Misure cautelari applicabili ai minori
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19 Mar 2016
 
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Misure cautelari applicabili ai minori

Prescrizioni, permanenza in casa, collocamento in comunità, custodia cautelare del minore.

 

Le misure cautelari applicabili ai minori sono tassativamente individuate dal legislatore nelle prescrizioni, nella permanenza in casa, nel collocamento in Comunità e, infine, nella custodia cautelare presso un Istituto Penale Minorile.

Le misure cautelari minorili possono distinguersi in due gruppi; misure a carattere ob-bligatorio (prescrizioni, permanenza in casa e collocamento in Comunità) e misure coerci-tive (custodia in carcere).

 

Con le prime, ossia con le misure a carattere obbligatorio, il legislatore ha preminentemente prescritto il contenuto di ogni singola misura, consistente in un obbligo di collaborazione per il minore destinatario della misura e che dovrà realizzarsi attraverso attività di studio o di lavoro o di altre attività utili per la sua educazione (vedi oltre art. 20, co. 1, art. 21, co. 2 e art. 22, co. 1, D.P.R. 448/1988). Quindi possiamo subito dire che, fatta eccezione per la più grave ed afflittiva misura della custodia in I.P.M., diversamente da quanto avviene per le misure cautelari previste per i maggiorenni e che richiedono sempre comportamenti negativi o passivi (divieto di espatrio, obbligo di dimora, obbligo di presentazione alla polizia Giudiziaria), nell’ambito minorile, la tutela delle esigenze cautelari e la prevenzione di eventuali ulteriori comportamenti criminali, possono anche essere assicurate, secondo il prudente apprezzamento del Giudice, attraverso la sollecitazione del minore indagato ed in vinculis ad adempiere alle obbligazioni derivanti dalle prescrizioni o dalle regole imposte con la permanenza in casa ovvero, ancora, dai progetti e dai percorsi educativi stilati dalla Comunità.

Obbligazioni dalle quali, nell’intenzione del legislatore, dovrebbero sorgere, nel minore, nel tempo, adesioni e stimoli verso nuovi impegni personali e sociali supportate, ovviamente, da idonee attività di sostegno, anche psicologico, da parte di operatori specializzati.

 

Ai fini dell’applicabilità di una misura cautelare personale in capo ad un soggetto è necessario da un lato la sussistenza delle condizioni di cui all’art. 273 c.p.p., ossia dei gravi indizi di colpevolezza e che il fatto non sia stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione o di non punibilità o che non sussista una causa di estinzione del reato o una causa di estinzione della pena che si ritenga possa essere irrogata, dall’altro lato occorre che si riscontri la sussistenza di una delle tre esigenze cautelari elencate all’art. 274 c.p.p.:

 

– pericolo concreto ed attuale d’inquinamento probatorio, ossia che sussistano specifi-che ed inderogabili esigenze attinenti alle indagini, in relazione a situazioni di concreto ed attuale pericolo per l’acquisizione o la genuinità della prova, fondate su circostanze di fatto che devono essere espressamente indicate nell’ordinanza di custodia cautelare, a pena di nullità rilevabile anche d’ufficio. Le situazioni di concreto ed attuale pericolo non possono essere individuate nel rifiuto dell’indagato o dell’imputato di rendere dichiarazioni, né nella mancata ammissione degli addebiti;

 

– concreto e attuale pericolo di fuga, ossia quando l’imputato si è dato alla fuga o sussiste concreto pericolo che egli si dia alla fuga, sempre che il giudice ritenga che possa essere irrogata una pena superiore ai due anni di reclusione. Le situazioni di concreto e attuale pericolo non possono essere desunte esclusivamente dalla gravità del titolo del reato per cui si procede;

 

– pericolo di reiterazione del reato, ossia quando per specifiche modalità e circostanze del fatto e per la personalità dell’indagato o dell’imputato, desunta da comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali, sussiste il concreto e attuale pericolo che questi commetta gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale o diretti contro l’ordine costituzionale ovvero delitti di criminalità organizzata o della stessa specie di quello per cui si procede. Se il pericolo riguarda la commissione di delitti della stessa specie di quello per cui si procede, le misure di custodia cautelare sono disposte soltanto se trattasi di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni.

 

Il giudice, nel disporre delle misure cautelari, deve tener conto non solo dei criteri fis-sati dalla legge (art. 274 e 275 c.p.p.) ma, anche, dell’esigenza di non interrompere i processi educativi in atto.

 

Le ipotesi tassative di misure cautelari applicabili ai minori sono dunque:

 

– le prescrizioni (art. 20, D.P.R. 188/1998) consistono in ordini di facere inerenti alle attività di studio, di lavoro o ad altre attività utili per la sua educazione aventi la durata massima di due mesi (decorso il termine decadono ipso iure) e rinnovabili una volta sola con ordinanza motivata. Nell’ipotesi di gravi e ripetute violazioni di tali prescrizioni il giudice può disporre la misura della permanenza in casa;

 

– la permanenza in casa (art. 21, D.P.R. 448/1998) consiste nel provvedimento con cui il giudice prescrive al minorenne di rimanere presso l’abitazione familiare o altro luogo di privata dimora e talvolta impone anche limiti o divieti alla facoltà del minore di comunicare con persone diverse da quelle che con lui coabitano o che lo assistono.

 

Il minorenne a cui è imposta la permanenza in casa è considerato in stato di custodia cautelare, ai soli fini del computo della durata massima della misura, a decorrere dal momento in cui la misura è eseguita ovvero dal momento dell’arresto, del fermo o dell’accompagnamento. Il periodo di permanenza in casa è computato nella pena da eseguire, a norma dell’articolo 657 del codice di procedura penale.

 

Nel caso di gravi e ripetute violazioni degli obblighi a lui imposti o nel caso di allontanamento ingiustificato dall’abitazione, il giudice può disporre la misura del collocamento in comunità;

 

– il collocamento in comunità (art. 22, D.P.R. 448/1998) è il provvedimento con cui il giudice ordina che il minorenne venga affidato a una comunità, imponendo eventuali specifiche prescrizioni inerenti alle attività di studio o di lavoro ovvero ad altre attività utili per la sua educazione.

Nel caso di gravi e ripetute violazioni delle prescrizioni imposte o di allontanamento ingiustificato dalla comunità, il giudice può disporre la misura della custodia cautelare, per un tempo non superiore a un mese, qualora si proceda per un delitto per il quale è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni;

 

– la custodia cautelare può essere applicata quando si procede per delitti non colposi per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a nove anni. Anche fuori dei casi predetti, la custodia cautelare può essere applicata quando si procede per uno dei delitti, consumati o tentati, previsti dall’articolo 380, co. 2, c.p.p. lett. e), f), g), h) nonché, in ogni caso, per il delitto di violenza carnale.

 

Per i criteri di scelta delle misure il D.P.R. 22 settembre 1988, n. 448 rinvia all’art. 275 c.p.p., escludendo l’applicabilità del comma terzo di tale articolo. L’adozione di tali misure è comunque subordinata alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari (artt. 273 e 274 c.p.p.), tenendo presente che sono caratterizzate dal favor minoris.

Ai sensi del co. 3 dell’art. 23, D.P.R. 448/1998, inoltre i termini previsti dall’articolo 303 c.p.p. sono ridotti della metà per i reati commessi da minori degli anni diciotto e dei due terzi per quelli commessi da minori degli anni sedici e decorrono dal momento della cattura, dell’arresto, del fermo o dell’accompagnamento.

 

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