpe attività, il nostro legislatore ha imboccato anche un’altra strada per proteggere i minori.

 

Lo sfruttamento dei minori a fini sessuali non è purtroppo l’unico tipo di sfruttamento dei minori.

Una delle forme più gravi di sfruttamento della personalità minorile è quella di approfittare della sua situazione di debolezza per assoggettarlo al dominio di un adulto che tende a plasmarlo e ad utilizzarlo, non secondo gli interessi del soggetto in età evolutiva bensì secondo propri ed esclusivi interessi.

Per la verità è prevista, attraverso la previsione del reato di circonvenzione di incapaci (art. 643 c.p.) la punibilità di chi abusa delle passioni, dei bisogni e delle inesperienze di una persona minore e, tuttavia, il nostro sistema penale vincola la sussistenza del citato reato e la punibilità dell’abusante alla sola ipotesi in cui l’anzidetto sfruttamento sia fina-lizzato a far compiere al minore atti che possano avere conseguenze sul piano patrimoniale.

Nel nostro paese, negli ultimi anni, si è venuto infatti sviluppando il fenomeno della vendita dei bambini a scopo di adozione; l’aumento della sterilità tra le coppie, la drastica riduzione delle nascite non desiderate a seguito della diffusione degli anticoncezionali, la liceità della interruzione della gravidanza e l’esasperato bisogno di un figlio per sentirsi «normali» o, peggio, per tentare di ricompattare una coppia in difficoltà, tutto questo ha alimentato una specie di caccia al bambino da adottare, ricorrendo a qualunque strumento, anche se illecito.

Questo fenomeno, che riduce il bambino ad un oggetto di commercio misconoscendone la personalità e conculcandone il diritto ad una adozione da parte di una coppia idonea e selezionata, è stato preso in considerazione dal nostro ordinamento giuridico che ha cercato di stroncarlo o almeno di ridurlo, attraverso la creazione di nuove ipotesi di reato.

 

 

La Convenzione di Lanzarote

 La Comunità Europea ha fornito un fondamentale contributo innovativo con la Convenzione di Lanzarote che è stata adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 12 luglio del 2007; con il documento ivi approvato si è giunti alla più avanzata frontiera dove si è spinta la protezione del minore, vittima o anche indagato di un reato sessuale.

Con la sottoscrizione di tale documento, i Paesi aderenti s’impegnarono a rafforzare la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, adottando criteri e misure comuni sia per la prevenzione del fenomeno, sia per il perseguimento dei colpevoli e la tutela delle vittime.

Gli stati aderenti s’impegnarono, inoltre, ad armonizzare i propri ordinamenti giuridici, modificando, quando necessario, il diritto penale nazionale.

 

Tra le novità più importanti introdotte dalla Convenzione di Lanzarote, vi fu, nel 2007, l’introduzione di due nuovi reati: l’istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia e l’adescamento di minorenni.

Furono rese più severe le pene per tutta una serie di reati: dai delitti di maltrattamenti in famiglia a danno di minori ai reati di associazione a delinquere finalizzata alla commissione dei reati a sfondo sessuale a danno di minori. Fu inoltre previsto, nel documento del 2007, un inasprimento delle pene anche per i reati di prostituzione minorile e di pornografia minorile. Infine, fu previsto che non ci si sarebbe potuti più dichiarare impunemente inconsapevoli della minore età della persona offesa nel caso di commissione di uno dei delitti contro i minori, a meno che non si fosse trattato di un errore di fatto del tutto inevitabile.

 

La legge 172/2012 ha provveduto ad adeguare l’ordinamento interno ai contenuti della Convenzione, apportando rilevanti modifiche al codice penale, al codice di procedura penale nonchè alla legge sull’ordinamento penitenziario.

Tra le novità più significative apportate dalla legge 172/2012 vi è stato l’ampliamento delle fattispecie di reato per le quali i termini di prescrizione sono «raddoppiati» in quanto si verte in tema di reati per l’accertamento dei quali si richiedono indagini significativamente complesse.

 

Il testo originario dell’art. 157, co. 6. c.p. prevedeva tale estensione solo per i reati di cui agli art. 449, 589 co. 2, 3 e 4 c.p. nonché per i reati previsti dall’art. 51 co. 3bis e 3quater c.p.p. Ora, invece, il termine di prescrizione è stato raddoppiato anche per altri reati e precisamente:

 

– per il reato di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.);

– per i reati di sfruttamento della prostituzione minorile, pornografia minorile, detenzione di materiale pornografico, iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile;

– per i reati di cui agli artt. 609bis, quater, quinquies ed octies c.p.

 

A parte il raddoppio dei termini di prescrizione, il legislatore del 2012, in sede di ratifica, ha innalzato le pene per questi reati portandole da un minimo/massimo di 1-5 anni ad un minimo/massimo di 2-6 anni. Ed ancora: altri reati, prima inesistenti, sono stati intro-dotti ed altri sono stati modificati.

 

Quanto ai nuovi reati introdotti, essi sono tre:

 

– nuova ipotesi associativa prevista dall’art. 416, co. 7, c.p. ossia quella associazione criminosa creatasi con la precisa finalità di commettere una pluralità di reati previsti dagli art. 600bis, 600ter, 600quater, 600quater 1, 600quinquies, 609bis, 609quater, 609quinquies, 609octies e 609undecies c.p. in danno di persone minori;

 

– reato ex art. 414bis c.p. sempre a tutela dei minori, ossia l’istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia con pene da un minimo di un anno e sei mesi ad un massimo di cinque anni di reclusione; ciò anche al fine di chiudere il capitolo con la (purtroppo) consueta formula assolutoria per aver l’indagato invocato, in processi del genere e non solo in Italia, a propria difesa, finalità di carattere artistico, letterario, storico o di costume;

 

– cd. reato di Grooming (in inglese: cura, preparazione) ossia l’adescamento di minori per via telematica attraverso l’introduzione dell’art. 609undecies c.p. Tale nuovo reato punisce chiunque pone in essere atti volti a carpire la fiducia di un minore attraverso artifici, lusinghe, o minacce poste in essere anche mediante l’utilizzo della rete internet o di altre reti o di altre forme di comunicazione telematica, allo scopo di commettere uno dei delitti di cui agli art. 600, 600bis, 600ter, 600quater, 600quater 1, 600quinquies, 609bis in danno di minore, 609quater, 609quinquies, 609octies.

 

Quanto invece ai reati solo modificati, ricordiamo che:

 

– ora sono punibili ai sensi dell’art. 600bis c.p. anche le condotte di: reclutamento della prostituzione minorile (inteso come materiale collocamento del minore alla disponibilità del cliente); favoreggiamento, gestione, organizzazione e controllo, a qualsiasi livello partecipativo, della prostituzione minorile;

 

– ora sono punibili ai sensi dell’art. 600ter c.p. anche le condotte di: reclutamento di minori per farli partecipare ad esibizioni e spettacoli pedopornografici; visione da parte di colui che assiste a tali spettacoli purchè agisca nella consapevolezza che gli «attori» e le «attrici» siano minori.

 

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